di Giuseppe Arcidiaco 

Un altro aspetto dell’Aspromonte da riscoprire e valorizzare è rappresentato dal patrimonio di fortificazioni belliche, in particolare bunker e casematte, risalenti per lo più al secondo conflitto mondiale.
La casamatta era una struttura militare destinata all’alloggiamento, generalmente corazzato, di cannoni o mitragliatrici. In epoca moderna il termine venne utilizzato per indicare opere difensive fisse, collocate a protezione di fossati, castelli, cinte murarie, torri e, in alcuni casi, anche su unità navali.
Dal punto di vista strutturale, le casematte erano ambienti a prova di bomba, dotati di una o più cannoniere, con spesse murature laterali e una copertura voltata, spesso interrata. Le uniche aperture erano quelle per le bocche da fuoco e l’ingresso posteriore, che fungeva anche da via di fuga e sfogo per il fumo.
Il bunker si distingue dalla casamatta in quanto costituito da un complesso di locali, generalmente ipogei, che può includere una o più casematte oppure esserne del tutto privo.

 

Le tracce della guerra e il loro significato storico
In vista dell’imminente sbarco alleato sulle coste meridionali della Calabria, noto come Operazione Baytown, l’Aspromonte fu interessato dalla realizzazione di numerose postazioni difensive, concepite per rallentare la risalita della penisola da parte delle truppe anglo-americane.
Molti dei capisaldi bellici costruiti in cemento o in pietra sono visibili ancora oggi, rimasti intatti poiché abbandonati dalle truppe dell’Asse in rapida ritirata. L’assenza di una significativa resistenza armata italo-tedesca determinò la deviazione della direttrice di marcia alleata verso le Serre, fino al raggiungimento di Catanzaro.
Oggi queste strutture non hanno più alcuna funzione militare, ma continuano a raccontare una storia. Immersi nei boschi, affacciati sulle valli o sulle antiche vie di comunicazione, bunker e casematte dell’Aspromonte sono diventati silenziosi testimoni di un passaggio cruciale della storia del Novecento e del ruolo strategico che l’Aspromonte ebbe nel 1943.

Le immagini 2, 3, 4 sono tratte dal Centro Studi Sotterranei (Genova)

 

 

 

Cosa succede quando due comunità, divise da secoli di storia, dialetto e tradizioni, sono costrette dalla calamità e dalla legge a diventare un unico paese? La ricostruzione materiale di Africo Nuovo dopo l’alluvione del 1951 è una storia nota. Molto meno conosciuta è la lenta, difficile e ancora incompiuta ricostruzione dell’identità.
In questo nostro articolo, sintesi di un saggio curato dallo storico Bruno Palamara, dall’emblematico titolo “Africo e Casalnuovo: un sogno ancora incompiuto”, che trovate in www.africo.net ripercorriamo la storia parallela di Africo Vecchio e Casalnuovo d’Africo. Una vicenda fatta di antiche rivalità, un “muro” invisibile in un paese nuovo, e di quei piccoli, preziosi semi di integrazione piantati dalla scuola, dallo sport e dal coraggio delle donne.
Una lettura essenziale per capire che, a volte, per costruire il futuro, bisogna fare i conti con un passato che non vuole passare.

Le radici di una divisione
La loro convivenza forzata inizia molto prima dell’alluvione, nel 1815, quando una riforma napoleonica annette Casalnuovo al Comune di Africo. I due paesi erano mondi agli antipodi: avevano origini diverse (cognomi di ascendenza greca per Africo, araba per Casalnuovo), una lingua e una cultura separate che si manifestavano persino nell’intonazione delle parole, ed erano due parrocchie di diocesi diverse, con santi patroni rivali: San Leo per Africo, San Salvatore per Casalnuovo. Una rivalità storica che li portava a definirsi con epiteti sprezzanti: “fricazzani” gli abitanti di Africo, “tignanisi” (teste dure) quelli di Casalnuovo.
Dopo l’alluvione, la legge progettò un “paese nuovo” per unire le due popolazioni. Ma il desiderio non c’era. Gli “africoti” inviarono persino una lettera alle autorità chiedendo esplicitamente che i casalnovesi fossero alloggiati a “non meno di un chilometro” da loro. La richiesta fu ignorata e il nuovo centro urbano finì per riprodurre fisicamente la divisione: gli “africoti” verso il mare, i “tignanisi” verso la montagna, separati dalle “baracche svedesi”, un vero e proprio “muro di Berlino” sociale che li fece vivere “da separati in casa”.

 

I semi lenti dell’integrazione
Nonostante tutto, la vita comune iniziò a gettare piccoli semi di cambiamento, soprattutto tra le nuove generazioni. Lo sport, e in particolare il calcio, fu il primo vero collante tra i giovani, con i tornei tra squadre locali. La scuola divenne la via maestra del riscatto: il “treno delle sette” che portava gli studenti fuori paese e, dagli anni ’70, la nascita dei primi professionisti “fatti in casa”. Una svolta epocale arrivò con l’emancipazione femminile, simboleggiata nel 1978 dalla prima donna a dirigere l’Ufficio di Collocamento, ruolo storicamente maschile.
Oggi, a oltre 60 anni dalla fondazione, il processo di fusione è ancora incompiuto. L’antica rivalità sopravvive in modo sottile nei festeggiamenti “da tifoseria” per i rispettivi santi patroni e, soprattutto, in un blocco sulla toponomastica: non si riesce a trovare un accordo su quali personaggi storici del paese (appartenenti a entrambe le comunità) meritino una via o una piazza.
La vera nascita dell’“africese”, il cittadino di un’unica comunità libero dai vecchi retaggi, sembra essere un traguardo che spetta alle future generazioni.

Le foto sono di A. Picone Chiodo, B. Palamara, V. Petrelli e tratte da A. Morabito, Le cronache di Africo, Kaleidon 2025

 

Bibliografia di Bruno Palamara:  

  • Africo dalle origini ai nostri giorni, Arti Grafiche Edizioni, Ardore, (2003)
  • Il Cognome. Origini, evoluzione, curiosità Laruffa Editore, RC, (2007)
  • Cognomi e ritratti, Laruffa Editore, RC, (2011)
  • Don Antonino Pelle, Superiore del Santuario di Polsi, Nosside Edizioni, (2016)
  • Gli antichi mestieri. Viaggio nella tradizione per non dimenticare, Laruffa Editore RC, (2023)

C’è un punto dell’Aspromonte, nel territorio di Africo, dove le rocce precipitano a picco e il silenzio è rotto solo dal vento e dallo scorrere delle fiumare. Per decenni quel luogo è stato chiamato u Maru ’Ngrisu: il povero inglese. Un nome detto a bassa voce dai pastori, inciso nella memoria più che sulle carte. Oggi quasi dimenticato, quel toponimo racconta l’irruzione improvvisa della grande Storia nella vita lenta e antica delle montagne aspromontane.
Era il 4 settembre 1943. Il giorno prima, mentre l’armistizio di Cassibile veniva firmato in segreto, gli Alleati avevano iniziato lo sbarco in Calabria con l’Operazione Baytown. Lo Stretto di Messina era diventato un fronte attivo, attraversato da bombardieri, caccia, navi e fumo. Ma l’entroterra aspromontano, fino ad allora, era rimasto ai margini del conflitto: nessuna strada strategica, nessun obiettivo militare, solo pastori, campi e pagliai. Quella mattina il cielo cambiò volto.
Nei cieli sopra l’Aspromonte si consumò una violenta battaglia aerea tra aerei italiani e britannici. I Macchi e i Reggiane della Regia Aeronautica, rientrando dopo un attacco alle navi da sbarco, incrociarono gli Spitfire della RAF (Royal Air Force). Tra mitragliamenti e picchiate, lo scontro si spostò dall’area costiera verso l’interno, sopra montagne abituate ad altri rumori: tuoni, belati.
A terra, in località Varì, c’era Francesco Stilo, pastore diciassettenne, insieme a un uomo più anziano. I due si trovavano in un pagliaio quando sentirono i colpi delle mitragliatrici. Spaventati, cercarono rifugio in una cavità rocciosa. L’anziano ripeteva, terrorizzato:
«Ohji ’ndi mmazzanu Cicciu… ohji ’ndi mmazzanu»
(Oggi ci uccidono, Francesco).
Poi, all’improvviso, il silenzio.

 

Poco dopo si sparse la voce: un aereo si era schiantato contro le rocce, in località Lefràcia. Gli africesi accorsero sul posto.Da quel giorno quel luogo prese un nome nuovo: u Maru ’Ngrisu. Non un nemico, non un soldato. Un povero ragazzo caduto dal cielo. Per anni la vicenda era rimasta affidata solo al racconto orale, riferitomi dall’ormai ultranovantenne Francesco Stilo, e nessuno conosceva il nome di quel povero soldato, finché ho coinvolto in questa storia il giovane ricercatore Francesco Stilo, nipote del pastore testimone dell’evento.
Una sua minuziosa indagine presso il National Archives of Australia ha permesso di ricostruire con precisione i fatti. L’aereo abbattuto era uno Spitfire Mk.Vc del 111° Squadron RAF. Il pilota si chiamava George Vallance McMurray, sergente della Royal Australian Air Force.
George era nato nel 1921, nei sobborghi di Melbourne. Il 4 settembre 1943, durante il combattimento, il suo Spitfire fu visto rovesciarsi e precipitare verticalmente. Non ci fu scampo. I suoi resti, recuperati dagli abitanti di Africo, furono sepolti nel cimitero del paese: un gesto di pietà silenziosa, oltre ogni schieramento.

 

Ottant’anni dopo, il 31 maggio 2023, ho organizzato una piccola spedizione per raggiungere il luogo dell’impatto. Tra pietraie, dirupi e la rigogliosa vegetazione sono stati ritrovati minuscoli frammenti dell’aereo: alluminio, plastica, guarnizioni bruciate dal tempo. Tracce leggere, ma sufficienti a confermare la storia.
Molti pezzi, già negli anni immediatamente successivi alla guerra, erano stati riutilizzati dai pastori: il metallo diventava risorsa, come tutto, in una terra dove nulla si spreca. Anche la guerra, caduta dal cielo, era stata assorbita nella vita quotidiana dell’Aspromonte.
Questa storia parla di inermi comunità montane, di memoria popolare, di guerra globale e destini individuali.
Parla di un ragazzo che veniva da un altro emisfero, da pianure lontane, e prima di indossare una divisa faceva il jackaroo, il pastore. Morto lontano da casa e accolto da pastori.
Forse non è solo una coincidenza.
Per George Vallance McMurray Il destino ha voluto che la sua vita si interrompesse qui, tra montagne aspre e silenziose, tra altri pastori, che non lo conobbero ma lo riconobbero. Non come nemico, ma come uno di loro.
Così la guerra, per un attimo, si spogliò delle sue bandiere e lasciò spazio a un gesto antico: dare un nome, una sepoltura, una memoria.
E u Maru ’Ngrisu divenne per sempre parte di questa terra, pastore tra i pastori, custodito dall’Aspromonte.

 

In seguito, la RAF, con l’unità speciale Missing Research & Enquiry Units (MREU), riesumò quei resti e, dal Cimitero di Africo, li trasferì nel Cimitero Militare di Salerno. Queste informazioni sono tratte dal rapporto che fece l’unità speciale MREU e che si leggono nella lettera ritrovata dal ricercatore Francesco Stilo presso il National Archives of Australia.
Vederne il nome inciso nella pietra rende questa storia ancora più concreta, ancora più vicina.

 

Ringrazio Antonello Sica e Alessandro Cirino
Approfondimenti nella Mappa toponimi dove trovate le località indicate nel racconto.