Per noi escursionisti della prima ora, negli anni ’80, il lago Costantino era una delle mete più suggestive dell’Aspromonte e l’ovile di Antonio Vottari alias Scarpina, ubicato in località Pezzi, a circa metà del cammino, era una sosta obbligata.
Le prime volte che lo incontrammo probabilmente non capì quale categoria di frequentatori della montagna fossimo: non eravamo cacciatori, non eravamo scout, non eravamo forze dell’ordine alla ricerca di sequestrati ma non ebbe dubbi nell’ospitarci.
L’ombra offerta dai lecci annosi che avvolgevano l’ovile, le rigogliose piante da frutto, un bicchiere di vino fragolino, la fresca acqua della sorgente, la sua bonomia erano i tanti motivi per fermarci.
Ci andai spesso e diventammo amici. Nell’organizzare i primi trekking con escursionisti provenienti da altre regioni gli chiedemmo di preparare per loro siero e ricotta ma al tentativo di pagare si era quasi offeso. Gli donammo un cucciolo di pastore abruzzese per il gregge.
Credo sia grazie a lui che venne realizzata la passerella in cavi d’acciaio che gli consentiva di attraversare agevolmente la fiumara anche nei periodi di maggiore portata e a noi escursionisti offriva un passaggio da brivido.
Gestiva l’ovile insieme al fratello Francesco che portava le capre al pascolo mentre Antonio si fermava all’ovile dove c’erano l’orto, gli alberi, la vigna da coltivare e il latte da trasformare.
Era Antonio Vottari (nato il 5.5.1920; morto il 14.5.2002), detto Scarpina perché camminava veloce e in modo leggero ma detto anche u Frunzu (dal soprannome del padre).
Ora, delle decine di ovili che punteggiavano la vallata della fiumara Bonamico, ne rimangono ben pochi. Una civiltà che scompare … scriveva Corrado Alvaro.

(ringrazio i nipoti Antonella Giorgi e Giuseppe Pelle).

 

Nel 2004, impegnato nella cura del libro “Segni dell’uomo nelle Terre Alte d’Aspromonte”, ero alla ricerca di foto d’epoca sulla nostra montagna. In particolare sui “romiti”. Mi aiutò il garbato preside Angelo Rechichi (detto Nino) che nel 1945 si recò a Polsi. Ecco il suo racconto:

“L’escursione è avvenuta nell’estate del 1945 ed è durata tre giorni. Partecipanti cinque appassionati della montagna. Li può vedere nella foto Polsi1, cominciando da sinistra.

1) Pasquale Versace, neolaureato in medicina.
2) Arcangelo Frisina, muratore. Uno dei migliori artigiani di Delianova,
3) Il sottoscritto, neolaureato in Scienze Politiche,
4) Espedito Battista, calzolaio,
5) Pasquale Leuzzi, calzolaio.

Al centro un frate cercatore del convento, una specie di fra Galdino dell’epoca.
Partenza alle 2 di notte, breve sosta sui piani di Carmelia attorno alle 3,30, e proseguimento per Montalto, per ammirare il sorgere del sole, attorno alle 6,30 (foto Polsi2).
Da Montalto a Polsi. Arrivo nel pomeriggio. Accolti dal Priore don Antonino Pelle e foto davanti al Santuario (foto Polsi3). Il Priore ha celebrato Vespero per noi e i due ragazzi seduti per terra nella foto, con relativa predica, e poi ci ha offerto una lauta cena. Un ricordo flash; il barile del vino era sistemato su due cavalletti a croce di Sant’Andrea, alla fine della tavola come si usava allora nelle cantine.
Dormiamo nel convento ed il mattino dopo, foto sul terrazzo col frate cercatore, breve sosta alla fontana (foto Polsi4), e via per le montagne dirimpetto, quelle di San Luca. Il Priore ci aveva indirizzato alle mandrie della Madonna ed i pastori ci preparano la “mpanata”, (foto Polsi5 e Polsi6) ricca colazione di siero, ricotta appena affiorata dal caldaio e pane di segale.
Proseguiamo diretti alla fiumara di Ferraina, dove troviamo quattro nostri compaesani occupati a “lavorare la montagna”, secondo il gergo di allora. Tagliare cioè i boschi e mandare i tronchi alle loro segherie a Delianova. (foto Polsi7). I due in camicia bianca sono Nicola Carbone quello più in alto, e Domenico Leuzzi, destinato, negli anni a venire, a diventare il Berlusconi del commercio di legname; ai lati della foto i fratelli Tripodi. Ne ricordo ancora i nomi e la festa che ci hanno fatto all’arrivo. Cena di carne d’agnello alla brace e vino in abbondanza. Attendati, si fa per dire, in una capanna di frasche di faggio. Al mattino colazione e viaggio di ritorno per i monti, con qualche momento di relax per tirare le orecchie a mastro Espedito (foto Polsi8). Era il giorno del suo compleanno e si davano tante tirate di orecchie quanto erano gli anni compiuti. Questo era il “Birthday to you” di allora e in qualche parte penso si usi ancora. Arrivo all’imbrunire al paese, stanchi morti, ma felici.

P.S. A Polsi c’ero andato una diecina di anni prima per la festa di settembre coi miei genitori, ma quella era stata un’esperienza diversa. Alla pace che le ho descritto sopra faceva da contrapposto una confusione, un urlare, un suono di tamburelli, una sporcizia, un cattivo odore che mi fa venire la pelle d’oca ancora adesso.
Unico momento d’incanto, a notte fonda, quando le montagne che circondano Polsi si sono accese, quasi da sole, di mille luci. Un piccolo grande Presepe di alberi veri, di pastori veri, che la natura incontaminata ci offriva gratis. Ma questo, se vuole, glielo racconterò un’altra volta.”
Purtroppo non fece in tempo perché qualche anno fa il caro Nino ci ha lasciati. Rimane la testimonianza di un altro Aspromonte.

Una immagine (foto 1) del ponte di Avrèu (fiumara Bonamico – San Luca) pubblicata sul profilo dell’amico Domenico Giorgi mi dà lo spunto per alcune note. Il ponte crollò per l’alluvione del 1972/73 (foto 2), come scrive Fortunato Nocera ne “La valle del Bonamico”, tant’è che quello che ne rimane è un mozzicone della spalletta in riva destra (foto 3). Da tempo i pastori che frequentavano l’alta valle del Bonamico (il ponte non si trovava sotto Pietra Castello come scrive Domenico Giorgi ma ben più a monte) si erano adattati a traversare il poco docile torrente con passerelle di fortuna (foto 4). Ma ormai non c’è più nessuno e l’unico presidio, seppur sporadico, è offerto da Filippo Pelle detto Palea (foto 5) che cura e tiene in vita quello che da tempo immemore era l’ovile della sua famiglia, in uno dei luoghi ora tra più remoti della vallata ma posto lungo l’antico percorso che da San Luca raggiungeva il santuario della Madonna della Montagna a Polsi. E in ultimo l’etimologia Avrèu: F. Nocera lo riporta come Judeu e quindi come Ebreo. Che cosa ci facessero gli ebrei in quel luogo non mi è dato sapere ma, si sa, l’Aspromonte ha visto tanti popoli …

Sono entrato più volte nella valle del torrente Butramo, detta Infernale dai locali. Sia per esplorazioni che alcune volte hanno avuto epiloghi rocamboleschi, sia in altre occasioni accompagnato da guide esperte come Antonio Stranges. Nel transitare dal passo di Infernale mi colpì una piccola croce di ferro fissata su di una roccia: questa è la sua storia.
Nel secondo dopoguerra l’imprenditore Giuseppe Primerano di Bovalino aveva creato a San Luca un importante polo industriale del legno per l’utilizzo del patrimonio boschivo delle montagne. Queste erano attraversate da chilometri di teleferiche per il trasporto dei tronchi i cui segni sono ancora leggibili sul territorio, nelle carte e nelle foto aeree dell’epoca. Nella fase di maggior sviluppo impiegò oltre 400 persone con alcune maestranze che provenivano da altre regioni (Trentino, Piemonte, Veneto, Friuli, Emilia Romagna, Basilicata) e perfino dall’estero (Yugoslavia).
Dal 16 al 18 ottobre del 1951 si scatenò una tra le più gravi alluvioni che colpì il versante meridionale della Calabria: strariparono corsi d’acqua, crollarono ponti, paesi rimasero isolati e si ebbero circa 70 vittime.
La vallata del Bonamico fu una tra le più danneggiate e la frana di Fernìa, ben visibile dal paese, è ancora un segno evidente dopo quasi 70 anni.
In quei giorni il giovane boscaiolo friulano Enrico Vuerich fu sorpreso dal maltempo nei boschi di Ferraina e volle spostarsi verso la zona di Cano, forse ritenuta più sicura e dalla quale poter raggiungere il paese. Sconsigliato vivamente dai compagni si avviò egualmente ma non superò la valle Infernale dove il torrente Butramo lo travolse. La furia delle acque fu tale che il corpo non venne più trovato.
A ricordo del tragico evento rimane una piccola croce al passo di Infernale, nel punto in cui si guada il torrente e dove si ritiene che la morte lo colse. Un altro tassello di questa storia è una targa in marmo posta nella chiesetta del cimitero di San Luca.
Allo sfortunato giovane rivolgiamo il saluto friulano “mandi” che si traduce “nelle mani di Dio”.

P.s.: Vuerich non fu l’unica vittima nella vallata del Bonamico. Anche un pastore sanluchese, Sebastiano Giorgi, morì in quei giorni e forse i toponimi serro e vallone di Marimorti, a est di Ferraina, li ricorda.

Ringrazio Fortunato Nocera per alcune delle notizie fornite.

Alla fine degli anni ’80 iniziai, con la cooperativa Nuove Frontiere, a organizzare gite ed escursioni in Aspromonte. Una delle mete che proponevamo alle scolaresche era Pentidattilo. In quel borgo, abbandonato da alcuni anni, erano venuti ad abitare dei giovani con l’intento di rivitalizzarlo. Volli coinvolgerli nelle mie attività e per rendere più intrigante la visita a Pentidattilo chiesi loro di sceneggiare a mo’ di cantastorie la strage degli Alberti. Da artisti quali erano realizzarono dei coloratissimi pannelli che usarono, nella platea en plein air del castello, per rappresentare la tragica vicenda: fu un successo!

La collaborazione divenne amicizia e conobbi Alex Buchberger, pittore austriaco che trasformò una vecchia casa in galleria d’arte; Rossella Aquilanti che da Viterbo si era licenziata dalle Poste (all’epoca il posto alle Poste era la sicurezza economica garantita) per acquistare casa a Pentidattilo e vivere dei lavori di tessitura ed anche altri personaggi originali. Seguirono anni di iniziative, eventi che resero sempre più vivo il paese. La loro presenza, purtroppo, non fu ben vista dalla ndrangheta che incendiò alcune case costringendo Alex e gli altri pochi abitanti ad andare via. Il fuoco però non distrusse la speranza e la tenacia di Rossella che dopo oltre 30 anni è tornata a vivere nella sua casa di Pentidattilo: coltiva l’orto, offre ospitalità semplice, pietanze genuine all’ombra di una pergola più sontuosa di un baldacchino regale, alleva un piccolo gregge di capre con l’aiuto di Maka, giovane maliano. Unici abitanti del paese. Tutto con una serenità disarmante.

 

Percorro l’Aspromonte da quasi 50 anni ma in questa montagna, antropizzata e ormai esplorata sin nei suoi recessi più remoti esistono ancora delle macchie bianche, quelle che gli antichi cartografi indicavano con la scritta “hic sunt leones” per individuare i pericoli sconosciuti nei quali si poteva incorrere.
Uno di questi luoghi, forse l’ultimo, è la frana Colella (la più grande d’Europa) in agro di Roccaforte del Greco, ammantata di leggende sulla capacità di inghiottire uomini e animali.
Ogni volta che mi affacciavo sull’orlo di questa immane voragine, di questo enorme imbuto mi chiedevo come potesse essere il suo fondo dove continuamente si scaricano quantità enormi di materiale lapideo. Discenderla e poi uscirne indenni dal corso d’acqua che affluisce nella fiumara Amendolea era impresa pericolosa e comunque possibile solo a chi ha la padronanza delle tecniche di discesa con corda (anche di cascate). L’esplorazione è stata realizzata col supporto tecnico di Demy D’Arrigo (guida professionale di torrentismo) e Claudio Bova di Aspromonte Wild insieme al colonnello Giuseppe Battaglia, già comandante provinciale dei Carabinieri.
Ci siamo addentrati in un territorio ignoto dove credo nessuno sia mai entrato. Abbiamo visto piccoli corsi d’acqua lattiginosi e totale assenza di arbusti o erba per l’impossibilità delle piante di trovare spazi di attecchimento e crescita. È stata un’esplorazione rischiosa (come tutte le prime) e anche per questo sconsiglio chiunque dal rifarlo. Tuttavia è stato esaltante anche per me che credo di conoscere gran parte dell’Aspromonte: siamo entrati nel caos primordiale! Senza lasciare tracce per preservare al massimo l’unicità del geosito e la sua incontaminata energia che alimenta per vie misteriose e sconosciute il mito della grande montagna aspromontana.