di Giuseppe Arcidiaco  

Nel settembre 1943 l’Aspromonte divenne, per pochi giorni, uno degli assi strategici dell’avanzata alleata in Italia. Strade distrutte, clima ostile e paesi di montagna furono lo scenario di una guerra combattuta più contro il territorio che contro il nemico.

L’Aspromonte come asse strategico dell’avanzata
L’operazione ebbe inizio il 3 settembre 1943, con lo sbarco delle truppe britanniche dell’Ottava Armata, guidate dal generale Bernard L. Montgomery, sulle spiagge di Pentimele, Gallico e Catona. Lo sbarco fu preceduto da un intenso bombardamento di Reggio Calabria e Villa San Giovanni, mirato a colpire le forze tedesche che, in realtà, avevano già avviato il ripiegamento.
Contrariamente a quanto ci si sarebbe potuti attendere, Montgomery decise di non puntare sull’asse costiero ionico, ritenuto vulnerabile, ma di affidare un ruolo centrale all’entroterra montano. Il controllo della dorsale aspromontana — da Montalto fino alle Serre — avrebbe infatti consentito di negare al nemico le principali vie di comunicazione lungo la costa orientale.
In questo quadro, mentre la Quinta Divisione britannica avanzava lungo la costa tirrenica, la Prima Divisione canadese ricevette il compito di risalire l’Aspromonte seguendo l’unica arteria interna praticabile, con una progressione scandita dalla conquista di nodi stradali fondamentali: Gambarie, Delianuova, Radicena-Cittanova e, più a nord, Cinquefrondi.
La sera del 4 settembre, inglesi e canadesi raggiunsero Gambarie, passando da Sant’Alessio. Il centro aspromontano, considerato uno snodo strategico di primaria importanza, fu occupato dopo una breve schermaglia con le retroguardie italiane e tedesche. Qui gli alleati si imbatterono in un deposito della Milizia, dal quale recuperarono camicie nere, utilizzate per difendersi dal clima rigido e piovoso della montagna, e biciclette pieghevoli, che si rivelarono preziose per superare un territorio devastato da demolizioni e ponti fatti saltare.

 

Un ambiente più ostile del nemico
L’avanzata nell’Aspromonte si rivelò estremamente difficoltosa. Le truppe alleate dovettero affrontare strade tortuose, gole profonde, voragini improvvise e continui lavori di ripristino eseguiti sotto la pioggia e nella nebbia. Come annotò un soldato in un diario di guerra, «eravamo in lotta più con il terreno che con il nemico».
Il 5 settembre, dopo aver costeggiato i Piani d’Aspromonte, i canadesi entrarono a Delianuova, accolti con entusiasmo dalla popolazione. Nei giorni successivi, pattuglie e battaglioni avanzarono verso Oppido, Santa Cristina, Cosoleto e l’altopiano di Mastrogiovanni, trovando come unica opposizione reale le demolizioni operate dalle truppe in ritirata.
Il contrasto climatico colpì profondamente i soldati canadesi: abituati al caldo soffocante della Sicilia, ritrovarono nell’aria fredda e umida dell’Aspromonte sensazioni che molti paragonarono all’autunno del Canada. Nonostante le uniformi estive inadatte, il morale restò sorprendentemente alto.

Da Cittanova alla fine del fronte aspromontano
Tra il 7 e l’8 settembre, dopo marce estenuanti lungo sentieri di cresta e strade devastate, le brigate canadesi raggiunsero Cittanova, completando di fatto la conquista dell’asse aspromontano. Proprio in queste ore si consumarono gli ultimi scontri con reparti italiani, prima che la notizia dell’armistizio dell’8 settembre 1943 ponesse fine a ogni ulteriore resistenza.
Proprio in queste ore, mentre a Cittanova la resistenza cessava, l’Aspromonte conosceva il suo episodio bellico più cruento: lo scontro con i paracadutisti della ‘Nembo’, già raccontato in la battaglia di Zillastro.
Con il crollo del fronte tedesco e il controllo alleato del mare e dell’aria, l’Aspromonte perse la sua funzione di roccaforte. Le truppe canadesi ricevettero l’ordine di scendere verso la costa ionica e proseguire l’avanzata lungo la strada litoranea, mentre l’interno montano veniva definitivamente abbandonato alle spalle della guerra.

L’Aspromonte nella storia del 1943
L’Operazione Baytown segnò per l’Aspromonte un passaggio cruciale della Seconda guerra mondiale: non teatro di grandi battaglie campali, ma spazio decisivo di manovra, dove la geografia, il clima e la viabilità pesarono più delle armi. Le montagne aspromontane furono, per pochi giorni, il centro silenzioso di una guerra in movimento, attraversata da soldati stranieri, mezzi improvvisati e popolazioni che assistevano, spesso incredule, alla fine del regime e all’inizio di una nuova fase della storia italiana.
Oggi, percorrendo quelle stesse strade o attraversando i silenziosi Piani d’Aspromonte, è difficile immaginare il rumore dei mezzi, la tensione dei soldati e il brulichio di quei giorni decisivi. Eppure, per pochi giorni del settembre 1943, queste montagne furono il perno su cui girò l’ingranaggio della liberazione d’Italia.

Fonti

  • Giuseppe Marcianò, Operazione Baytown, Laruffa Ed. 2013
  • G.W.L. Nicholson, L’operazione Baytown, a cura di Antonino Princi, Città del sole, 2025

di Carmela Palumbo

Monsignor Giancarlo Maria Bregantini è stato vescovo della Diocesi di Locri-Gerace dal 1994 al 2008. Nato a Denno, in provincia di Trento, il 28 settembre 1948, ha compiuto gli studi presso la Congregazione degli Stimmatini di Verona. Prima di essere nominato vescovo è stato prete operaio: ha lavorato nelle fonderie di Verona e nelle fabbriche di Porto Marghera, condividendo la fatica quotidiana del mondo del lavoro.
Quando nel 1994 viene nominato vescovo della diocesi di Locri-Gerace, conquista fin da subito il cuore dei calabresi grazie ai suoi modi semplici, diretti e al suo stare costantemente tra la gente. In breve tempo diventa un vero defensor civitatis della Locride e dell’intera Calabria.
In realtà, il presule aveva conosciuto la Calabria già da giovane seminarista. Durante un viaggio in treno, insieme a un collega, condivise lo scompartimento con una famiglia: papà, mamma e un bambino. All’ora di pranzo la madre, da buona calabrese, tirò fuori da un cestino ogni ben di Dio. Il profumo del pane invase lo scompartimento e, con grande naturalezza, la donna offrì il cibo prima ancora ai due giovani seminaristi, dicendo semplicemente: «favorite». In quella parola, Padre Giancarlo — come amabilmente veniva chiamato — colse subito il senso profondo dell’ospitalità e della generosità del popolo calabrese.
Durante il suo episcopato nella Locride, grazie al suo impulso, nacquero numerose cooperative con l’obiettivo di creare lavoro e dignità per le persone più svantaggiate. Il suo trasferimento alla diocesi di Campobasso-Bojano, avvenuto nel 2008, suscitò una forte emozione collettiva e fu un evento mediatico senza precedenti nella storia della Chiesa locale.

 

Aspromonte e Polsi: fede, memoria e impegno per il territorio
Mons. Bregantini ha ricoperto importanti incarichi all’interno della Conferenza Episcopale Italiana, in particolare come Responsabile per i Problemi Sociali e del Lavoro e per la Salvaguardia del Creato. Ha amato profondamente l’Aspromonte e il Santuario della Madonna di Polsi, diventati luoghi simbolici del suo magistero pastorale.
Coniò lo slogan: «Se la montagna è verde, il mare è blu», una frase dal significato profondo che richiama la necessità di difendere la montagna e, con essa, i paesi e i borghi dell’entroterra, soprattutto dalla piaga degli incendi estivi. «Intrecciati devono restare i due aspetti della realtà calabrese: il mare e la montagna. Mai disgiunti, mai opposti», affermava spesso. Questa riflessione è riportata anche nel mio libro Costruire insieme legalità. La testimonianza di Mons. Giancarlo Maria Bregantini (Falco Editore).
Indimenticabile resta un suo detto, diventato quasi un manifesto identitario: «Se vuoi conoscere la Calabria, devi conoscere l’Aspromonte; se vuoi conoscere l’Aspromonte, devi conoscere Polsi».
Ho avuto più volte il privilegio di partecipare con Padre Giancarlo ai pellegrinaggi verso il Santuario di Polsi. Ogni cammino era carico di significati profondi, un percorso nella sofferenza e nella memoria. La prima tappa prevedeva una sosta di preghiera presso il crocifisso dello Zillastro, simbolo della tragica stagione dei sequestri di persona. La seconda tappa era dedicata al centro di recupero per tossicodipendenti di Zervò, fondato da don Pierino Gelmini. Seguiva la discesa a piedi verso il Santuario, il pranzo comunitario e la celebrazione della Santa Messa ai piedi della Vergine della Montagna. Infine, l’ultima sosta avveniva presso il piccolo monumento dedicato a don Giuseppe Giovinazzo, il sacerdote ucciso mentre rientrava a casa dal Santuario di Polsi.

 

Custodire la montagna: cultura, identità e speranza
Da alcuni anni Polsi, oltre a essere luogo di preghiera, ha assunto anche un importante ruolo culturale. I locali del convento hanno ospitato diversi convegni e, alcuni anni fa, anche un corso di Scrittura Creativa con relatori di alto livello e partecipanti provenienti da tutta Italia.
Un’altra giornata indimenticabile fu la visita di Mons. Bregantini a Roghudi Vecchio. In quelle stradine abbandonate, invase dai rovi, il vescovo fu accolto con canti di giubilo. Era presente anche l’antropologo Vito Teti, studioso dei paesi abbandonati. In quell’occasione Mons. Bregantini ribadì con forza: «Non vivete solo di marina, non contrapponete la marina alla montagna: l’una ha bisogno dell’altra come la trama con l’ordito».
Qualche anno prima era stato invitato dal parroco di Chorio di San Lorenzo, don Pasquale Lombardo, in vista della canonizzazione di San Gaetano Catanoso, nativo di Chorio. Fu una grande gioia ospitarlo nella vallata del Tuccio, terra vocata alla coltivazione del bergamotto. Mons. Bregantini sostenne fortemente questa coltura e si fece promotore di un’iniziativa che coinvolse tutte le diocesi d’Italia e il Vaticano: il dono al Papa e alle 226 diocesi italiane dell’olio per il crisma profumato all’essenza di bergamotto. «Così — diceva — durante la celebrazione della Santa Messa Crismale in tutta Italia si conoscerà e si apprezzerà il profumo della Calabria. Valorizzando il bergamotto si valorizza la tipicità di questa terra meravigliosa».
Ricordo infine una celebrazione a Pietra Cappa, nel gennaio del 2008, poco prima del suo trasferimento a Campobasso, descritta nel mio libro Il fiore della ginestra (Città del Sole, 2012). Durante l’omelia ringraziò il Signore perché l’Aspromonte non era più terra di paura, ma luogo di pace, bellezza e benedizione. E così esortò i presenti: «Salvaguardate e amate questo luogo di memoria e di fascino, simbolo del nuovo cammino di questa terra».

Si ringrazia per alcune fotografie Gianni Musolino dell’Associazione “Amici di Montalto”.

C’è un momento, dopo il passaggio del fuoco, in cui il silenzio dei boschi dell’Aspromonte sembra definitivo. I tronchi anneriti, le pendici spoglie, l’odore acre che resta sospeso nell’aria raccontano una ferita profonda, impressa nel paesaggio e nella memoria delle comunità locali. È quanto accaduto nell’estate del 2021, quando vasti incendi hanno colpito il massiccio aspromontano, bruciando oltre 14.800 ettari di territorio, di cui circa 5.600 all’interno del Parco Nazionale dell’Aspromonte. Una catastrofe ambientale che ha messo a nudo la fragilità di un ecosistema complesso, tipicamente mediterraneo, esposto a fenomeni di erosione e dissesto idrogeologico.
Proprio da questi luoghi feriti, e in particolare dalle aree boschive di Roccaforte del Greco e del Monte Scafi, ha preso avvio un’esperienza che trasforma la devastazione in occasione di conoscenza. Docenti e studenti del Dipartimento di Agraria dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria sono entrati nei boschi bruciati non solo per osservare i danni, ma per studiare soluzioni concrete, scientificamente fondate e replicabili nel tempo.

 

Studenti e ricercatori sul campo: una “task force” per il territorio
La prima uscita tra i boschi incendiati ha segnato l’inizio di un progetto interdisciplinare che coinvolge competenze diverse: selvicoltura, botanica, entomologia, rilievo del territorio. Guidati dal professor Giuseppe Bombino, già presidente dell’Ente Parco Nazionale dell’Aspromonte, docenti, ricercatori e studenti hanno trasformato il sopralluogo in un vero e proprio laboratorio a cielo aperto.
L’obiettivo è chiaro: capire come intervenire dopo un incendio evitando soluzioni invasive o costose, facendo invece tesoro di ciò che il bosco stesso offre. I tronchi bruciati e abbattuti, spesso considerati solo un rifiuto da rimuovere, diventano così una risorsa preziosa. Posizionati e immobilizzati lungo le curve di livello dei versanti, questi tronchi possono svolgere una funzione di barriera naturale contro l’erosione, rallentando il deflusso delle acque piovane e riducendo la perdita di suolo.

 

Quando la scienza osserva la natura che reagisce
La ricerca, finanziata anche attraverso risorse del PNRR e inserita in progetti di rilevanza scientifica come “TECH4YOU”, ha permesso di analizzare in dettaglio la risposta del suolo e della vegetazione dopo l’incendio. Vi collabora Calabria Verde della Regione Calabria e la coop. “Tutela dell’Aspromonte” di Condofuri.  Le indagini, condotte su parcelle sperimentali con pendenze significative, hanno confrontato tre situazioni: bosco bruciato con tronchi sistemati lungo le curve di livello, bosco bruciato con tronchi lasciati a terra in modo casuale e bosco non incendiato.
I risultati mostrano come l’utilizzo consapevole dei tronchi bruciati, combinato con l’insediamento spontaneo di vegetazione pioniera erbacea e arbustiva, riduca in modo significativo il deflusso superficiale e la produzione di sedimenti, con una diminuzione di circa il 30%. In poche settimane, dietro queste barriere naturali, il suolo ricomincia a trattenere umidità e a creare microambienti favorevoli alla vita.
Queste piante “pioniere”, pur avendo cicli di vita brevi, svolgono un ruolo fondamentale: preparano il terreno, migliorano le condizioni microclimatiche e favoriscono, nel medio periodo, la rinnovazione naturale delle specie forestali, come nel caso delle pinete mediterranee studiate in Aspromonte.

 

Un bosco che insegna a non arrendersi
L’approccio promosso dal Dipartimento di Agraria non si limita alla mitigazione immediata dei danni. L’esperienza aspromontana dimostra come la ricerca scientifica, quando dialoga con il territorio, possa trasformare una tragedia ambientale in un’opportunità di crescita collettiva. I boschi bruciati diventano luoghi di apprendimento per gli studenti, campi di sperimentazione per i ricercatori e, soprattutto, simboli di una resilienza possibile.
L’Aspromonte, ancora una volta, si rivela non solo un serbatoio di biodiversità, ma anche un laboratorio naturale dove osservare i delicati equilibri tra uomo, fuoco e foresta. Un territorio che, pur segnato dalle fiamme, continua a insegnare che la cura della natura passa dalla conoscenza profonda dei suoi processi e dalla capacità di accompagnarli, senza forzarli.

 

di Sandro Tripepi 

La scoperta di una popolazione unica in Calabria
Notizie sulla presenza del Camaleonte mediterraneo (Chamaeleo chamaeleon, Linneo 1758 – Fig. 1) in Calabria circolavano già alla fine del secolo scorso, ma erano ancora frammentarie e poco verificabili. A fine anni novanta e nei primi anni del duemila però segnalazioni attendibili da parte dell’allora segretario regionale del WWF-Calabria Giuseppe Paolillo, peraltro valente naturalista, mi convinsero ad organizzare un’escursione in campo per confermare definitivamente la presenza della specie. Nell’ottobre del 2008 io e alcuni studenti del Corso di Laurea in Scienze Naturali dell’Unical Università della Calabria) ritrovammo diversi animali (Fig. 2) in una ristretta zona della provincia di Reggio, un boschetto misto a predominanza di Acacia salina (Fig. 3), la cui ubicazione è opportuno non rivelare. Ulteriori spedizioni compiute negli anni successivi certificarono la presenza di una popolazione piccola, ma autosufficiente, valutata in modo approssimativo con il metodo cattura-marcatura-ricattura (Fig. 4) in poco più di 40 individui. Ulteriori esplorazioni non hanno condotto alla scoperta di nuove popolazioni, per cui le successive iniziative dell’Unical sono state rivolte soprattutto verso l’obiettivo di preservare l’area di presenza dell’unica popolazione nota.

 

Adattamenti e comportamento del Camaleonte mediterraneo
I camaleonti (oltre 200 specie in totale presenti in Africa e in Arabia) sono dei rettili diurni, specializzati nella vita arboricola; mostrano quindi adattamenti particolari quali la coda prensile, che viene arrotolata intorno ai rami, e le zampe zigodattile, cioè con 2 o 3 dita opposte fra loro, che funzionano a mo’ di pinza (Fig. 5) e che permettono all’animale di stare anche appeso ai rami a testa in giù (Fig. 6). Gli occhi sono grandi, sporgenti e ricoperti da squame (Fig. 7): sono autonomi l’uno dall’altro, consentendo un ampio campo visivo, ma si allineano durante la cattura della preda (visione stereoscopica). I camaleonti sono invece privi di orecchi (Fig.8), percependo principalmente le vibrazioni del substrato su cui poggiano. La lingua presenta all’estremità un ingrossamento che rilascia una sostanza collosa, alla quale rimangono invischiate le prede; viene espulsa molto velocemente ed è molto lunga, cosicché l’animale può predare da una certa distanza.
La colorazione del Camaleonte mediterraneo è variabile all’interno di un intervallo di colori naturali, che varia dal giallo-verde (Fig. 9) al bruno, ma tende ad essere simile al substrato su cui vive (colorazione criptica- Fig. 10); generalmente è quindi verde (Fig. 11). Fattori che possono determinare il cambiamento della colorazione sono, oltre al substrato, le variazioni di temperatura, lo stato fisiologico (es. femmina in gravidanza che segnala al maschio la mancanza di recettività), lo stress dovuto a paura o aggressività. Il camaleonte minacciato può diventare aggressivo: in questo caso scurisce la colorazione della pelle, che diventa quasi nera, emette dei soffi e spalanca la bocca, minacciando di mordere (Fig. 12).

 

Riproduzione, tutela e prospettive di conservazione
Il Camaleonte mediterraneo è una specie ovipara; secondo la letteratura scientifica la deposizione delle uova avviene a settembre-ottobre e i giovani compaiono soltanto l’anno successivo da luglio a settembre a causa della diapausa invernale (le uova “svernano” nei nidi sotterranei). Tuttavia le nostre osservazioni mostrano che la comparsa dei giovani avviene già in primavera, plausibilmente grazie al clima favorevole dell’area. I tenerissimi piccoli (Fig. 13) pesano poco più di un grammo (Fig. 14) e misurano circa 5 cm in totale, mentre gli adulti possono superare i 30 cm di lunghezza.
Pur essendo specie alloctona, non facente parte cioè del corredo faunistico originario della Calabria, C. chamaeleon non è invasivo e non minaccia specie autoctone; nel giugno 2023 su suggerimento del Dipartimento di Biologia, Ecologia e Scienze della Terra dell’Unical, la zona di presenza del Camaleonte mediterraneo è stata dichiarata Parco Naturalistico Comunale dall’amministrazione competente e sono stati quindi intrapresi i lavori di recinzione dell’area. Questi lavori però da un po’ di tempo sono in fase di stallo ed è necessario che, visto il tam-tam mediatico che ormai circonda la popolazione, vengano ripresi e terminati al più presto. Il progetto è quello di proteggere la popolazione, che rappresenta comunque una rarità all’interno della biodiversità calabrese, italiana (in Italia la specie è presente soltanto in Puglia) ed europea (in Europa è presente soltanto in Spagna e Portogallo). In Calabria il Camaleonte mediterraneo è soggetto principalmente a minacce di natura antropica (Fig. 15): il prelievo diretto di individui da parte dell’uomo, i disboscamenti e gli incendi sono le cause che possono portare rapidamente alla scomparsa della popolazione. Per far fronte a queste minacce è stato attivato un servizio di sorveglianza da parte del Nucleo Carabinieri Cites.
Il secondo importante obiettivo del progetto di conservazione è quello di realizzare un polo didattico-scientifico per continuare a monitorare la popolazione e mostrarla non soltanto agli studiosi, ma a tutti i visitatori interessati, quali ad esempio gli studenti delle scuole medie. Speriamo che gli enti competenti riescano a concretizzare questi obiettivi prima che sia troppo tardi.

 

Ringraziamenti
Ringrazio tutti coloro che nel corso di questi anni hanno contribuito al monitoraggio e alla sopravvivenza della popolazione a cominciare da Giuseppe Paolillo, dalle cui segnalazioni tutto è cominciato, e proseguendo poi con: Francesco Ventura, Rocco Gatto, Emilio Sperone, Antonio Iantorno, Daria Stepancich, Mariù Mazza, Antonio Crescente, Francesco Pellegrino, Lina Amendola, Gabriel Albornoz, Syria Brancati, Chiara Carpino, Claudia Valerioti, Simone Ferraro, Elisa Aliberti, Francesco D’Aleo, Carlo Calabrò e Fabiola Durante. Altro ringraziamento particolare va al Brigadiere Filippa Daniele Mesiani e all’Appuntato Scelto con Qualifica Speciale Giuseppe Mancuso, ambedue appartenenti al Nucleo Carabinieri Cites.

di Cosimo Sframeli

Smascherare mafia, camorra e ’ndrangheta, respingere la perversa industria dei sequestri di persona, arginare l’avanzata della droga: fu questo l’impegno assunto dalla Chiesa italiana, con i suoi vescovi in prima linea, per fronteggiare alcuni dei mali più gravi del Paese. Lo ricordò con forza il presidente della Conferenza Episcopale Italiana, cardinale Ugo Poletti, nella prolusione che aprì i lavori del Consiglio permanente dei vescovi. Il dilagare della violenza, in forme sempre più insidiose e sconcertanti, rischiava infatti di minare in profondità la convivenza civile. Accanto ai consueti fenomeni legati ai vizi e alle distorsioni della natura umana, impressionava l’aumento dell’industria dei sequestri di persona a scopo di estorsione: una pratica crudele che colpiva senza pietà le fasce più fragili della popolazione — donne, bambini, anziani — sottoposti a ricatti abominevoli.
Il bisogno di Dio e di libertà era fortemente avvertito dalla gente dei paesi dell’Aspromonte, vittime e testimoni dell’oppressione mafiosa.
Tra coloro che con più coraggio incarnarono la resistenza morale alla ’ndrangheta vi fu don Italo Calabrò. Nato a Reggio Calabria e scomparso il 16 giugno 1990 a 65 anni, dopo una lunga malattia, fu tra i primi sacerdoti calabresi a esporsi apertamente contro la criminalità organizzata. Prima di diventare vicario generale della diocesi di Reggio Calabria, incarico che ricoprì fino al 1983, fu vicepresidente della Caritas italiana e ispettore per l’Italia meridionale dell’insegnamento religioso. Si dedicò agli ultimi: persone con disabilità, malati psichici, tossicodipendenti, bambini e anziani abbandonati creando la Piccola Opera Papa Giovanni.
Don Italo, insieme all’arcivescovo di Reggio Calabria Aurelio Sorrentino, fu tra gli ispiratori del documento con cui la Chiesa calabrese denunciò con fermezza le piaghe prodotte dalla criminalità organizzata: omicidi, sequestri, estorsioni, minacce, infiltrazioni nella vita sociale e clientelismi diffusi. Le cosche attuavano una sistematica campagna di intimidazioni contro i sacerdoti, incendiando automobili e inviando lettere o telefonate anonime.
Il suo impegno nel contrasto alla ’ndrangheta si svolse in un clima di crescente intimidazione verso il clero calabrese. Due sacerdoti furono uccisi: don Salvatore Esposito, parroco di Cirella, e don Giuseppe Giovinazzo, parroco di Portigliola e economo del Santuario di Polsi.

 

L’omicidio di don Giovinazzo, che scosse profondamente la Chiesa e l’intera comunità, rimane ancora oggi senza colpevoli. A lungo si ritenne che fosse collegato al sequestro di Cesare Casella: la madre del ragazzo, in visita nella Locride, si recò infatti anche a Polsi e affidò a don Giuseppe la sua angoscia e la speranza di riabbracciare il figlio. Si ipotizzò che il sacerdote avesse tentato un contatto con i rapitori, pagando con la vita questo gesto di umanità. I magistrati non riuscirono a identificare i responsabili. A don Giovinazzo sono dedicati un busto di marmo davanti al Santuario della Madonna della Montagna e una targa nel luogo dell’agguato.
Tra le intimidazioni più inquietanti vi furono i colpi di fucile caricati a pallettoni contro il portone della curia del vescovo di Locri, mons. Antonio Ciliberti.
Mons. Ciliberti, più volte minacciato, continuò a operare con determinazione, pur viaggiando sotto scorta. Diceva spesso:
“Noi, davanti a queste minacce, andiamo avanti serenamente. E anche se avessimo paura, siamo tenuti a restare al nostro posto.”
E confessava, con amarezza:
“Lo sconforto arriva quando ci si sente incapaci di dare una risposta alle attese della gente. Possibile che non si riesca a offrire lavoro? La disoccupazione giovanile è terreno fertile per le cosche.”
Sul crocifisso di Zillastro — colpito anch’esso da una lupara che lo ferì al fianco sinistro — le fiammelle delle candele illuminavano un simbolo ferito ma non piegato. Sui Piani dello Zillastro, grande spianata dell’Aspromonte, nel 1990 si ritrovò idealmente tutta l’Italia che aveva sofferto per le catene dell’Anonima sequestri.

 

Da questi paesi martoriati nacque la manifestazione “Nord e Sud insieme per spezzare le catene”. Cinquemila persone si raccolsero in preghiera nella radura circondata dai faggi, spartiacque tra Ionio e Tirreno, insieme a oltre cinquanta gonfaloni dei comuni aspromontani.
Durante la messa, mons. Ciliberti non risparmiò critiche allo Stato, incapace — nonostante i segnali positivi — di avviare una vera azione di contrasto:
“Il sequestro di persona è il peggiore dei delitti: lo è per la vittima, per la famiglia, per la comunità intera. Quando un nostro fratello è in catene, tutti noi siamo prigionieri con lui. E lo è soprattutto per chi lo compie, perché con cinismo satanico infligge un dolore immenso in cambio di denaro. Ai sequestratori rivolgo ancora l’appello a ritrovare la dignità umana, restituendo la libertà a chi ne ha diritto inviolabile. Così ritroveranno anche la propria liberazione.”

Fonti

  • Don Italo Calabrò Un prete di fronte alla ‘ndrangheta a cura di Domenico Nasone e Luigi Ciotti, Rubbettino 2007
  • Renzo Agasso, Don Italo Calabrò. Nessuno escluso mai! Paoline Editoriale Libri, 2010
  • Antonino Iannò, Quando un uomo vale Don Italo Calabrò profeta di speranza, Rubbettino 2015

di Antonino Sergi

Maurits Cornelis Escher, nasce il 17 giugno 1898 a Leeuwarden una cittadina dei Paesi Bassi. Sin da giovanissimo dimostra grande talento, passione e interesse per il disegno. Dopo le scuole di base, frequenta la facoltà di Architettura e Disegno Ornamentale nella città di Haarlem. Non conclude gli studi perché, su consiglio dell’artista olandese Samuel Jessuru de Mesquita, lascia la facoltà a favore di una scuola di Arti Grafiche. Concluso il percorso scolastico nel 1922 inizia a viaggiare. Fa una breve tappa in Italia, in compagnia dei genitori, dove rimane colpito e incantato profondamente dalla bellezza del paesaggio. Vi fa ritorno nel 1923, questa volta da solo. Escher comincia a girare la penisola immortalando i posti più suggestivi attraverso il disegno a matita e l’uso esclusivo di tecniche di incisione come la xilografia, con matrice di legno e litografia, con matrice di pietra. I temi preferiti sono le architetture dei piccoli paesi che costellano la penisola italiana; rappresentati nei dettagli più minuziosi e dal realismo quasi fotografico. Usa il disegno come preparazione alle incisioni. Ama schizzare sul posto per cogliere direttamente tutte le sfumature del soggetto prescelto. Ma nel 1935 l’artista, ostile al fascismo, lascia l’Italia. Questo distacco dalla terra italica risulta molto doloroso per lui che lo porta a un cambiamento radicale della sua produzione artistica. Egli per sopperire alla mancanza delle visioni meravigliose della natura e del costruito italiano, confessa, che è quasi costretto a cercare dentro di sé un nuovo linguaggio artistico. Lo trova attraverso lo studio profondo della geometria. Le nuove opere sono caratterizzate da forme inconsuete, fantasiose, dalla struttura impossibile. La sua arte crea un mondo paradossale che, sviando le precise leggi matematiche della prospettiva, inganna l’osservatore portandolo davanti a immagini dal carattere visionario e razionalmente impossibili (fig. 2). Tornando al periodo italiano, egli soggiorna stabilmente a Roma. Ma ogni primavera parte per visitare soprattutto la campagna italiana. Nel corso di questi spostamenti visita l’Italia meridionale, al tempo un luogo poco conosciuto e poco visitato dai viaggiatori stranieri. Nel 1930 il nostro artista visita la Calabria accompagnato da tre amici: Giuseppe Haas Trivero pittore e incisore svizzero, Robert Schiess pittore e lo storico francese Jean Rousset. La loro prima tappa è Pizzo Calabro. Da qui il gruppo si sposta in diverse località poste lungo la costa e l’interno calabrese. Toccano le città di Reggio Calabria, Catanzaro, Crotone, e i borghi di Tropea, Gimigliano, Santa Severina, Rossano, Morano, Castrovillari, Trebisacce, Rocca Imperiale, Cariati. A Cariati Haans e Schiess sono immortalati in una foto (fig. 3), del 1930, che li vede in piedi, sul ciglio a strapiombo di una delle otto torri che contornano la vasta struttura difensiva militare che protegge il paese, intenti ad ammirare il paesaggio sottostante e il mare in lontananza. I due si atteggiano come il “Viandante sul mare di nebbia” (fig. 4) il famoso quadro ottocentesco del pittore tedesco Caspar David Friedrich. Anche loro, come il personaggio raffigurato nel dipinto, si sentono spersi e spaesati di fronte alla maestosità e alla grandezza del paesaggio, al sublime espresso dalla grandiosa e infinita visione che si apre di fronte al piccolo borgo ionico. Il loro viaggio continua verso sud. Lungo la costa Tirrenica incontrano gli abitati di Bagnara, Palmi Scilla. A Scilla, Escher esegue una serie di schizzi a matita preparatori che anticipano la bellissima litografia, con veduta dall’alto, prospettiva a volo di uccello, della mitologica cittadina (fig. 5). Con l’elegante e raffinato chiaroscuro cattura la luce dello stretto e la depone mirabilmente sulle case e sul castello che si staglia tra il mare e il cielo. Piccole imbarcazioni, le feluche, testimoniano la vocazione millenaria di Scilla alla pesca, anzi alla “caccia”, del pescespada.

 

Ad incisione xilografica è tratteggiato, il borgo, con un forte contrasto di luci forti e taglienti e il nero profondo. La visione è presa dal basso, dal quartiere di Chianalea, con il mare in primo piano dove scogli appuntiti e irregolari spuntano dall’acqua donando alla scena un effetto irreale e drammaticamente creativo. (fig. 6)
Escher e i suoi amici proseguono il viaggio e in sella a dei muli risalgono la costa ionica sino alle pendici dell’Aspromonte. Non può sfuggire al loro sguardo d’artista la rupe a forma di mano aperta di Pentedattilo. L’artista realizza due litografie e due xilografie dell’abitato. In una delle litografie egli pone al primo piano delle piante tipiche del territorio aspromontano, fico d’India, agave, groviglio di arbusti, dietro una piccola valle e al centro la grande rupe traforata, che si impone grandiosamente sull’abitato; sullo sfondo, con sfumato leonardesco, basse colline si perdono in lontananza sempre più sbiadite sino a confondersi col chiarore del cielo (fig. 7). Nell’altra la visione prospettica risulta come schiacciata, quasi a rendere l’immagine bidimensionale. Le architetture sono ben visibili e disegnate con ordine e precisione come a ricordare le medievali città giottesche, mentre la rupe si innalza come raffinato decoro merlettato (Fig. 8). Le due visioni a xilografia, invece, riproducono il borgo con canoni estetici da nord Europa con le “guglie” della rupe da cattedrale gotica (fig. 9). A Palizzi l’artista disegna il paese con infinita maestria. Il segno ben inciso contorna forme naturali e costruito come volumi di una geometria tutta sua, molto personale (fig. 10).

 

Nella forma xilografata le architetture di Palizzi sono invase da una luce forte e irreale, mentre la campagna risulta in ombra, oscurata dalla luminosità degli edifici (fig. 11). Della Cattolica di Stilo, chiesa capolavoro architettonico bizantino, Escher, ci regala una visione fiabesca, misteriosa e arcana; elimina il borgo in lontananza, sostituito da un candido e luminoso paesaggio “nevoso”. La squadrata chiesa, in primo piano, s’innalza regale e austera con le cinque cupole cilindriche che fungono da corona. Ai suoi piedi una serpeggiante fiumara: lo Stilaro (fig. 12).
La stessa fiumara viene rappresentata in una apposita litografia, dove il corso d’acqua appare all’inizio largo come un lago alpestre. La chiesa di San Domenico o del Rosario rappresentata in alto affacciata maestosamente sul grande alveo come a protezione dei poveri rivoli di acqua che scivolano, tra le anse tortuose, verso la costa (fig. 13).
Il soggiorno aspromontano di Escher esalta il suo talento artistico che riesce a cogliere quanto di bello e pittoresco si trova nel territorio: paesaggi dalla natura selvaggia, luoghi isolati solcati da fiumare argentate, piccoli borghi aggrappati pericolosamente a costoni rocciosi. Per Escher un catalogo di visioni mai viste e forse nemmeno immaginate. La sua matita corre veloce sulla carta tracciando segni analitici e selettivi che gli servono a comprendere meglio l’enigmatica montagna reggina. Quel luogo così particolare e unico resterà per sempre inciso, non solo nelle litografie o nelle xilografie, ma principalmente nella sua mente e nella sua anima di girovago scrutatore geniale.

 

Fonti

  • Mediati – S. Pazzano, M.C. Escher in Calabria Memorie incise di un viaggiatore olandese, Rubbettino 2019
  • Erik Thè, Le magiche visioni di M.C. Escher, Taschen 2003 edizione italiana
  • Il mondo di Escher, a cura di J.L. Locher, Garzanti 1978

Fino a qualche decennio fa, prima dei ponti moderni e delle sistemazioni idrauliche, guadare le fiumare in Aspromonte – specialmente d’inverno – era un’operazione difficile e a volte pericolosa. Nei tratti prossimi alla foce, dove la strada litoranea intersecava i corsi d’acqua, l’impaludamento e le piene improvvise rendevano il passaggio quasi impossibile per mezzi e persone. La soluzione? Carri, spesso trainati da buoi, in grado di affrontare terreni instabili e acque basse ma insidiose. Questi carri avevano ruote alte e cerchiate che riducevano il rischio di affondare nella melma o di essere trascinati dalla corrente. Era un servizio essenziale, una sorta di “traghetto di terra” che garantiva il collegamento tra comunità, il trasporto di merci e persone, e l’attraversamento di fiumare come il Mesima, il Petrace, il La Verde o il Bonamico, specialmente dopo piogge intense.

 

In casi eccezionali come l’alluvione del 1951, i malcapitati bloccati in una corriera dalla furia del Bonamico, tra San Luca e Bovalino, furono salvati con una teleferica.
Nei tratti a monte delle fiumare, soprattutto alle quote dove erano insediati i centri abitati, questi erano spesso separati da corsi d’acqua senza alcun attraversamento stabile che vennero realizzati solo a partire dai primi decenni del 1900.
Con l’avvento delle infrastrutture stabili, questa pratica del “traghettamento” con carri è scomparsa, ma resta nella memoria di chi ha vissuto o ascoltato i racconti di un’epoca in cui la natura dettava i tempi dei viaggi.

 

Il superamento delle fiumare è stato sempre un problema che pastori, contadini, pellegrini e viandanti in genere hanno affrontato e risolto in vari modi.
Quando la fiumara, con voce greca, faceva “pelago” cioè era in piena, spesso si era costretti a guadare immergendosi nell’acqua. In tal caso gli uomini più valenti si offrivano come Caronte, trasportando sulle spalle da una riva all’altra coloro che ne avevano bisogno. O tenendosi per mano e formando una catena umana per resistere alla corrente del fiume.
Quando poi la portata diveniva più costante allora ci si ingegnava con quanto la natura offriva sul posto: tronchi, fascine, pietre piatte anche per facilitare il passaggio delle greggi (vedi la splendida foto di Mimmolino Nucera detto l’Artista).
Nel caso la fiumara presentasse un passaggio obbligato e frequente, realizzavano mulattiere, sentieri con tratti scavati nella roccia che salivano sui costoni scavalcando i tratti più insidiosi. Un esempio si può ammirare e ancora percorrere nella fiumara Amendolea lungo la via che da Roghudi conduceva a Bova, sotto Noì.

 

O, in epoca recente, si attrezzavano ponti sospesi a cavi d’acciaio come quello montato dai fratelli Vottari che avevano l’ovile in contrada Pezzi, a valle del lago Costantino (San Luca).
Gli operai forestali con la loro maestria realizzavano costruzioni più solide poggiando il ponte su gabbioni, come quello che era posizionato allo sbocco del lago Costantino o a porta Aposcipo. Ma nel caso di una piena nemmeno queste opere resistevano alla furia delle acque.
Ora, con la minore presenza di pastori e di operai forestali in Aspromonte, è sempre più raro incontrare di queste opere, spesso di poca consistenza ma di grande utilità.

Approfondimenti
Ponte Porta Aposcipo
Ponti fiumara Amendolea

di Cosimo Sframeli

La ’ndrangheta diveniva eversiva, aggrediva lo Stato ed alcuni dei suoi simboli. In quegli avvenimenti cruciali e sanguinosi, il brigadiere Antonino Marino si giocò tutto. Con generosità, diede la vita e lo fece per qualcosa di più grande. «L’omicidio del brigadiere Antonino Marino è un atto eversivo», affermava categorico il sostituto Procuratore della Repubblica Ezio Arcadi che conduceva le indagini, «siamo fuori dai confini di un normale delitto di mafia». Era la grande mafia, quella che era scesa in campo: la mafia dei sequestri di persona. Quando l’economia criminale venne intaccata, la ’ndrangheta reagì in maniera selvaggia. Uccideva in maniera esemplare, con intento pedagogico, per bloccare chiunque volesse avventurarsi sui sentieri inesplorati degli arricchimenti illeciti dell’Anonima sequestri. Fu questa la pista seguita per l’assassinio del brigadiere dei Carabinieri, 33 anni, per il ferimento della moglie, al terzo mese di gravidanza, Rosetta Vittoria Dama, 30 anni, e del figlio Francesco di appena due anni.

 

Il brigadiere, comandante di Stazione, investigatore coscienzioso e diligente, fu punito perché di ostacolo ai disegni dell’Anonima. L’ordine di uccidere sarebbe partito da Platì, paese alle pendici dell’Aspromonte, dove aveva ricoperto l’incarico di comandante della Caserma dei Carabinieri (1983-1988). Fu ucciso la notte di domenica 9 settembre 1990. Libero dal servizio, si trovava dai suoceri a Bovalino Superiore per i festeggiamenti in onore dell’Immacolata. Era seduto fuori dal locale gestito dai parenti, intento a guardare i fuochi d’artificio che si aprivano ad ombrello su migliaia di persone, quando un giovane si avvicinò tra la folla e, da distanza ravvicinata, esplose numerosi colpi di pistola calibro 9. Sei proiettili colpirono Marino; due raggiunsero la moglie, nella traiettoria di tiro, e un altro, di striscio, ferì a una gamba anche il figlio che si trovava nel passeggino accanto al padre. Il killer, con l’arma in pugno, si allontanò a piedi accompagnato da un altro giovane che era rimasto nella piazza. Marino, gravemente ferito insieme alla moglie e al figlioletto, venne trasportato all’Ospedale di Locri. Alle 13:00, dopo un delicato quanto inutile intervento chirurgico, morì. Da due anni aveva lasciato Platì, quando si sposò con Vittoria. A quel tempo il regolamento lo imponeva, avendo sposato una donna della Locride, e fu trasferito a San Ferdinando di Rosarno, nella Piana di Gioia Tauro. Nella Locride era ritornato per servizio, perché considerato «conoscitore d’area, di persone e di luoghi», in occasione del sequestro di Cesare Casella (18/1/1988 – 30/1/1990), fornendo un notevole contributo alla sua liberazione.

 

Nel 1985, durante un servizio d’istituto svolto insieme a personale del Corpo Forestale dello Stato, in località Cirella di Platì, Marino fu fatto segno da numerosi colpi d’arma da fuoco esplosi da tre sconosciuti, probabilmente latitanti. L’intento fallì per motivi del tutto occasionali. Nel 1986, in località Giovambattista di Platì, sconosciuti esplosero due colpi di fucile caricato a pallettoni contro l’automezzo del Comando Stazione Carabinieri di Platì, con a bordo tre militari in perlustrazione, che rimasero illesi. Nel 1987, sui muri e sulle serrande di alcuni esercizi pubblici di Platì, comparvero frasi ingiuriose e minatorie nei confronti di Marino e del vicebrigadiere Orazio Di Martino.
Nella nuova sede, a San Ferdinando di Rosarno, non ebbe inchieste delicate tra le mani. Il cerchio si stringeva quindi nella Locride. Era impensabile che si potesse commettere un omicidio così plateale senza una regia locale. «Stiamo vagliando tutte le ipotesi, ma al centro delle indagini c’è ovviamente l’attività investigativa di Marino e i suoi quattro anni passati a Platì. Le attenzioni vengono circoscritte a Platì. È la realtà che offre questa ipotesi», ribadiva il P.M. Arcadi. «Non emergono per ora altre piste, non abbiamo altre motivazioni al delitto. Per noi Marino è stato ucciso per causa di servizio. D’altra parte, un omicidio così deve avere un movente serio».
Marino aveva indagato su tantissimi sequestri di persona e aveva collaborato a inchiodare i boss dell’Anonima di Platì. In cinque anni di permanenza nel centro jonico aveva imparato a conoscere la gente, ad accorgersi delle fortune accumulate in breve tempo e a segnalarle nelle sue relazioni. Tutto senza timore, ma consapevole di fare il proprio dovere.

Sabato 8 settembre era tornato a Bovalino Superiore in ferie, in visita ai parenti della moglie in occasione dei festeggiamenti dell’Immacolata. Ma il suo destino era stato deciso da altri. Il sicario lo colpì in maniera implacabile. Qualcuno, con macabra ironia, su un manifesto lì affisso in cui vi era il programma dei festeggiamenti, dopo il delitto, scrisse: «Ore 24: omicidio di un brigadiere».
A Bovalino Superiore si tennero i funerali, alla presenza del Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, Antonio Viesti, e della moglie di Marino, ancora ricoverata per le ferite d’arma da fuoco alla gamba e giunta in chiesa in barella.
Il brigadiere Antonino Marino fu decorato con la Medaglia d’Oro al Valor Civile con la seguente motivazione: «Comandante di Stazione impegnato in delicate attività investigative in aree caratterizzate da alta incidenza del fenomeno mafioso, operava con eccezionale perizia, sereno sprezzo del pericolo e incondizionata dedizione fornendo determinanti contributi fino al supremo sacrificio della vita stroncata da vile agguato. Splendido esempio di elette virtù civiche e di altissimo senso del dovere. Bovalino (RC), 9 settembre 1990».
Al brigadiere è stata intitolata una piazza a Bovalino Marina e la Caserma dei Carabinieri di Platì.
Nel 2005, l’avvio di una nuova inchiesta, originata dalle dichiarazioni di un pentito e condotta dal sostituto Procuratore Generale Fulvio Rizzo, permise di ricondurre il movente dell’omicidio alle attività investigative svolte dal sottufficiale nel territorio di Platì. Nel 2014, con sentenza definitiva, la Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria condannò i mandanti e gli esecutori dell’efferato delitto contro il militare dell’Arma.
Il figlio di Marino, Francesco, ferito anch’egli nell’attentato, oggi è un uomo, anche lui carabiniere. Suo padre ha appena fatto in tempo a conoscerlo, troppo poco però per lasciare ricordi. Quelli li ha dovuti costruire passo dopo passo attraverso i racconti di sua madre e dalle foto in bianco e nero sparse per casa.
E poi ci sono i racconti dei colleghi di suo padre, coloro che hanno condiviso con il brigadiere Antonino Marino i terribili anni dei sequestri di persona in Aspromonte e la lotta ai clan che avvelenavano la vita nei paesi della Locride.
Oggi Francesco Marino veste la stessa divisa dei carabinieri di suo padre, portando la sua testimonianza di figlio e di carabiniere tra i cittadini, nelle scuole perché «la memoria – afferma – è il primo passo per contrastare la criminalità organizzata».

Approfondimenti

Recensione libro ‘Ndrangheta addosso

Recensione libro Aspromonte misterioso

sito vittime mafia

di Antonino Sergi

Giuseppe Benassai, pittore paesaggista, tra i più talentuosi e creativi del panorama artistico italiano ottocentesco, nasce a Reggio Calabria il 13 luglio del 1835, giovanissimo, si dedica prima al disegno e poi alla pittura sotto l’attenta guida del maestro reggino Ignazio Lavagna.
Il percorso artistico lo porta prima a Napoli, poi a Roma e successivamente a Firenze. La sua arte si fa subito notare e apprezzare dalla critica artistica, tanto da ottenere diversi premi e riconoscimenti. L’opera di Giuseppe Benassai risente del momento culturale e artistico, di quel periodo storico, segnato dalla pittura napoletana e in particolare dalla scuola artistica di Posillipo. La città di Napoli, ricca di un vivissimo e fervido cosmopolitismo, che spazia dalla pittura senese al caravaggismo, da Salvador Rosa a William Turner, è culla di una nuova e originale visione di pittura di paesaggio.
In questo stimolante contesto Benassai matura una sua personale idea di arte.
Vive da protagonista, anche, le inquietudini del periodo. Problemi sociali e contrasti ideologici creano continui e accesi tumulti nella società del tempo. Per motivi politici egli stesso è costretto a lasciare la sua città natale.

I dipinti che realizza, dal carattere fortemente romantico, esaltano la natura come espressione del divino sulla terra. Le sue grandiose visioni aspromontane stimolano pensieri ariosi e aperture mentali, dove l’uomo può perdersi nell’immensa spazialità che, superando il limite del bello classico, lo porta direttamente a contatto con l’illimitato e il sublime di scuola kantiana.
Nelle opere aspromontane, il nostro autore, esalta la bellezza dei luoghi, visti diremmo oggi, con occhio cinematografico, con inquadrature in campi lunghi, di rara e originale suggestione espressiva.
Nell’olio su tela “Vicinanze d’Aspromonte” eseguito tra 1862 e il 1863, conservato presso il Museo e Gallerie nazionali di Capodimonte a Napoli, il maestro reggino crea un’opera dallo stile unitario ricavato, mirabilmente, solo con l’utilizzo del colore prevalentemente monocromo dai toni caldi che rende l’atmosfera del dipinto palpitante e appassionatamente impetuosa. Il dipinto è presentato con diverse denominazioni: alla Promotrice di Napoli come “Paesaggio – Vicinanze d’Aspromonte” a Torino come “Montagna sopra Bagaladi e torrente di Melito (studio della Calabria).
In altre due tele “Vallata verdeggiante con greto di torrente” e “Panorama montagnoso” il maestro mette in luce una sua particolare visione dell’altopiano reggino.
In queste opere egli si allontana dallo stile pittoresco e particolareggiato per analizzare il territorio naturale attraverso vedute realizzate come fossero composizioni di forme geometrizzanti, essenziali e spoglie. L’insieme risulta delimitato semplicemente dal preciso e ondulato skyline dei monti in controluce; quasi un Cèzanne.

Nel dipinto “Mucche in Aspromonte”, va detto che l’opera fu dipinta dal Benassai nelle campagne intorno a Pisa, il pensiero artistico è rivolto al verismo, ma con una particolare visione prospettica; lo sfumato atmosferico. Realizza le montagne dello sfondo con una nuova tecnica che richiama i macchiaioli.
Nel 1868 dipinge il grande paesaggio “La Quiete”, esposto presso la Pinacoteca Civica di Reggio Calabria, qui si fa notare e ammirare per l’uso visionario della bellissima e ardita prospettica a volo d’uccello. L’artista, nell’opera, concepisce un paesaggio di pura fantasia, di grandi dimensioni, dove tutti gli elementi compositivi sono posti in maniera armoniosa così da generare nell’animo dello spettatore un senso di pace, tranquillità e quiete, da qui il nome. Al centro della composizione dipinge un laghetto, alimentato da un tortuoso ruscello, sovrastato da pareti rocciose che scendono a picco sullo specchio d’acqua sulla cui superficie si riflettono.

Sempre nella Pinacoteca Civica di Reggio Calabria è collocato il dipinto “Aspromonte”. L’opera si apre ad una visione paradisiaca dei piani aspromontani. Nella tela si evincono similitudini di sentimenti, calma e tranquillità, con “la Quiete”. La scena appare, in campo lunghissimo, come un grande fotogramma, con l’orizzonte posto leggermente al di sotto del centro del rettangolo visivo, così da dare più spazio e risalto atmosferico al cielo luminoso carico di leggere nuvole che aleggiano sul sottostante tappeto erboso dove un gruppo di pecore e bovini tranquillamente stazionano. Un dolce profilo di basse colline si staglia all’orizzonte come confine ultimo di una sconfinata scena. Lo spettatore, per effetto dei diversi piani visivi, sembra, inaspettatamente, proiettato all’interno di una visione quasi metafisica dove il senso del presente a poco a poco svanisce. Il dipinto è conosciuto, anche, come “La casetta dei forestali in Aspromonte”. Il quadro fu esposto a Torino insieme al dipinto “Veduta della Rocca e spiagge di Scilla nello stretto del Faro”.

Al pittore reggino va riconosciuto soprattutto il forte sentimento d’amore per la natura che rappresenta sempre con rispetto e puntigliosa creatività. Cantore del romanticismo crede nell’indissolubile unione tra la vita e l’arte, il pensiero e il sentimento. Dipinge le alture della montagna reggina con passione e dedizione di impegno.
Attraverso la sua arte, aperta e sensibile, dona all’Aspromonte visioni dal forte carattere simbolico e cariche di un appassionato lirismo poetico.
Giuseppe Benassai, nel 1877 è nominato Professore onorario dell’Istituto di belle Arti di Napoli e nel 1878 di quello di Parigi.
L’artista si spegne a Reggio Calabria il 5 dicembre del 1878.

Fonti

  • Dario Durbè, Giuseppe Benassai 1835-1878, C.EDI.C. 2003

Gli escursionisti conoscono la località riportata come “Tre Limiti” nelle carte topografiche dell’IGMI (Istituto Geografico Militare Italiano), dove, dalla strada che da Gambarie sale a Montalto, si stacca a destra la deviazione per la diga del Menta.
Mi spiegavo il toponimo col fatto che lì si incrociano i confini di tre Comuni.
Raggiunto il luogo in occasione di un’escursione, curioso come sempre, ho voluto vedere sulla carta quali fossero i 3 comuni che si incontrano a “Tre Limiti” ma, con mia sorpresa, ho visto che sono 2 e non 3: Roccaforte e Reggio Calabria. È un errore? No!
È corretto il limite di Roccaforte che però una volta confinava con due comuni: Cataforio e Podargoni, ora non più esistenti perché confluiti nella Grande Reggio, creata nel 1927 dal regime fascista.
Il toponimo però ne ha conservato memoria confermando come alcune volte la storia rimane viva anche grazie a queste piccole tracce.
Di località dove si incontrano i confini di tre o più comuni ne esistono diverse nel territorio della nostra Città Metropolitana ma l’unico toponimo “Tre Limiti” riportato sull’IGMI in Aspromonte è a nord-est di monte Cerasia dove si incontrano i limiti di tre comuni: Staiti, Bova, Palizzi.
La curiosa configurazione territoriale dei comuni della Città Metropolitana di Reggio Calabria in Aspromonte può essere descritta con la metafora “a spicchio di torta”.
La definizione deriva dal fatto che molti comuni aspromontani si estendono dal crinale montuoso centrale fino alle zone più basse, quasi come dei raggi che partono dal centro e si allargano verso l’esterno.
A determinare questa conformazione è stata la necessità di garantire ai comuni un accesso a più risorse, rendendo il territorio variegato in termini di paesaggi e utilizzi del suolo.
La distribuzione territoriale di questo tipo testimonia come, in epoche non lontane, l’ubicazione dei centri abitati era tale da poter avere accesso sia alle risorse montane (boschi, pascoli) sia a quelle collinari o vallive (agricoltura, collegamenti viari).
Un sapiente mix che però nell’ultimo secolo abbiamo tralasciato con l’abbandono delle aree interne e con le conseguenti problematiche di erosione, incendi, dissesto, ecc. che ricadono sulle aree vallive.

Didascalie delle immagini

  1. stralcio dalla carta IGMI scala 1:25.000 Gambarie foglio 602 sez. I anno 1993 (cerchiata in nero la località Tre Limiti)
  2. Carta Tecnica Regionale anno 1954 messa in trasparenza su ombreggiatura ricavata da DTM (cerchiata in verde la località Tre Limiti) Elaborazione cartografica di D. Malaspina
  3. Carta schematica della Grande Reggio
  4. stralcio dalla carta IGMI scala 1:25.000 Africo foglio 255 III S.O. anno 1958 (cerchiata in rosso la località Tre Limiti)
  5. carta dei limiti comunali della Città Metropolitana di Reggio Calabria (in rosso il comune di Reggio Calabria)