Funzioni e finalità della base
Una testimonianza del ruolo cruciale giocato dall’Aspromonte in contesti bellici, si trova nel comune di Roccaforte del Greco, nel cui territorio sorge l’ex base americana di monte Nardello. Conosciuta dai più come “base americana” o “base N.A.T.O.”, fu costruita dall’U.S.A.F. (United States Air Force) nel 1963-65, in piena Guerra Fredda e fungeva da ponte radio tra le basi navali di Sigonella (Catania), Napoli e Comiso (Ragusa). L’infrastruttura faceva parte della rete di sorveglianza aerea degli U.S.A., la cui funzione principale era quella di monitorare lo spazio aereo del Mediterraneo contro eventuali incursioni sovietiche, tramite potenti radar ed antenne di comunicazione. Dalla caserma si effettuava il controllo delle telecomunicazioni e la raccolta e l’elaborazione di dati ed informazioni sensibili. Rimase pienamente operativa fino al 1985, quando l’utilizzo sempre più intensivo delle comunicazioni satellitari la rese obsoleta fino ad essere definitivamente dismessa nel 1993. Venne ubicata sulla vetta del Monte Nardello per la sua posizione strategica rispetto allo Stretto di Messina, crocevia di rotte e comunicazioni, e per la sua quota sufficientemente elevata (1815 m s.l.m.) che favoriva le trasmissioni radiofoniche con la Sicilia.
Antistante la base vi era un edificio con un distaccamento del Reggimento Trasmissioni dell’Esercito Italiano. La sorveglianza dell’intero complesso era assicurata dai Carabinieri che vi avevano sede. La struttura e il ponte radio dell’E.I. erano resi operativi grazie all’energia elettrica fornita dai generatori della base, pertanto, quando questa venne dismessa avvenne lo stesso per questo edificio.
L’infrastruttura e la vita al suo interno
Il complesso di edifici, esteso per un raggio di circa 3.5 km, era costituito principalmente da una serie di capannoni e da imponenti antenne radar. Fornita di alloggi e di tutti i servizi necessari per la permanenza del personale militare e civile sul posto, la struttura, grazie a generatori di energia elettrica, era totalmente autonoma. L’area era delimitata da una recinzione metallica alta più di 2 m sormontata da filo spinato. I militari che prestavano servizio nella caserma erano statunitensi ed alloggiavano sul posto mentre il personale civile, proveniente da Santo Stefano e Gambarie, dopo avere concluso il turno di servizio, tornava nelle proprie abitazioni. La base era attrezzata per garantire loro condizioni di vita più che dignitose per interi mesi: oltre ai dormitori ed alle cucine non mancavano gli spazi di intrattenimento e di svago. Negli anni ‘70, nel pieno della sua operatività, la base ospitò anche 40 unità militari fra soldati semplici ed ufficiali, ridotte a 18 nel 1985 e poi a 7 negli anni ‘90. Nei periodi autunnali ed invernali la base provvedeva con mezzi propri a spazzare la neve dalla strada di accesso, rendendo possibili gli spostamenti verso i centri abitati e permettendo anche agli sportivi che praticavano lo sci di fondo di raggiungere agevolmente il crinale. Tra i più significativi ricordi dei soldati americani che hanno prestato servizio a Nardello: la natura aspra ed incontaminata, la folta vegetazione boschiva che a volte rendeva le strade impraticabili, la vista sulla Sicilia e gli spettacolari tramonti. Si ebbero anche dei matrimoni tra i militari e donne italiane.
“I giorni più belli erano quelli con tante nubi intorno a noi: da Nardello si potevano vedere soltanto la vetta del Montalto e dell’Etna, che spiccavano emergendo dal mare di nuvole. In quei giorni mi sembrava di essere in un posto diverso, con queste “isole” che si potevano vedere da lassù. L’inverno era bellissimo, nevicava davvero molto. La strada d’accesso alla base era difficoltosa da percorrere, i rami sporgenti dei faggi formavano un arco intorno al manto stradale ed era davvero meraviglioso”, ha raccontato nel 2012 Jim Hoose, ex militare dell’U.S.A.F. che vive in Florida e giunse a Nardello nel 1976 in qualità di Sergente Maggiore.
La direzione della base fu sempre disposta a fornire la massima collaborazione a tutte le istituzioni che le si rivolgevano, mettendo a disposizione uomini, mezzi e risorse.
Leggende metropolitane
Sulla base di Nardello circolarono numerose voci, prive di fondamento storico, riguardanti la sua funzione all’interno di un contesto internazionale caratterizzato dalle forti tensioni geopolitiche che hanno segnato la Guerra Fredda. Ecco, quindi, che un progetto statunitense ideato per occuparsi di controllo e monitoraggio delle telecomunicazioni, si trasforma in una copertura messa in atto per celare operazioni militari segrete di spionaggio e sorveglianza. La base diviene un avamposto per la dislocazione di missili balistici atti a difendere gli interessi degli U.S.A. in Europa o perfino un laboratorio segreto creato per condurre esperimenti sugli UFO o sviluppare armi innovative a cui avrebbero collaborato centinaia di addetti ai lavori tra scienziati, tecnici e militari. Un’ipotesi, questa, chiaramente ispirata al ruolo ricoperto dal Campo di Los Alamos (New Mexico) durante la Seconda Guerra Mondiale, sede del progetto Manhattan che portò alla costruzione dei primi ordigni nucleari. L’alone di segretezza e mistero che circondava la base era accresciuto dalla posizione isolata e difficilmente raggiungibile del luogo e soprattutto dal fatto che i militari potevano trascorrere anche molti mesi senza mostrarsi all’esterno del filo spinato che la delimitava, ma ciò era da attribuirsi alla totale autonomia ed autosufficienza della struttura. Fu solo quando la base aprì alcuni spazi al pubblico che molti giovani dalla città e dai paesi vicini si avventurano sul Monte Nardello per vederla da vicino, visitarla ed ascoltare la musica americana dal juke box insieme ai soldati.
Quello che resta oggi
La graduale dismissione della base di Nardello ebbe inizio a partire dalla seconda metà degli anni ‘80, quando i moderni e più affidabili mezzi di comunicazione sostituirono in parte le trasmissioni via radio e gli stessi presìdi difensivi della N.A.T.O. si spostarono progressivamente verso l’Europa dell’Est, allontanandosi dal Mediterraneo centrale. Alla cerimonia di commiato per la chiusura ufficiale della base U.S.A.F., avvenuta presso l’Hotel Centrale di Gambarie, furono presenti gli addetti alla base, il suo Direttore Pietro Iatì, alcuni ufficiali dell’esercito americano, il Sindaco di Santo Stefano ed i rappresentanti delle forze dell’ordine (Carabinieri della Compagnia di Villa San Giovanni, Guardie Forestali del Comando Stazione di Basilicò), per salutare una struttura carica di storia che cessava di esistere, un simbolo della Guerra Fredda in Aspromonte, che resterà soltanto un ricordo per gli americani e gli italiani che lì hanno lavorato per anni.
Nel 1993 la gestione dell’area venne trasferita al Ministero della Difesa italiano, cadendo in totale stato di abbandono. La fine dell’operatività della base americana segnò l’inizio di un lungo periodo di saccheggi, durante il quale i locali della struttura furono danneggiati e depredati senza alcun ritegno: quadri elettrici, infissi, rivestimenti, sistemi di illuminazione, sanitari rendendo la struttura inagibile e fortemente degradata. Diverse furono, negli anni, le proposte per un riutilizzo del sito, convertendolo ad altri scopi, ma ad oggi rimangono molto lontane dall’essere concretizzate. Tra le prime e più interessanti ricordiamo quella di restaurare la base, trasformandola nella sede polifunzionale-logistica dell’allora nascente “Parco Nazionale dell’Aspromonte”, fondato nel 1994. Negli anni successivi al 2000, la base è stata quasi completamente smantellata; a testimonianza del suo passato rimangono solo i basamenti in cemento delle antenne radio, i resti dei tralicci ed i ruderi degli edifici minori, come postazioni di guardia, torrette e containers. Questa misura si è resa necessaria al fine di bonificare l’area dai materiali inquinanti, come eternit e lana di roccia, che si stavano progressivamente disperdendo nell’ambiente circostante a causa del pessimo stato di conservazione in cui versava il sito. Un’altra e più recente proposta di destinazione dell’area è stata quella di costruirvi un osservatorio astronomico, vista la sua posizione privilegiata, lontana dalle fonti di inquinamento luminoso. Un’ipotesi che sarebbe auspicabile dato che l’Aspromonte è unanimemente riconosciuto per essere particolarmente adatto all’osservazione ed alla fotografia astronomica (vedi astrofotografo e Via Lattea da Montalto).
Foto di Roberto Lombi, Alfonso Picone Chiodo, Giuseppe Trovato e da Stretto Web
































































































































































