A cura della redazione de “L’Altro Aspromonte”

La storia degli asili calabresi realizzati dopo il terremoto grazie all’impegno di Umberto Zanotti Bianco è molto bella e sull’argomento abbiamo reperito numeroso e prezioso materiale fotografico.
Il primo sorse a Melicuccà nel 1911 e proprio per questo asilo, Leopoldo Franchetti, allora presidente dell’ANIMI in una lettera del 20 dicembre 1910 incaricò direttamente Maria Montessori, figura centrale nella storia della pedagogia, di scegliere alcune maestre formate al suo metodo, invitandole a venire a lavorare in Calabria.
La baracca di Villa S. Giovanni costruita per i terremotati, assegnata all’ANIMI, venne invece scelta da Umberto Zanotti-Bianco e il gruppo da lui coinvolto, per sistemarsi e pianificare i primi interventi da realizzare nei comuni della Provincia.
Lo ricorderà con commozione tre anni prima della sua morte nel racconto dell’avventura dell’ANIMI (AA.VV., L’Associazione Nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno d’Italia nei suoi primi cinquant’anni di vita, Roma, Collezione Meridionale Editrice, 1960).
Scrive Zanotti-Bianco: <<In quella baracca, ove, per dormire, eravamo stati costretti a costruire l’una sull’altra tante cuccette in cui ci issavamo aiutandoci a vicenda, passammo un periodo di intenso fervore. Sciamavamo all’alba diretti in tutte le direzioni: chi verso un comune montano che ci aveva chiesto una biblioteca; chi per iniziare le trattative per la gestione di un asilo costruito da un comitato di soccorso e rimasto abbandonato; chi verso Reggio per interrogare un ispettore scolastico sulle condizioni delle scuole della sua circoscrizione; chi per radunare in un paese della costa i pescatori e indurli ad unirsi in una cooperativa illustrandone i vantaggi. E la sera, stanchi, ma intimamente lieti, ci raccontavamo le nostre avventure seduti davanti alla baracca […].
Stanchi, perché la tenuità del nostro bilancio non ci permetteva, oltre l’abbonamento ferroviario, di procurarci vetture per penetrare nell’interno della provincia>>
L’asilo di Melicuccà aperto nel febbraio del 1911 ebbe in assegnazione le prime due maestre laiche, con patente per le scuole materne, introdotte nella provincia di Reggio Calabria. Era per quei tempi una piccola rivoluzione ed infatti i problemi non mancarono.
Passammo poi – scrive Zanotti Bianco – “all’asilo o casa dei bambini di Bruzzano Zeffirio costruito in muratura, con una grande aula e due stanzette per una maestra, dal comitato veneto-trentino: anche esso da noi arredato e poté essere pronto nell’autunno dell‟11”.
A Villa S. Giovanni invece quello avviato nel 1914 fu diretto da “tre maestre laiche patentate”.
Le realizzazioni furono tante, seguite con cura una per una.

  • Le informazioni di cui sopra sono tratte da un lavoro di Dottorato del 2009 (dott. Fabio Stizzo) su “Mezzogiorno e questione educativa” reperibile sul internet sito UNICAL.
  • Le immagini sono tratte dall’Archivio dell’ANIMI e da alcuni volumi di seguito indicati
    Serpe Brunella, La Calabria e l’opera dell’ANIMI. Per una storia dell’istruzione in Calabria, Ionia 2004; Alfredo Vadalà, Gli interventi dell’ANIMI nel Comune di Santo Stefano in Aspromonte, Iiriti 2022; Alfredo Focà, Umberto Zanotti Bianco in Aspromonte, Iiriti 2023; Sergio Zoppi, Umberto Zanotti Bianco. Patriota, educatore, meridionalista: il suo progetto e il nostro tempo, Rubbettino 2009
  • Sulla figura di Umberto Zanotti Bianco clicca quì

Sono Carmelo Fiore, nato a Reggio Calabria, pubblico dipendente con l’hobby della fotografia e del trekking.
Fotografo naturalista per passione, svolgo la mia attività amatoriale prevalentemente nel Parco Nazionale dell’Aspromonte ma anche in boschi ed in zone umide della Calabria, dove ogni singola foto è frutto di passione e sacrificio. Nella fotografia naturalistica devi conoscere ogni singolo soggetto e le sue abitudini per poterlo poi immortalare. In compagnia della mia macchina fotografica passo ore in paziente attesa, sopportando l’afa estiva e le fredde mattine invernali, a volte senza portare a casa neanche uno scatto ma poco importa perché mi permette di passare splendide giornate immerso nella natura. Fotografo in prevalenza avifauna, paesaggistica e macro. Cerco in ogni scatto di trasmettere a chi osserva le mie foto la straordinaria bellezza della natura. Ma la gratificazione viene anche dai riconoscimenti ottenuti in concorsi nazionali e con la pubblicazione di mie foto in edizioni prestigiose.

Chiarisco che per misteri intendo piccoli dubbi, brandelli di piccole storie che mi incuriosiscono. Nulla di sensazionale ma tessere che mi diverto a mettere insieme per comporre, se possibile, un mosaico più chiaro sull’identità dell’Aspromonte e di chi lo ha abitato.
Nel 2021, in occasione della ricerca linguistica condotta nell’area di Roghudi, tra i circa 300 toponimi riferiti dagli anziani mi aveva colpito fontana di bronzo, da loro ubicata nei pressi dell’attuale diga del Menta. Il toponimo non era riportato sulle carte dell’IGMI del 1990 o degli anni ’50 e nemmeno nella C.T.R. scala 1:10.000 del 1957. Mi ricordai però che anni fa all’Archivio di Stato avevo consultato una carta del 1874, relativa alla parte alta della fiumara Amendolea, con un elenco di toponimi e relative confinazioni. Andai a rivederla e, colpo di scena, il perito agrimensore Giovambattista Cotronei riportava: fontana di bronzo!
Quindi il toponimo trasmesso oralmente aveva anche una conferma documentale!
Sul significato del toponimo scartai l’ipotesi che interpretava bronzo come derivante da ronzo=ronzino, asino e quindi fontana ru sceccu. Anche in questo caso mi affidai alla fonte orale e seppi che, nell’area grecanica e anche ad Africo, quando si deve citare una sorgente dalla portata copiosa e con acqua fine si dice nesci nu bronzu d’acqua.
Rimaneva da individuare la fontana.
Con l’aiuto del cartografo dr. Francesco Manti la collocazione sembrava coincidesse con la fonte posta all’inizio del sentiero che accede o schicciu da Spana meglio conosciute come cascate di Maesano. Ma questa fonte per i locali è detta fontana da Serra, per la presenza nel passato di una segheria.
Successivamente feci un sopralluogo con l’arch. Domenico Malaspina, esperto di viabilità antica. Trovammo, in una pendice tra i faggi, una sorgente con una cospicua portata d’acqua. Il sito era stato però modificato dalle frane, dalle radici degli alberi, dai cinghiali. Comunque ritenemmo potesse essere stata la sorgente che alimentava la fontana di bronzo. E nel 2022 ne diedi notizia sui social.
Ma la storia non era finita. L’anno scorso fui avvicinato da Antonio Maesano, vicedirettore della Coldiretti, che con toni garbati mi disse che quella che avevo preso per fontana di bronzo non lo era.
La sua famiglia è originaria di Roghudi e allevava bovini proprio nelle montagne sopra il paese, giungendo, nella bella stagione, sino alle pendici di Montalto. La fontana di bronzo era quindi ben conosciuta dagli anziani di Roghudi e di Ghorio di Roghudi e Antonio ne conosceva l’ubicazione. Gli chiesi allora di guidarmi sul posto e, finalmente, una domenica di novembre ci siamo dati appuntamento alla diga del Menta.
L’escursione, al di là dell’obiettivo della mia ricerca, fu emozionante perché Antonio, accompagnato dal fratello Salvatore, conosceva molto bene i luoghi e la vita che vi scorreva. La montagna, raccontata da loro, si ripopolò di toponimi, aneddoti, attività, boscaioli, pastori, animali.
Imboccammo la pista che, dalla confluenza del torrente Menta con l’Amendolea, sale ai campi di Lia. Superato il tratto più ripido lasciammo la pista per individuare, sotto di essa, un sentiero appena accennato che seguiva la curva di livello. Eravamo all’origine dell’impluvio sotto il quale si trovava la “fontana” individuata con Malaspina. Una decina di minuti di cammino ed eccola, in un incavo della roccia, la vera fontana di bronzo.
Insediata dalle radici dei faggi ma con una piccola conca dove si raccoglieva l’acqua limpida e gelida. I fratelli Maesano avevano portato qualche piccolo attrezzo coi quali cercare di rimediare all’abbandono della fontana e una bottiglia che riempirono d’acqua. Immaginai la commozione dei loro anziani ai quali l’avrebbero portata.
Tornai lieto di aver conosciuto l’altro Aspromonte.

Plinio, Strabone e altri storici dell’età antica descrivono come navigabili gran parte dei fiumi calabresi. L’affermazione, soprattutto riferita alle fiumare aspromontane, mi ha sempre lasciato perplesso per cui di recente con l’amico e geografo prof. Renato Crucitti abbiamo approfondito la questione. Tralasciando ovviamente le notizie riportate in rete senza alcuna fonte bibliografica o documentale.
Abbiamo iniziato leggendo “Fiumi “navigabili” nella Locride antica” di Emilio Barillaro edito nel 1973 nel quale l’autore già cita il termine “navigabilità” tra virgolette e ne abbiamo proposto la lettura ad alcuni esperti.
Ne riportiamo il giudizio.
Prof. Marino Sorriso Valvo, geologo tra i massimi esperti in e di Calabria.
“Non è pensabile che qualcuna delle nostre fiumare fosse navigabile, dato che le fiumare hanno mantenuto, nei millenni, l’aspetto che hanno ai giorni nostri. Questo l’ho potuto dimostrare datando i depositi alluvionali antichi di diverse fiumare calabresi e, considerando che la fiumara ha una tale velocità evolutiva che non è compatibile con un tratto finale a bassa pendenza, come richiede un canale fluviale perenne e profondo: se così fosse, non vi troveremo depositi a grande granulometria e letti fluviali a elevata pendenza.
Insomma: Plinio, e tutti gli storici antichi, devono aver scambiato per letti fluviali le darsene che i Greci, ma anche i Fenici, costruivano per poter accogliere i loro navigli”
Di seguito il parere del dr. Gerardo Pontecorvo, dottore forestale e geografo.
“Ho letto con curiosità la pubblicazione che pur ricca di informazioni storiche è frutto di parecchia fantasia.
Certo che è affascinante pensare a fiumi navigabili al posto di aride fiumare ma la realtà fisiografica della Calabria odierna e antica non ce lo consente.
Non sono mai stati i disboscamenti, le frane e/o gli arretramenti di costa a determinare la navigabilità di un fiume. E non potrebbero esserlo. Questa dipende invece dall’ampiezza del bacino idrografico, dalla quantità di acqua (pioggia, neve, ghiacciai) e dal regime pluviometrico e di conseguenza dalla portata del corso d’acqua in termini di metri cubi e costanza di deflusso.
Prendiamo un bacino per tutti, quello dell’Amendolea il più grande. Pensa che il suo bacino è di appena 150 km2 (il Laverde è di 130). Quello del fiume Crati è invece di ben 2440 km2, ma non è, e non è mai stato, navigabile (verificato da approfonditi studi scientifici). Eppure, ancora oggi ha una portata massima di ben 36 m3/sec
Per non parlare della pendenza media! Quella dell’Amendolea, (circa 10%) per assurdo ricolma d’acqua non consentirebbe nemmeno al più potente dei motoscafi di risalirla!
Dunque, seppure il regime pluviometrico nelle epoche descritte nell’opuscolo (dalla Magna Grecia al medioevo) anziché di tipo mediterraneo fosse stato di tipo misto equatoriale/oceanico (che ovviamente non esiste) con pioggia abbondante per tutti i 365 giorni dell’anno non avremmo certo un fiume navigabile!
Come riportato nello stesso opuscolo, poiché quella dell’Amendolea è una valle molto ampia (conseguenza dell’emersione del massiccio dell’Aspromonte) potrebbe darsi che il mare vi entrasse per centinaia di metri (come nei fiordi norvegesi) costituendo un riparo per i natanti. Poi con la progressiva e naturale erosione dei versanti non sufficientemente compensata dal sollevamento della crosta terrestre il fiordo è stato interrato.
Anche per le altre fiumare si può al massimo pensare a qualche breve rientranza marina che nell’immaginario storico dell’autore si sono trasformate in veri e propri porti per grandi navi e in imponenti fiumi navigabili.”
Abbiamo consultato anche gli scritti dell’archeologo Giuseppe Cordiano, che ha indagato a lungo l’area tra Reggio e Locri.
Afferma che fino almeno a tutto il XVIII secolo cingevano l’Aspromonte una serie di potenziali approdi naturali costituiti in primo luogo dalle foci delle fiumare e dalle lagune costiere, soprattutto se al riparo di rilievi e presso sorgenti d’acqua dolce.
Circa il comprensorio dell’odierno Capo Bruzzano, sul quale ha indagato maggiormente, l’analisi topografica consente di intravedere dove naturalmente immaginare approdi per la navigazione a vela di medio-piccolo cabotaggio da età antica fino al XVIII secolo. A tale funzione hanno adempiuto a sud a ridosso della costa, fino almeno al 1781, le località chiamate Pantano Piccolo, alla base dei colli occupati in età bizantina da Brancaleone Vecchio, sia poco più a nord in special modo Pantano Grande, formato dal tratto terminale e dalla foce della fiumara di Bruzzano. Quest’ultima, prima delle bonifiche novecentesche, presentava un’ampia laguna portuosa che penetrava verso l’interno per 6 km e nel tratto più interno un’ansa molto ben al riparo dai sostenuti venti del quadrante orientale.
Infine i più recenti studi sulla geomorfologia aspromontana mostrano come nella sua porzione ionica, da sempre tettonicamente attiva in quanto in fase di forte sollevamento, il livello del mare fosse in età greco-romana un po’ più basso dell’attuale (tra i -2 ed i -0,80 m) ed in seguito sia anche intervenuto il fenomeno delle forti alluvioni e frane di notevole importanza morfologica (agevolate anche da un sempre più energico disboscamento del manto boschivo) che hanno causato l’interro di varie foci portuose in zona.
Per quanto sinora esposto riteniamo che la navigabilità si limitasse alla parte più prossima alla foce dove il mare, penetrando nel corso d’acqua, consentiva un approdo sicuro. Forse favorita dalla probabile maggiore copertura arborea nel passato dei versanti e delle rive del corso d’acqua così da consentire una portata più costante di quella che ora caratterizza le fiumare aspromontane.

Alcuni dei testi consultati:

  • Tra Rhegion e Lokroi Epizephyrioi, Un quindicennio di ricerche topografico-archeologiche tra Palizzi e Capo Bruzzano a cura di Giuseppe Cordiano, ETS 2014
  • Tra il Torbido e il Condojanni. Indagini archeologiche nella locride per i lavori ANAS della nuova 106 (2007-2013) a cura di Rossella Agostino e M. Maddalena Sica, Rubbettino, 2019

Eco Aspromonte è stata una banconota-voucher, circolata nel territorio del Parco Nazionale dell’Aspromonte dal 2003 al 2005, che nacque da un’idea dell’allora presidente dell’Ente Tonino Perna. Questo esperimento sociale consistette nell’emissione di una moneta, spendibile esclusivamente all’interno dei comuni del parco, per acquistare merci, beni e pagare servizi, presso gli esercizi convenzionati con l’Ente Parco, beneficiando di sconti e promozioni.
Una moneta vera e propria coniata dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato e supportata dalla Banca popolare Etica di Padova, prima banca per lo sviluppo solidale nata in Europa e regolarmente riconosciuta.
Tale moneta, a circolazione limitata, pagabile a vista al portatore, poteva essere utilizzata a parità di cambio con l’Euro ma del quale non costituiva una contestazione, né una forma di concorrenza.
Essa ha rappresentato per il Parco calabrese un’occasione di rilancio dell’economia locale, un ulteriore motivo di orgoglio per i suoi cittadini che ne rafforzava il senso di identità. Elemento di curiosità e attrazione per i turisti incentivando gli acquisti di beni e prodotti tipici.
Trattandosi di banconote “con scadenza” (vedi timbro impresso sulle stesse), Eco Aspromonte aveva corso legale limitato nel tempo e non poteva essere usato come riserva di valore, impedendo così l’accumulo di moneta inoperosa, ma soltanto come mezzo di pagamento, oltre che nel collezionismo numismatico e come gadget. Entro la scadenza il possessore di banconote Eco-Aspromonte aveva diritto a convertirle in Euro presso i centri di cambio valuta abilitati convenzionati con l’Ente Parco.
La stampa, sulle banconote, disponibili in quattro tagli (Eco 1, 2, 5 e 10), dall’elevato valore estetico, è stata realizzata sulla base del progetto grafico risultato vincitore di un concorso nazionale bandito dall’Ente Parco. La scelta dei soggetti, rispettivamente il Gufo, la Quercia, il Lupo ed il Rovo con sfondi a tema floristico e paesaggistico è rappresentativa degli ambienti aspromontani.
L’esperimento ebbe breve durata dato che alla scadenza del mandato del Presidente Perna, l’Ente Parco fu Commissariato e annullò l’iniziativa. A me rimane un’elegante cartellina che raccoglie le 4 banconote e ne racconta la storia. Inclusa la Carta della Civiltà dell’Aspromonte. Non so se il suo valore numismatico è importante ma è il ricordo di un altro Aspromonte.

Si ringrazia per la collaborazione Giuseppe Arcidiaco

 

Nel 2023 sono stati ricordati i sessant’anni dalla morte di Umberto Zanotti Bianco (1889-1963), eccezionale figura di meridionalista, e soprattutto infaticabile pioniere del riscatto culturale e sociale dell’Aspromonte (anche da temprato “camminatore”, non solo sulle carte).
Scoprì l’Aspromonte giovanissimo, nello slancio di quello che fu un gruppo di cattolici “modernisti” giunti a Reggio per il soccorso alle vittime del terremoto del 1908 (lui che era nato a Creta da un padre ambasciatore piemontese e da madre inglese); pubblicò già nel 1910 (a ventun anni !) insieme a Giovanni Malvezzi una minuziosa indagine sullo stato dei paesi dell’Aspromonte Occidentale (su 36 dei 48 comuni della fascia tirrenica dell’Aspromonte); lo stesso anno, fondata assieme ad altri intellettuali l’Associazione Nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno d’Italia (l’ANIMI) non lo lasciò più, continuando fino agli anni ‘60 a seguire le tante realtà (asili, scuole, biblioteche, ma anche centri diagnostici, antimalarici, cooperative tessili, ecc.) nate dal 1913 in poi, con periodiche brevi visite a Reggio, presso i locali del Cipresseto, la sua “casa” reggina, ove occupava un piccolo appartamento, vi teneva un pianoforte e custodiva tanti ricordi dei suoi viaggi.
Zanotti Bianco, come è noto, è stato protagonista di tante altre cose splendide e lontanissime dall’Aspromonte: animatore di missioni di soccorso in occasione della carestia del 1921 in Russia nelle regioni del Volga, dove si stima che morirono 2.000.00 di persone, fondatore di strutture di accoglienza in Italia per i profughi armeni in fuga dopo il genocidio turco del 1916, grande archeologo (autodidatta) amico e collega di Paolo Orsi, impegnato tra il 1934 ed il 1940 in campagne di scavi (sua la scoperta del santuario di Hera Argiva nelle vicinanze di Paestum), antifascista tenace e discreto, costantemente “osservato” dalla polizia fascista, ma protetto fino ai limiti del possibile dalla principessa Maria José di Savoia, poi nel 1941 anche in carcere, poi presidente della Croce Rossa dal 1944 al 1949, senatore a vita, nominato da Luigi Einaudi nel 1952, fondatore nel 1954 di Italia Nostra. E l’elenco è di certo incompleto.
Un gigante del ‘900 insomma, come in altri casi forse più “commemorato” che riletto e meditato sebbene diverse pubblicazioni negli ultimi anni, a partire dagli scritti di Pasquale Amato, ne abbiano meritoriamente e pregevolmente tratteggiato la poliedrica figura a livello sia nazionale, che locale (Grasso, Zoppi, Venniro, Focà, Vadalà, ecc.).
Non c’è da stupirsi molto. La miseria di quel pane nero africoto (di farina di cicerchia, lenticchie e orzo) che spediva ai benefattori dell’alta società negli anni ‘30 alla ricerca di donazioni per sostenere scuole rurali e biblioteche popolari non esiste più, le scuole elementari e agli asili che l’associazione aveva allestito anche a Reggio e in tanti paesini della Calabria e della Basilicata per promuovere l’alfabetizzazione e l’educazione popolare, sono un ricordo del passato.
Resta in Aspromonte, forse l’unico segno tangibile del suo passaggio ancora vivo e ben conservato, quel piccolo gioiello di struttura montana, a disposizione soprattutto di parrocchie e gruppi scout, che è la Colonia Franchetti, incastonata nei boschi di Mannoli, intitolata al primo presidente dell’ANIMI, Leopoldo Franchetti.
Non sono mancate poi certo in Calabria le intitolazioni di vie, piazze, scuole e biblioteche, ma si tratta di quella memoria facile e spesso sterile, che con la sua passione civile avrebbe oggi sicuramente evitato.
Testo di Francesco Tripodi

Immagini dall’Archivio ANIMI e dalla rete

 

 

Ho notato un’area di Reggio Calabria con un’ubicazione analoga a una località di Roghudi. Ambedue infatti si chiamano “Mesapotamò”, dal greco “in mezzo ai fiumi”. Quella in città è nella zona di San Sperato, tra le fiumare Calopinace e Sant’Agata.
Due immagini aeree scattate a distanza di oltre mezzo secolo documentano l’assalto dell’urbanizzazione.

 

Antonio Vottari detto Scarpina era un pastore che aveva l’ovile lungo il tragitto che portava al lago Costantino e quindi da me spesso frequentato a cominciare dagli anni ‘80. Scarpina è scomparso nel 2002, il lago qualche anno dopo e l’area è caduta nell’oblio. Mesi fa però, da Serro d’Acro, sotto Pietra Castello, ho rivisto la contrada Pezzi, ove era sito l’ovile. Ho avuto nostalgia di tornarvi e Santo, il figlio di Antonio Vottari, mi ha gentilmente accompagnato. La fiumara Bonamico, in quel mese di giugno, è ancora gonfia d’acqua pertanto con un fuoristrada la guadiamo e saliamo sino a Pìrria, sul versante destro del torrente. Da lì un percorso per me inedito, seguendo tracce ormai labili che solo Santo sa vedere. Incontrando ovili abbandonati, armacere e terrate dirute. Dentro una fitta e ombrosa lecceta ma che ogni tanto apre affacci sulla fiumara e sulle vertiginose pareti di Pietra Castello. Ai toponimi citati nella cartografia dell’I.G.M.I.  e della C.T.R. si aggiungono quelli conosciuti da Santo. Un rosario di nomi che bisbigliano leggende come Bottiglerìo, il vallone nel quale furono gettati dal castello, in una botte,  il conte cattivo e il paggio traditore. O mestieri come Fassari, dall’arabo fabbricante di stuoie; piante come Cessarè dal greco cisto, Napordà = cardi; uccelli come Pìrria dal greco pettirosso; nomi come Agàsi = Agata; indicativi dell’orografia come Anzari dall’arabo terrazza, cioè luogo pianeggiante presso un dirupo; memoria di luoghi sacri come Costantino dove esisteva un monastero. Mi sembra di essere in Australia lungo le vie dei canti narrate da Bruce Chatwin.
Entrando e uscendo da valloni scendiamo infine alla fiumara Bonamico, poco a valle della frana di Costantino, quella che ostruì il corso d’acqua creando il lago omonimo.  Imponente, tormentata, disseminata di massi enormi ma ci spostiamo al pianeggiante terrazzo alluvionale ai piedi dell’ovile e già alcuni muretti sono i segni dell’attività di dissodamento di Scarpina che qui, nella bella stagione, coltivava l’orto. Poco distante, la sorgente di Pezzi. E proprio questo toponimo mi fa pensare che potrebbe assimilarsi a Punta Pezzo, presso Cannitello, luogo più stretto tra Calabria e Sicilia. Infatti Pezzi si trova proprio nel punto in cui la fiumara Bonamico si restringe. Era lì che i Vottari avevano realizzato un’ardita passerella con cavi d’acciaio ancorati a uno scoglio roccioso in mezzo alla fiumara.
Saliamo alla baracca e a quello che rimane del giardino che aveva alberi da frutto di ogni tipo. Convogliando l’acqua di una sorgente, Scarpina aveva creato una vera oasi nel deserto dove spesso noi escursionisti, arrostiti dall’infuocata pietraia della fiumara, ci rifugiavamo. Ma l’offerta dell’irrinunciabile bicchiere di vino ci stordiva del tutto.
Ora Santo deve combattere contro la vegetazione che sta ingoiando l’ovile, contro i cinghiali e le vacche che assediano il frutteto scalzando ogni recinzione. Un impegno gravoso, considerando anche le ore di cammino necessarie per giungere sul posto. Un onere che si è dato solo per motivi affettivi ma che non sa sino a quando potrà assolvere.

Ringrazio per la premurosa collaborazione i parenti di Scarpina e per l’assistenza audio-video Giuseppe Intravaia.

Approfondimenti

Scarpina
Lago Costantino
Sorgente Pezzi mappa
Passerella fiumara

Frequento l’Aspromonte da diverso tempo e questo, unitamente alle immagini che ho scattato, mi consente di osservare come sono mutate alcune aree.
Nel caso che espongo sono stati gli alberi, piantati dall’uomo, a cancellare un ambiente.
Si tratta di quella che, sino agli anni ’80, era la radura di Cannavi, alle pendici sud del monte omonimo, tra i comuni di Delianuova e San Luca. Attraversata da una stradina asfaltata, ai tempi una pista sterrata, che da Montalto segue il versante sinistro della vallata del Bonamico.
L’improvvida decisione delle autorità forestali dell’epoca fu di piantare alberi. In una radura in leggero declivio, senza nessun problema di dissesto o di erosione. Probabilmente la facile accessibilità, la necessità di occupare la manodopera e di utilizzare il materiale vivaistico disponibile furono motivi sufficienti.
È stato così cancellato un importante elemento naturale del mosaico di ambienti che compone il paesaggio montano. Un paesaggio che è tanto più pregevole tanto più presenta ambienti diversi, con alternanza di boschi e radure, di pieni e di vuoti.
La radura inoltre, rispetto al sottobosco, forma un ecosistema profondamente diverso, risultando fondamentale per gli animali erbivori che lo usano abitualmente come superficie da pascolo (per esempio i tassi, le lepri, i caprioli). O per le farfalle dato che nelle radure si sviluppano un gran numero di piante erbacee delle quali si nutrono questi insetti. Insomma la varietà di ambienti contribuisce ad avere un elevato livello di biodiversità.
Radure, conche che un nostro autorevole geografo come Luigi Lacquaniti interpretò come tracce glaciali quaternarie, “circhi glaciali dalla forma classica a scodella aperta, limitata a monte, da pareti abrupte, con fianchi che, lateralmente, si raddolciscono, raccordandosi in curva sul fondo. In basso le cavità sono accompagnate da una barra rocciosa, ricoperta parzialmente da cordoni morenici. Il fondo che è ricoperto, maggiormente verso la barra, da uno strato di terra vegetale mescolato a frammenti rocciosi a spigoli netti, si presenta appena inciso da un solco di raccolta delle acque di pioggia o di fondita delle nevi, senza che ne sia modificato il caratteristico profilo glaciale.” (1)
Nei pressi la località denominata col termine dialettale “La squella” (o squeda) indica la scodella e in particolare una vasca circolare e incavata usata nel frantoio.
Tutto ciò è stato cancellato, con l’aggravio che non abbiamo nemmeno un bosco.
Nel tempo quell’impianto artificiale (tale perché realizzato dall’uomo) non è stato poi curato, non sono stati effettuati i necessari diradamenti e sfoltimenti. Ora è una sequela fitta di alberi filati, mal cresciuti, facili a essere schiantati da neve e vento, attraverso i quali non penetra la luce e quindi senza alcun sottobosco, facile preda del fuoco per la vicinanza delle piante.
Né mai il Parco Nazionale dell’Aspromonte si è preso la briga di effettuare degli interventi di restauro ambientale, in questa come in altre aree analoghe. Nonostante nel Piano del Parco, redatto per gli aspetti forestali da eccellenti professionisti e accademici della materia, tali problematiche e le possibili soluzioni siano state indicate.
In conclusione: non sempre piantare alberi è utile.

Le immagini mostrano una sequenza cronologica di Cannavi dal 1988 ad oggi con alcune attuali della vicina radura di Tabaccari, risparmiata dalla frenesia da rimboschimento.

(1) Luigi Lacquaniti, Le tracce glaciali quanternaria e l’antico limite altimetrico delle nevi nell’Aspromonte, Atti della XLII Riunione della Società per il progresso delle scienze, Roma 1951

 

Fino a qualche decennio fa, ai piedi di Pietra Cappa, era probabile l’incontro con Bastiano Codespoti di Natile, pastore il cui ovile era sotto le rocce di San Pietro. Suonatore di zampogna e di doppio flauto di canna che costruiva da sé, strumento discendente da quelli raffigurati sugli antichi vasi greci e chiamato sulavri. Abile nell’intaglio del legno, costruiva e spesso regalava cucchiai e forchette.
Un personaggio ieratico del quale parlammo, io e Francesco Bevilacqua, nella nostra guida dell’Aspromonte del 1999 GUIDA ASPROMONTE
Mite, affabile ci raccontava di re e di regine, di fate e di cavalieri, nascosti nelle torri di roccia che sbucavano nella fitta lecceta tra San Luca e Careri, quella che poi battezzammo la vallata delle Grandi Pietre.
È rimasta proverbiale l’abilità di Bastiano nello scalare Pietra Cappa suonando la zampogna e portandosi appresso perfino il gregge.
Diventammo amici tanto che un giorno lo incontrai, al casello di San Giorgio di Pietra Cappa, e mi disse che a breve avrebbe sposato la figlia. Io lo ascoltai e quando si congedò, con la stretta di mano, pronunciò la parola “ ’mbitatu ”.  Non capii ma gli operai forestali che erano al casello mi spiegarono  che ero stato invitato al matrimonio!
Simpatico anche per l’ospitalità “organizzata”: incontrandolo in montagna al seguito del gregge, con l’immancabile giacca poggiata sulle spalle, mi offriva una birra (d’estate) o un caffè corretto con anice (d’inverno) tirati fuori dalle maniche della giacca annodate in fondo e trasformata in dispensa, in bar ambulante.
Di questa consuetudine tra i pastori scrive Corrado Alvaro in “L’età breve”. “Una volta mio padre mi mandò uno dei nostri contadini a portarmi certa roba. Il contadino aveva una sua bisaccia; no, che dico? Aveva le provviste di viaggio messe nella manica della giacca, la giacca la portava sulla spalla, la manica era legata in fondo, faceva come un sacco. Io ero stanco di quelle pappe che ci davano, e ficcai la mano in quella riserva, e trovai un pezzo di salsiccia, un bel pezzo di pane di grano, formaggio, frutta, e mi misi a mangiare avidamente.”
Camminate, gente, camminate! Anche se non si incontra più Bastiano Codespoti, il suo spirito aleggia nella vallata delle Grandi Pietre accompagnandosi a re, regine, fate e cavalieri.

APPROFONDIMENTI
Sebastiano Codespoti nasce a Natile di Careri il 13/12/1933 e muore il 25/03/2014, ne ha scritto Francesco Bevilacqua in “Le fantasticherie del camminatore errante” e un mio articolo è apparso sulla RIVISTA DEL TREKKING
Il Parco ha ricostruito l’antico ovile, inclusa la cosiddetta “casetta” ma senza alcuna attinenza con I canoni tradizionali. Così come irrispettoso del luogo è il TOTEM realizzato dal Parco di fronte all’asceterio di S Pietro.