I vertici geodetici
Con il termine vertice geodetico (o vertice topografico o punto trigonometrico) si intende ciascuno dei vertici che va a formare una triangolazione, finalizzata ai calcoli accurati delle distanze che si effettuano in geodesia e topografia. Per tracciare una carta topografica è necessario, infatti, per prima cosa inquadrare il territorio interessato ricoprendolo con una fitta rete di punti, dei quali occorre conoscere le distanze reciproche con precisione centimetrica. Prima dell’avvento delle reti di satelliti artificiali, tale procedura preliminare era effettuata collegando tali punti secondo uno schema a maglie triangolari, detto appunto triangolazione. In genere, per la collocazione di tali vertici si scelgono punti ben visibili dalle zone circostanti ad esempio la cima di un monte o di una torre. Ogni vertice della rete geodetica è collocato ad una distanza opportuna dagli altri e la sua esatta posizione viene segnalata e materializzata da centrini o placche metalliche fissati direttamente sul terreno oppure posti su appositi manufatti in cemento o in metallo, quali colonne e pilastri, a base quadrangolare, rotonda o talvolta triangolare. Ogni punto geodetico individua, pertanto, una ben precisa posizione sulla superficie terrestre e le sue coordinate geografiche (latitudine e longitudine) e la relativa quota altimetrica sono note con estrema precisione. Essi sono fondamentali non soltanto per scopi di rilevamento cartografico e per la stesura di mappe e carte topografiche, ma anche per condurre misure ingegneristiche di precisione, per esempio per correlare rilievi ed elementi del territorio a precisi ed univoci sistemi di coordinate. Gli stessi vertici possono, inoltre, essere utilizzati per rilevare spostamenti del terreno e deformazioni di crosta, necessari all’interpretazione di eventi sismici o di dissesto geologico.

La Rete Geodetica Italiana ed il ruolo dell’Aspromonte
La costruzione della Rete Geodetica Italiana, a cura dell’Istituto Geografico Militare (IGM), iniziò con l’Unità d’Italia e si concluse nel 1919. Per rilevare e rappresentare l’Italia sono stati istituiti, posizionati e misurati oltre 20.000 vertici, disseminati su tutto il territorio nazionale, dalle Alpi, a Pantelleria, organizzati gerarchicamente in quattro ordini in base alla vastità dell’orizzonte dominato ed osservabile. I vertici del primo ordine sono circa 300 e sono dislocati tipicamente a 30-50 km l’uno dall’altro, ma in alcuni casi raggiungono anche i 100 km, come per quelli posti nelle isole. Essi costituiscono la rete geodetica fondamentale di inquadramento del territorio nazionale da cui discendono e dipendono tutti gli altri punti di ordine inferiore. I vertici del secondo ordine sono dislocati a partire dai centri dei triangoli del primo ordine, assunti come privi di errore; i due ordini successivi sono costituiti da ulteriori vertici e formano triangoli a partire dai vertici degli ordini superiori. I vertici dei primi due ordini sono contrassegnati da un basamento in calcestruzzo dotato di due centrini: uno collocato sulla sommità ed uno in profondità. L’intento è quello di renderli stabili, riconoscibili e durevoli nel tempo, inoltre il pilastro permette di installare adeguatamente eventuali strumenti per effettuare rilevamenti topografici. Il centrino profondo garantisce che il punto possa essere recuperato anche se la parte superiore venisse dispersa o danneggiata. I vertici dei due ordini inferiori, per ragioni analoghe, presentano un centrino al livello del terreno ed uno più profondo. Anche sulla cima dell’Aspromonte, il Montalto, sono presenti due punti trigonometrici: uno dell’IGM ben visibile salendo dal versante ovest, in quanto posto su un piccolo basamento in cemento (Fig 1) ed uno della Defense Mapping Agency (DMA) degli USA posto a livello del terreno sulla parte est della vetta (Fig 8).

 

Il vertice italiano dell’Istituto Geografico Militare
Il vertice IGM di Montalto appartiene alla rete geodetica italiana del primo ordine, essendo posizionato sul punto più alto e dominante del massiccio dell’Aspromonte. Nel volume “La Rosa dei Venti di Montalto” (1) edito nel 1994 dal Gruppo Escursionisti d’Aspromonte (GEA) si legge, tra l’altro, il fondamentale ruolo di Montalto nella geodesia italiana. Esso rappresenta, infatti, il vertice meridionale della rete geodetica peninsulare. Le prime tracce di questa poco nota funzione nazionale di Montalto si trovano negli archivi della Direzione Geodetica dell’IGM (Firenze) e risalgono al 1869, anno in cui risulta istituito il primo punto trigonometrico di Montalto. Si legge, infatti: “Montalto – Segnale in secco rivestito di muratura eretto sul monte così indicato sulle carte e ch’è la vetta più alta dell’Aspromonte, ove ha termine la catena dell’Appennino continentale”. Ma quel “segnale in secco”, un monumento tronco piramidale alto più di 6 metri (ricostruzione in fig 4), costruito per essere visibile da decine di chilometri, non è giunto ai nostri giorni. Non se ne conosce la ragione, ciò che è noto è che nel 1901, venne eretta la prima statua del Redentore di Montalto le cui vicende si intrecciarono con i vari capisaldi dell’IGM (Storia della statua del Redentore). La seconda testimonianza, è quella di un topografo dell’IGM che, nel 1906, segnala, a seguito di una ricognizione: “Segnale preesistente distrutto, essendo costruito al posto del pilastrino una statua dedicata al Redentore. Il segnale attuale è l’asse del monumento”. Successivamente, nel 1935 un ufficiale del Corpo d’Armata di Napoli conferma quella ricognizione scrivendo alla stazione Carabinieri di San Luca: “Sulla cima di Montalto, la più elevata del massiccio dell’Aspromonte, non v’è più traccia del segnale trigonometrico. Alla sommità del detto monte, dove presumibilmente doveva sorgere il segnale è stata eretta fin dal 1900 una grossa statua in bronzo del Redentore.” Nel 1937 un altro operatore dell’IGM, inviato in missione per misure di triangolazione, trova una situazione ancora cambiata e scrive: “Rintracciato il solo basamento di fondazione della statua del Redentore del 1906. Al centro della piattaforma è stato posto un centrino di fondo. Si è costruito quindi un pilastrino in cemento armato con centrino di superficie alla sommità”. Si tratta della materializzazione tutt’ora esistente e, insieme ad essa, l’operatore segnala: “A 19.56 m dal centro trigonometrico, esiste una nuova statua del Redentore, eretta posteriormente ed in un luogo diverso dalla precedente”.

Il vertice USA della Defense Mapping Agency
Perché un survey marker (punto trigonometrico) della DMA viene posto nel 1978 su Montalto? La DMA viene costituita dal Dipartimento della Difesa degli USA nel 1972, riunendo in un’unica organizzazione i servizi di mappatura, creazione di grafici, geodesia, oceanografia, idrografia, cartografia aeronautica e militare. Questa nuova organizzazione, per quasi un quarto di secolo, fino al 1996, ha svolto le funzioni di produzione e distribuzione a livello globale di mappe, grafici, dati di posizionamento e dati digitali per le operazioni militari. Per questa ragione i vertici trigonometrici della DMA sono stati distribuiti anche al di fuori degli USA e perfino in Aspromonte. Ricordiamo, inoltre, che in quegli anni era attiva la base USAF di Nardello, sita a pochi chilometri da Montalto ed oggi dismessa (storia della base). Nel 1996, la DMA è stata inglobata nella National Imagery and Mapping Agency (NIMA), che in seguito è diventata National Geospatial-Intelligence Agency (NGA).

 

La tutela dei punti trigonometrici
In Italia, danneggiare, spostare, rimuovere o rendere inservibile un punto trigonometrico è severamente vietato dalla Legge n° 1024 del 3 giugno 1935, che tutela oltre che i punti trigonometrici, anche i capisaldi di livellazione, i riferimenti geodetici, magnetici o gravimetrici installati dallo Stato sul territorio nazionale. Come nel caso del vertice IGM di Montalto tale Legge è spesso riportata sul centrino metallico (fig 7). Ciò purtroppo, non è servito a salvaguardarlo da un recente danneggiamento del pilastro sottostante, per fortuna tempestivamente riparato nel 2021 dai volontari dell’Associazione Amici di Montalto. Dal 1994 questo vertice è anche collegato alla rete globale dei satelliti GPS (Global Position System) e fa parte della nuova rete fondamentale italiana, determinata con metodologie satellitari e denominata IGM95. Dall’alto dei suoi 1955.92 m (quota sul livello del mare della sommità del pilastrino), Montalto svolge dal 1869 un ruolo importante e silenzioso: esso è insieme antico custode delle misure dei nostri avi e giovane testimone dei metodi della moderna geodesia e topografia. Segnaliamo, infine, sempre su Montalto, i resti di un plausibile e più antico punto trigonometrico che sono individuabili a pochi metri dal basamento dell’attuale statua del Redentore e di fronte ad essa (fig 10). Che siano i resti del primo vertice, istituito dall’IGM in quel lontano 1869?

NOTE:

  • La Rosa dei Venti di Montalto è un manufatto in pietra e bronzo, ricavato da un monoblocco di pietra di Lazzaro, pesante oltre 1200 kg. L’opera ideata e realizzata dal GEA, è opera di Antonio Casillo.

dell’Archimandrita Benedetto Colucci

Supra li munti, supra sta vetta c’è na Mamma che a tutti spetta e li soi figli so puntuali ogni annu la vannu a truvari…

 

Ci sono luoghi che non si visitano. Si raggiungono. E ci sono santuari che non appartengono soltanto alla geografia, ma all’identità di un popolo.
Ieri, per la sesta volta, sono salito a piedi al Santuario della Madonna della Montagna di Polsi. Era la prima volta dopo la sua riapertura e il mio primo pellegrinaggio interamente a piedi partendo da Montalto. Camminare verso Polsi significa lasciare che la montagna detti il ritmo del cuore:
ogni passo diventa preghiera,
ogni salita una piccola rinuncia,
ogni silenzio una parola che Dio pronuncia nell’anima.
Sono un monaco greco-ortodosso. Servo il monastero dei Santi Elia e Filarete in Seminara. Sono nato nel Salento, cresciuto tra le memorie del monastero italogreco di San Nicola di Casole presso Otranto. Per questo, arrivare a Polsi significa ritrovare una casa antica, una casa che continua ancora oggi a parlare la lingua dei Padri.
Pochi ricordano che Polsi fu uno dei grandi monasteri del monachesimo italogreco. Nel 1457 l’archimandrita Atanasio Chalkéopoulos trovò una comunità fiorente guidata dall’igumeno Gerasimo di Briatico, proveniente proprio dal monastero di San Filareto di Seminara. Seminara e Polsi respiravano la stessa fede, pregavano con la stessa liturgia e custodivano la stessa lingua.
I monaci parlavano greco con tale naturalezza che altri religiosi salivano a Polsi per impararlo. La biblioteca custodiva quarantanove codici. Non erano semplicemente libri, ma memoria viva della Chiesa. Mentre salivo verso il Santuario, pensavo che alcuni di quei volumi avevano attraversato secoli, città, mani e obbedienze, fino a giungere a noi come voci riaffiorate dalla pergamena.
Uno di essi mi è particolarmente caro. Sull’ultimo foglio dell’attuale Par. gr. 106, un Tetravangelo pergamenaceo della seconda metà del XIII secolo, una mano del secolo successivo scrisse: «Questo libro appartiene al fratello Romano, monaco misero del monastero di Santa Maria di Polsi, casale di Bovalino, eparchia di Calabria» (fig. 6). Il codice era stato copiato da Nicola, amanuense salentino originario di Oria e operante a Messina; l’iscrizione di possesso, invece, appartiene al monaco Romano di Polsi, eletto tra il 1376 e il 1377 archimandrita di Santa Maria di Terreti. Da salentino, cresciuto tra le memorie di Casole e oggi monaco in Calabria, non riesco a leggere quelle parole senza avvertire un piccolo sussulto: prima ancora che io salissi a Polsi, un altro figlio della mia terra aveva già lasciato lì la propria scrittura.
Altri fogli sembrano restituire non soltanto il nome di un monaco, ma la voce stessa della comunità. Nel Reg. gr. Pii II 30, un Triodio e Pentecostario del XII secolo vergato nel cosiddetto «stile di Reggio», una mano del pieno Trecento annotò al foglio 196r: «Questo libro appartiene alla Santissima Madre di Dio di Polsi» (fig. 7). Più avanti, al foglio 401, l’affetto per quel patrimonio si fece ammonimento: «Questo libro è del monastero della Madre di Dio di Polsi. Se qualche uomo volesse rubarlo allo stesso monastero, abbia la condanna dei 318 santi Padri e la sorte di Giuda traditore» (fig. 8). La formula può sembrarci aspra; eppure, dietro quella severità, si intravede l’amore di uomini che sapevano che perdere un libro significava perdere una parte della propria anima, della propria preghiera e della memoria del proprio popolo.
Poi, sul margine di un altro codice, affiora finalmente una voce in prima persona. Nel Barb. gr. 475, oggi conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, si legge la firma: «Io, fratello Barnaba, monaco del monastero della Madre di Dio di Polsi» (fig. 9). Anche questo manoscritto aveva compiuto un lungo pellegrinaggio. Fu vergato ad Oppido nella seconda metà del XII secolo e parzialmente trascritto da Giovanni, che si definisce αβρότιμος, «peccatore», e che concluse il proprio lavoro il 1° aprile 1174 per incarico del sacerdote greco Giovanni Logaras della cattedrale di Oppido. Negli anni Trenta del Trecento donna Ventura, moglie di un certo Nicola, sacerdote della Grande Chiesa di Oppido, lo vendette a Marco, egumeno di San Giorgio in Bovalino. Soltanto tra il XV e il XVI secolo il codice risulta finalmente nelle mani di Barnaba, monaco di Santa Maria di Polsi. Un libro passato di mano in mano, di monastero in monastero, fino a trovare riposo ai piedi della Madre della Montagna.

 

Quei manoscritti, allora, non mi apparivano più come reperti muti. Custodivano nomi, percorsi, paure, obbedienze; e sembravano attendere che qualcuno tornasse a pronunciarli. Dinanzi alla venerabile effigie della Santissima Vergine della Montagna ho avuto il dono di celebrare nel Santuario la Presvìa, o Paraclisis, la solenne supplica alla Madre di Dio propria della tradizione liturgica italo-bizantina. Mentre pronunciavo quelle antiche invocazioni pensavo a Gerasimo, a Nicodemo, ad Atanasio, a Romano, a Barnaba. Le stesse montagne. La stessa Madre. La stessa lingua. La stessa fede. Per un istante mi è sembrato che il tempo si fosse ricucito.
In quel momento è riaffiorato anche un ricordo personale. La Provvidenza ha voluto che fossi ordinato sacerdote il 14 settembre, nel giorno dell’Esaltazione della Santa e Vivificante Croce. Anche Polsi custodisce da secoli una profonda devozione alla Croce. La montagna della Madre conduce sempre al mistero del Figlio crocifisso. Prima della vetta viene la salita. Prima della gioia, la fatica. Prima della Risurrezione, la Croce.
Il mio cuore monastico è nato sul Monte Athos. Nell’immagine che accompagna queste righe la Santissima Madre di Dio è raffigurata come Abadessa della Santa Montagna: tiene in mano il bastone pastorale, segno della sua guida materna, mentre ai suoi piedi si raccolgono la vetta dell’Athos, alta 2.033 metri, e i venti monasteri sovrani della penisola (fig. 10). Per la tradizione athonita è Lei l’unica vera Igumena; per questo l’Athos è chiamato da secoli il «Giardino della Madre di Dio». Il monachesimo cenobitico vi ricevette il suo impulso decisivo con sant’Atanasio l’Athonita, fondatore nel 963 della Grande Lavra, e tra i suoi discepoli la tradizione ricorda anche san Niceforo il Nudo, monaco originario della Calabria: un segno discreto, ma luminoso, del legame antico tra il monachesimo italogreco e la Santa Montagna.
Con il tempo ho scoperto che anche l’Aspromonte parla lo stesso linguaggio spirituale. Osservando dall’alto il Santuario di Polsi, raccolto nel cuore delle montagne, è difficile non pensare ai cenobi athoniti: monasteri incastonati tra le vette, lontani dal frastuono del mondo, dove la montagna diventa scuola di silenzio, di preghiera e di comunione con Dio. Da Seminara, nelle notti limpide o all’alba, quando il mio sguardo incontra la cima di Montalto, il pensiero sale spontaneamente verso Polsi. Mi piace immaginare che la Madonna della Montagna continui a vegliare sui suoi monaci come la Panaghia veglia sulla Santa Montagna. Due montagne. Una in Oriente, una in Occidente. Una sola Madre.
Ma ieri la montagna mi ha ricordato anche un’altra verità: nessun cammino autentico si compie veramente da soli. La parola greca σύνοδος — synodos — custodisce proprio l’immagine del camminare insieme, dell’incontrarsi sulla stessa via. Prima ancora di indicare un’assemblea, essa evoca uomini che condividono una strada, una direzione, una speranza.
Nel pellegrinaggio i compagni non sono semplicemente persone che procedono accanto a noi. Sono coloro che attendono quando il passo si fa lento, che incoraggiano senza umiliare, che offrono acqua, silenzio o una parola nel momento giusto. Talvolta siamo noi a sostenere gli altri; talvolta dobbiamo avere l’umiltà di lasciarci sostenere.
Ma camminare insieme significa anche condividere ciò che ciascuno porta con sé: una conoscenza, un ricordo, una storia ascoltata dagli anziani, il nome di un luogo, la memoria di una tradizione, una pagina letta molti anni prima. Lungo il sentiero, le conoscenze non rimangono un possesso individuale, ma diventano dono. Uno racconta, l’altro ascolta; uno ricorda ciò che il tempo rischiava di cancellare, l’altro lo custodisce e lo trasmette. Così il sapere diventa comunione e la memoria di un popolo continua a camminare sulle gambe dei suoi figli.
È questa, forse, una delle immagini più vere della Chiesa: non una folla di individui che cercano Dio ciascuno per proprio conto, ma un popolo in cammino, nel quale ognuno consegna agli altri ciò che ha ricevuto. La fatica dell’uno diventa responsabilità di tutti, la conoscenza dell’uno diventa ricchezza comune e la gioia della meta non può essere piena finché manca anche un solo fratello.
La salita verso Polsi è stata intensa anche per questo: perché condivisa. I volti, le soste, la stanchezza, le risate, i racconti e perfino i silenzi sono diventati parte della preghiera. Ho compreso ancora una volta che Dio ci conduce verso di sé anche attraverso coloro che pone sulla nostra strada. Abbiamo bisogno di compagni di cammino, perché vi sono sentieri che il cuore non avrebbe il coraggio di percorrere e verità che non saprebbe riconoscere, se non sentisse accanto a sé il passo fedele e la voce fraterna di qualcuno.
Scendendo verso valle ho compreso che ogni pellegrinaggio nasce quando ci accorgiamo di avere bisogno di una terra ferma. Ci si mette in cammino e, lungo la strada, si scopre che il vero pellegrinaggio non conduce semplicemente a un santuario: conduce all’uomo nuovo che Dio desidera far nascere dentro di noi.
Pensiamo di attraversare una montagna. In realtà è la montagna che attraversa noi. Pensiamo di andare incontro alla Madre. E scopriamo che è Lei ad averci preceduti lungo tutto il cammino.
La grazia è come i fiori dell’Aspromonte. Non sboccia quando lo decide l’uomo. Fiorisce quando arriva il tempo di Dio.
Santa Maria della Montagna continua a custodire questa terra, il suo antico monachesimo e tutti coloro che, ancora oggi, cercano Dio percorrendo gli antichi sentieri dei nostri padri.
“Θεοτόκε, ο κόσμος εις σε ελπίζει και προς σε καταφεύγει εν ταις ανάγκαις ημών ”
«O Madre di Dio, il mondo in te spera e a te ricorre nelle sue necessità» (dalla supplica italogreca alla Madre di Dio, manoscritto bovense).

Note
Per la visita del 1457 e il patrimonio monastico e librario di Polsi, cfr. S. Lucà, «Sul monastero di S. Maria di Polsi», in Monaci e monasteri italogreci nel territorio di San Luca. Atti del Convegno (San Luca, 24 gennaio 1999), Laruffa Editore, Reggio Calabria 2011 («L’Aspromonte tra storia e fede», 1), pp. 101–132.
Libro “Antichi Passi”

Per approfondire il rito italogreco
Iacopino, Rinaldo, Presvìa. Celebrazione liturgica alla Madre di Dio. Rito italo-bizantino della Chiesa di Bova. Codex Barberinianus gr. 307 (ff. 318v–339v), If Press, Roma 2024.
Per la descrizione del percorso consulta la via della Prena

di Antonino Sergi

Lo scultore Giuseppe Correale nasce a Siderno, comune appartenente alla Città Metropolitana di Reggio Calabria, il 28 dicembre del 1925. Le origini familiari sono semplici, sia economicamente che culturalmente, ma non privi di positivi valori etici e morali. Il territorio che lo vede crescere non gli garantisce un modello culturale tale da indirizzarlo verso una proficua prospettiva artistica. Vive in un mondo con poche aperture verso modelli attivi e creativi. La sua precoce predisposizione all’arte della scultura rischia così di rimanere vanificata dal modello statico, chiuso e asfittico dei paesi di quel periodo.
Ma a lui basta poco per essere artista. Gli serve solo un pugno di argilla informe che, modellata dalle le sue abili mani, come per magia, si trasforma in pura bellezza.
Molto giovane inizia a lavorare presso un falegname e inizia così a scoprire e apprendere l’uso, le tecniche e gli strumenti del mestiere, per intagliare il legno. Tra le sue prime creazioni vi è proprio un bassorilievo su tavola lignea rappresentante la Santa Trinità. Da questa opera, siamo intorno al 1944, inizia un percorso artistico che lo porta a Firenze, presso l’istituto della Madonna del Grappa. L’ambiente fiorentino gli consente di entrare in contatto con artisti molto conosciuti e importanti. Diventa allievo del pittore Pietro Annigoni, famoso per il suo modo di dipingere, “come i grandi del passato”, e dello scultore Corrado Vigni che predilige operare con la terracotta. Studia presso la Scuola Libera del Nudo dell’Accademia di Belle Arti, affinando sempre più la bravura artistica e consolidando la consapevolezza sulle sue ottime qualità di scultore. Visto il suo talento, uno zio lo spinge a trovare fortuna, anche, in America. Nel 1944 parte per New York dove studia presso la prestigiosa Art Students League di Manhattan. Dopo una serie di disavventure, un rimpatriato forzato, perché considerato clandestino, ritorni e ripartenze, agli inizi degli anni Settanta del millenovecento si stabilisce definitivamente nella sua amata Siderno.
L’aria di casa infonde nell’artista una nuova linfa creativa. Lavora con impegno febbrile e produce molte opere che in prevalenza si rifanno al mondo della donna e della maternità. Si dedica anche a rappresentare il disaggio e le difficoltà del vivere umano. Scolpisce volti sviliti e sofferenti di pescatori, operai, contadini, gente comune. Tutte le sue sculture, anche le più tormentate, si distinguono, però, per la grazia compositiva e per i tocchi di mano leggeri ed eleganti.
In poco tempo le sue straordinarie opere a tema religioso sono presenti in molte chiese e conventi del territorio calabrese ma numerose opere del maestro sono presenti a Firenze, New York, Roma, Milano, Torino, Messina, Australia, Canada, Sud Africa, ecc.
Anche il nostro Aspromonte conserva nei suoi luoghi sacri alcuni frutti preziosissimi della sua arte.

 

Iniziamo col Cristo ligneo del 1972 posto nella chiesa di Canolo Nuova. Nell’opera Correale trasferisce la sua più pura poetica artistica fatta di forme semplici e scarne che ben si sposano con il pensiero più autenticamente cristiano. La figura di Cristo esprime la sofferenza vera e la spiritualità senza forzature di maniera. Il suo corpo offeso mostra dignità e amore per gli uomini. La materia lignea si adatta bene al senso di povertà e di nobiltà allo stesso tempo. Una scultura che porta alla fratellanza e a riconoscersi in maniera forte nella comunità cristiana.
All’interno della maestosa struttura architettonica, normanno-romanico-bizantina, della basilica concattedrale di Santa Maria Assunta di Gerace, vi è un’altra crocifissione dello scultore sidernese. L’ opera, in legno di cipresso, realizzata nel 1985, riproduce nei tratti essenziali i caratteri stilistici ed iconografici della precedente Crocifissione di Canolo Nuova. La scultura, che occupa uno dei lati del transetto, dalla parte della sacrestia, spicca, per eleganza formale e severa solennità. Si presenta senza tocchi di colori, priva di sanguinamenti. Per questo il manufatto artistico viene percepito come opera poetica, dal carattere speculativo e filosofico. Due finestre dall’alto, simmetriche, le donano, come per miracolo, grazia e luce divina che portano ancora di più a riflettere e meditare sul sacrificio di Cristo sulla Croce. La Crocifissione è un dono dell’Associazione Culturale intitolata a mons. Idelfonso Del Tufo, Vescovo di Gerace dal 1730 al 1748. La scultura viene presentata ai fedeli nella giornata dell’Esaltazione della Croce.   Sempre nello stesso transetto, ma sulla parte opposta, nel 1992, l’artista esegue un bassorilievo in bronzo dal titolo “L’Apparizione della Madonna Immacolata a suor Maria Maddalena Gagliardi”. Opera commissionata da Beatrice Oliva con la dicitura “Beatrix Oliva donavit/Giuseppe Correale fecit…”. Sulla lastra bronzea risaltano in primo piano tre bellissime figure: la Vergine, circondata di stelle, la suora in ginocchio e il vescovo benedicente e, posto in alto, uno sparviero simbolo di Gerace. I personaggi modellati con eleganza, grande perizia tecnica e artistica, appaiono in perfetto equilibrio tra la compostezza statica e il dinamismo espressivo. Sulla destra si scorgono in lontananza delle figure più piccole: uno scultore e una giovane donna. Sullo sfondo è raffigurato il paese di Gerace nelle sue parti più caratterizzanti: il Borgo, il Castello, il Borghetto, la Porta del Sole e la Cattedrale con la sua raffinata e distinta imponenza. Questa parte del lavoro è realizzata con l’ausilio della tecnica che richiama lo stiacciato donatelliano. Le graduali e minime variazioni dei rilievi, regalano all’osservatore una stupefacente visione di realistica profondità prospettica.

 

Spostandosi a San Luca troviamo, nell’altare della Chiesa matrice, un paliotto in bronzo del 1988.
Risalendo la montagna, nel cuore del Parco Nazionale dell’Aspromonte, in una splendida vallata ai piedi del Montalto, sempre nel comune di San Luca, troviamo il santuario della Madonna di Polsi. Luogo sacro mariano per eccellenza, meta di un intenso pellegrinaggio in particolare tra i mesi di agosto e settembre.
In questo luogo unico Correale realizza diverse opere.
Nel 1983 lavora alla realizzazione delle quattordici formelle bronzee in bassorilievo che formano le stazioni di una originale Via Crucis. Il percorso, di circa un chilometro, si snoda tra querce e castagni, nei pressi del Santuario. Al culmine è posta una statua in bronzo raffigurante Cristo risorto che s’innalza alta e solenne per oltre due metri. L’artista dà alla scultura un carattere fortemente simbolico di protettore divino di quel magnifico territorio montano ingiustamente emarginato e dimenticato. Il Cristo è rappresentato quasi nudo e disadorno, con le braccia elevate, come povero tra i poveri, ma ricco della testimonianza del Padre da trasmettere alla comunità dei fedeli. Nel 1980 crea un originalissimo altare dalla forma di corona di spine, con al centro la natività, Maria con Giuseppe e tra loro, non il Bambino appena nato, ma la figura adulta del Cristo risorto. Ai lati figure di angeli posti simmetricamente come nelle medievali Maestà.
Infine, sempre a Polsi, l’artista, tra il 1985 e il 1988, realizza le porte della chiesa, in bronzo con splendidi bassorilievi dalle forme geometriche alternate: piccoli quadrati e rettangoli più grandi. Le formelle raccontano episodi tratti dalla Bibbia e storie miracolose ascritte alla Vergine Maria.

 

Chiudiamo con due stupendi angeli in bronzo che si trovano a Fossato di Montebello Ionico nella chiesa parrocchiale di SS. Maria del Buonconsiglio. Le opere, di non grandi dimensioni (80 cm) ci mostrano ancor di più la versatilità dell’artista. La sua poetica si arricchisce di elementi figurativi che rimandano al primo rinascimento. Le due figure per l’impostazione classica, la grazia, unita alla leggerezza, la compostezza e l’eleganza delle linee ricordano e si configurano con gli angeli del pittore toscano quattrocentesco Giovanni da Fiesole conosciuto meglio come Fra’ Beato Angelico.
Studi e note critiche sul maestro Giuseppe Correale si possono ricavare, anche, dagli scritti di studiosi importanti come Achille Bonito Oliva e Marcello Venturoli. Entrambi concordi nel ritenere lo scultore degno di stare accanto ad artisti eccellenti come Manzù, Annigoni, Degas, Giacometti, Moore.
Giuseppe Correale si spegne il 21 luglio del 2012 all’età di 86 anni.

Si ringrazia Mimmo Pellicanò per la collaborazione. Alcune foto sono tratte da Polsi di D. Garreffa e D. Romeo, Ediz. Nosside 2023 e Polsi di A. Strangio, N.E.B. 2008

Bibliografia

  • Sharo Gambino, Plot, Rubbettino, Soveria Mannelli 2001;
  • Luigi Vento, Giuseppe Correale scultore, Arte tipografica, Napoli 2008;
  • Carlo Antonio Pascale, Giuseppe Correale scultore, Frama sud, Chiaravalle Centrale 1978;
  • Carlo Antonio Pascale, Il Maestro Giuseppe Correale a Siderno, Arti grafiche, Ardore 2010;
  • Enzo Le Pera, Gli artisti della Calabria. Dizionario degli artisti calabresi dell’Ottocento e del Novecento, Pellegrini, Cosenza 2013;
  • Fortunato Valenzise, Giuseppe Correale scultore, “Calabria sconosciuta”, XXVII, 103, 2004, PP.37-40;
  • Caterina Meduri, Giuseppe Correale, Le forme di una Fede, Iiriti, Reggio Calabria, 2024;
  • Giacomo Oliva, Millenni in un giorno a Gerace, Edizioni Nosside, Ardore marina, 2005;
  • Francesca Paolino https://arteincalabria.wordpress.com/2025/04/09/giuseppe-correale-scultore-sidernese-del-nostro-tempo-siderno-1925-2012/
  • https://www.giuseppecorreale.it/opere/disegni.htm

di Giuseppe Arcidiaco

Il contesto storico
Sul finire degli anni Dieci del Novecento, i militari italiani reduci dalla Grande Guerra dovettero far fronte a un grave problema sanitario: il rapido incremento dei casi di tubercolosi (TBC). Anticamente ed eufemisticamente definita mal sottile, tisi, peste bianca o mal di petto, la tubercolosi era considerata, fino alla metà del XX secolo, una malattia grave, invalidante e spesso mortale se non tempestivamente diagnosticata e curata.
Si tratta di una malattia infettiva di origine batterica che colpisce prevalentemente i polmoni, ma può interessare anche altri organi, causando febbre, tosse persistente e progressivo deperimento fisico. Per questo era comunemente nota anche come consunzione.
Nel primo dopoguerra la diffusione della malattia assunse le dimensioni di una vera emergenza sociale, debilitando gran parte della popolazione e compromettendo la capacità lavorativa del Paese. Di fronte al sovraffollamento degli ospedali e al crescente numero di decessi, il governo italiano, con la legge n. 481 del 25 marzo 1917, istituì l’Opera Nazionale per la protezione e l’assistenza degli Invalidi di Guerra (ONIG), ente incaricato dell’assistenza sanitaria, della riabilitazione e del reinserimento sociale degli invalidi di guerra. Tra i suoi compiti rientravano anche la realizzazione e la gestione di sanatori e istituti specializzati nella cura dei malati di tubercolosi.

 

Il Sanatorio “Vittorio Emanuele III” di Zervò
Anche in Calabria si avviarono rapidamente le ricerche di un sito idoneo alla costruzione di un centro destinato alla riabilitazione degli ex militari affetti da tubercolosi: un luogo sufficientemente isolato da limitare il rischio di contagio, ma al tempo stesso ricco di risorse ambientali e naturali.
La scelta di Zervò non fu casuale: secondo le conoscenze mediche dell’epoca, il clima montano, l’aria pura e l’esposizione al sole favorivano la cura della tubercolosi.
Tra il 1924 e il 1925 i comuni aspromontani di Scido, Santa Cristina, Tresilico, Oppido, Varapodio e Platì, mediante delibere consiliari, concessero in uso perpetuo e gratuito all’ONIG i terreni della località Ricanati per la costruzione del Sanatorio Antitubercolare della Calabria, intitolato al re Vittorio Emanuele III. Concessero inoltre una vasta area di 315 ettari alle falde del monte Scorda, ricoperta da boschi di faggio e abete, nonché l’utilizzo delle acque dei vicini torrenti. A delimitare il perimetro della concessione furono collocati cippi in pietra recanti l’incisione «ONIG», alcuni dei quali sono ancora oggi visibili nei boschi di Zervò.
Grazie ai contributi dei Comitati di assistenza ai Militari, Ciechi, Storpi e Muti e a una cospicua donazione degli emigrati italiani residenti in Argentina, fu realizzato il complesso edilizio del Sanatorio di Zervò.
La posa della prima pietra avvenne il 1° luglio 1925, mentre l’inaugurazione si svolse il 28 ottobre 1929 alla presenza di numerose autorità civili, militari e religiose, tra cui il Duca di Bergamo Adalberto di Savoia, il Sottosegretario di Stato alla Guerra Angelo Manaresi e l’Arcivescovo di Reggio Calabria mons. Carmelo Pujia.
Il Sanatorio rappresentò una delle più imponenti opere pubbliche realizzate nell’Aspromonte in quegli anni e divenne un simbolo della volontà di rinascita della Calabria nel primo dopoguerra. L’intero complesso fu completato in appena tre anni e dieci mesi.

 

La struttura
Il Sanatorio era organizzato in diversi edifici: il padiglione dei servizi generali, la cucina con la sala da pranzo, due padiglioni destinati ai degenti, in grado di ospitare fino a 170 pazienti, le abitazioni riservate ai medici e l’autorimessa.
Ogni fabbricato era dotato di attrezzature all’avanguardia per l’epoca. Le camere, a due letti, disponevano di doppio lavabo con acqua corrente calda e fredda, pavimenti in linoleum e ampie verande esterne. Ciascun padiglione comprendeva inoltre due sale di riunione, una sala da bagno con quattro vasche, un servizio medico-chirurgico con sale di medicazione e operatorie, laboratori per analisi chimiche, batteriologiche e microscopiche, nonché un gabinetto di radioscopia e radiologia.
L’ospedale offrì lavoro a numerosi abitanti dei paesi vicini, impiegati nei vari servizi della struttura. Tra questi vi erano circa venti residenti di Santa Cristina. Molti dei pazienti deceduti durante la degenza furono sepolti nel locale cimitero.

 

L’abbandono
La realizzazione del Sanatorio avvenne, purtroppo, senza adeguati studi preliminari sulle effettive condizioni climatiche del luogo e con una sottovalutazione delle difficoltà poste dalla rete viaria, particolarmente impervia.
Il personale sanitario e gli stessi pazienti dovettero affrontare i rigidi inverni dell’entroterra aspromontano, caratterizzati da temperature spesso inferiori allo zero e da abbondanti nevicate che rendevano estremamente difficili i collegamenti e i rifornimenti. Tali condizioni contribuirono ad aggravare le difficoltà di gestione della struttura e, indirettamente, anche gli esiti della malattia.
Per queste ragioni il Sanatorio ebbe vita breve e fu chiuso appena tre anni dopo la sua inaugurazione, a causa delle gravi difficoltà logistiche, climatiche e gestionali che ne compromettevano il funzionamento.

 

Dal Sanatorio alla Comunità Incontro
Le delibere consiliari con cui i comuni avevano concesso i terreni prevedevano una clausola di restituzione nel caso di cessazione dell’attività del Sanatorio. Alla chiusura della struttura, pertanto, i terreni tornarono al Comune di Santa Cristina, mentre i fabbricati furono restituiti al Comune di Scido.
Si trattava di una situazione peculiare, conseguenza delle complesse vicende relative all’assegnazione e alla delimitazione dei territori comunali, le cui origini risalivano al periodo compreso tra la fine della feudalità e l’Unità d’Italia.
Come spesso accade per edifici di questo tipo, alla chiusura seguirono anni di abbandono, vandalismi e furti, che portarono il complesso in uno stato di grave degrado.
Negli anni Ottanta, grazie a finanziamenti regionali, fu avviato un importante intervento di recupero degli edifici.
Risale a quel periodo anche l’apertura, per iniziativa di Tito Colella di Santa Cristina d’Aspromonte, di una trattoria situata di fronte all’ex Sanatorio. Divenuta negli anni un punto di riferimento per gli escursionisti e i frequentatori della montagna, dopo la morte del fondatore fu gestita dalla moglie Rina.
Conclusi i lavori di recupero, nel 1996 il complesso fu concesso alla Comunità Incontro fondata da don Pierino Gelmini, che vi accolse persone con problemi di tossicodipendenza e soggetti sottoposti a misure alternative alla detenzione. Don Gelmini, figura all’epoca molto nota nel panorama del recupero dalle dipendenze ma anche al centro di vicende giudiziarie e di un acceso dibattito pubblico, rimase alla guida della Comunità fino alla sua morte, avvenuta nel 2014. Con la cessazione delle attività, il complesso tornò nella disponibilità del Comune di Scido.
A seguito di un bando pubblico, dal 2 giugno 2015 l’ex Sanatorio è stato affidato alla Cooperativa Sociale Il Segno di Oppido Mamertina, impegnata nella valorizzazione del territorio di Zervò e nella promozione di iniziative di carattere sociale e culturale, con particolare attenzione ai temi della legalità.

Ringraziamenti
Si ringrazia il dott. Tonino Violi per la disponibilità e le preziose informazioni fornite durante la ricerca. Alcune immagini pubblicate a corredo dell’articolo provengono dalle fonti bibliografiche citate.

Fonti

  • Filmato dell’Istituto Luce, “Inaugurazione del Sanatorio antitubercolare militare in Aspromonte”, https://youtu.be/uxjzjQzEjUY?si=PNHn27MY8kN_c9iE
  • Antonio Violi, “Il Sanatorio militare antitubercolare Vittorio Emanuele III e la comunità di incontro di Zervò”, 2021.
  • Enzo Lacaria, “Zervò, una speranza fino a ieri, una realtà oggi”, Edizioni Comune di Scido (RC).
  • Luciano Lucania, Zervò: un sanatorio che muore, Calabria conosciuta n. 6 anno II 1979
  • https://zervo.it/

di Simone Gatto

Una scintilla di troppo
Era l’anno 2021. Nel celebrare il lieto traguardo della mia laurea triennale in biotecnologie, tra le colline del reggino, la notte — fino a quel momento quieta — veniva lentamente turbata da un bagliore lontano. Sul versante opposto, un incendio avanzava lento e inesorabile, divorando il pendio sotto gli occhi dei presenti.
Dapprima lo stupore, poi la commozione, infine un’angoscia profonda, trasformatasi in consapevolezza: bisognava fare qualcosa di importante, al più presto. Mentre i festeggiamenti si consumavano, in quel contrasto stridente tra festa e rovina nasceva una vocazione difficile da ignorare. Un intreccio di emozioni e domande orientò la mia scelta verso un percorso di studi che mi permettesse di approfondire le dinamiche di interazione tra l’uomo ed il Sistema Terra, offrendo al contempo strumenti per comprendere i cambiamenti climatici in atto. Connettere tutti i punti della storia terrestre non è banale: ogni giorno nuovi tasselli si aggiungono al mosaico, intricando la narrazione e rendendo ancora più urgente la ricerca di soluzioni concrete, sostenibili e attuabili. Sospeso fra conoscenza e inquietudine per il futuro, lo studio, l’amore per la montagna e l’apprensione per il regno vegetale, sono collimate con la realizzazione dell’elaborato finale dedicato al tragico e devastante evento incendiario che, agli inizi di agosto del 2021, coinvolse gran parte del Parco Nazionale dell’Aspromonte in Calabria, ed in particolare colpì una delle specie più caratteristiche e vulnerabili del massiccio: il Pinus nigra subsp. laricio, comunemente noto come Pino laricio.

 

Pinus nigra J.F. Arnold subsp. laricio Palib. ex Maire
Il Pino laricio è una specie relitta presente in Italia in diverse regioni e trova la sua massima espansione in Calabria. L’area di studio è situata tra i comuni di San Luca e Samo nella provincia di Reggio Calabria, ove sono presenti i pini cosiddetti “Giganti di Acatti e Afreni”. Questi due lunghi crinali, antistanti il promontorio di Pietra Mazzulisà, sono stati per lungo tempo conosciuti solo da pochi appassionati come Alfonso Picone Chiodo e Francesco Bevilacqua, nonché dai pastori della zona. Solo negli ultimi anni, grazie a racconti e testimonianze che ne hanno restituito il valore, Acatti e Afreni sono entrati lentamente nell’immaginario collettivo come luoghi straordinari, custodi di una delle foreste più antiche e imponenti dell’Aspromonte. Sono foreste sorprendentemente particolari e allo stesso tempo misteriose: da un lato per la posizione geografica, la quale, in un certo senso, si distacca dalla raggiera del massiccio aspromontano, con un elevata pendenza e intervallo altimetrico (300 – 1500 mt.); dall’altro per le storie celate dietro ai toponimi. In questo contesto, si configura quindi un’area a sé stante, caratterizzata da peculiari condizioni paesaggistiche e biogeografiche. Il settore appare infatti come un ulteriore “raggio” che si sviluppa in maniera parzialmente indipendente dalla raggiera principale del massiccio aspromontano. Queste condizioni sembrano aver favorito la presenza del Pino nero laricio, che in quest’area ha trovato un ambiente relativamente protetto e idoneo alla sua conservazione. Proprio qui si trovano alcuni degli esemplari di Pino nero laricio più longevi e mastodontici dell’intero pianeta (molti dei quali oramai carbonizzati…).

 

Le osservazioni in campo e dallo Spazio
L’analisi condotta attraverso dati satellitari (Sentinel-2), strumenti come QGIS e indici di severità come il dNBR, ha restituito un quadro estremamente critico. La maggior parte dell’area di studio (grafico 0) è stata interessata dal passaggio del fuoco, con una distribuzione eterogenea degli effetti: porzioni di territorio hanno subito danni contenuti, mentre altre sono state completamente compromesse da incendi ad alta severità. (grafici 1 e 2).
Come evidente nei grafici di riferimento (grafici 2 e 3), la componente più significativa è rappresentata dalle classi di severità moderata e alta, a conferma della violenza dell’evento che si è consumata in poco più di una settimana.
Le conseguenze dell’incendio risultano particolarmente marcate nelle foreste di Pino laricio (grafici n. 3, 4 e 5, codici 42.65 e 42.67 del Corine Biotopes Code), che hanno subito un elevata compromissione della loro estensione (grafico 5). I rilievi fitosociologici (1991-2025 grafici 6, 7 e 8) mostrano inoltre una rigenerazione naturale estremamente limitata del pino e del suo habitat. Al suo posto, si osserva l’insediamento di comunità vegetali più semplici, dominate da specie erbacee e arbustive pioniere, spesso non tipiche di questi ambienti forestali. Si tratta di un chiaro segnale di regressione verso stadi successionali iniziali, che mette in discussione la capacità del sistema di ritornare spontaneamente alla condizione originaria.

 

Un lieto fine?

In Calabria, il rapporto tra uomo e ambiente è da sempre complesso. Gli incendi ripetuti, l’abbandono della terra, le azioni dell’uomo e l’innalzamento delle temperature globali continuano a mettere sotto pressione ecosistemi fragili, spesso oltre la loro capacità di resistenza. Suoli esposti a seguito della perdita di copertura forestale, la diminuzione della fauna, sono tutti fenomeni che espongono il territorio a erosione e instabilità ecosistemica. Eppure, proprio osservando da vicino questi territori feriti, emerge una verità meno evidente: gli ecosistemi sono straordinariamente resilienti. Anche dopo eventi estremi, la vita trova il modo di riemergere, di adattarsi e di ricominciare. Questo non significa che tutto si risolva da sé. Al contrario, è proprio qui che entra in gioco il ruolo dell’uomo, un alleato consapevole. Interventi mirati, come ad esempio il riposizionamento dei tronchi bruciati lungo le curve di livello, approfondito dagli studi di Giuseppe Bombino, professore di Idraulica agraria e sistemazioni idraulico-forestali al Dipartimento di Agraria dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, dimostrano come sia possibile accompagnare le dinamiche ecologiche con processi naturali e senza forzature, creando le condizioni per una lenta ma concreta ripresa.
In un tempo in cui le crisi ambientali sembrano moltiplicarsi, immaginare un esito positivo non è un atto ingenuo, ma necessario. Perché un lieto fine, in questi contesti, non è qualcosa di garantito: è qualcosa che va costruito.
E forse è proprio da qui che bisogna partire di nuovo — dalla capacità di immaginare che sia possibile garantire un lieto fine e dalla voglia di affermarlo con forza. Perché anche se il fuoco continuerà ad ardere e a cancellare paesaggi, anche se gli equilibri resteranno fragili e gli animi sensibili, le foreste conserveranno sempre la possibilità di rinascere.
E noi, se lo vorremo, potremo ancora scegliere di esserci.

 

Si ringrazia il dottore forestale Francesco Manti per la concessione delle foto realizzate col drone.

Articolo del 2004 sui Giganti di Acatti

Una sintesi dello studio di F. Manti

Info sulla tesi di Simone Gatto

di Alessandro Vitale

Il progetto di un osservatorio astronomico in Aspromonte nasce dalla mia tesi magistrale in Architettura: un’idea che unisce ricerca, memoria e valorizzazione del territorio. L’obiettivo era immaginare un luogo capace di guardare al futuro senza perdere il legame con la storia e con l’identità dell’Aspromonte.
Da questa visione prende forma Ishtar, nome ispirato alla dea mesopotamica associata al cielo e alla stella del mattino. Un richiamo simbolico all’astronomia e alla funzione stessa dell’edificio: uno spazio dedicato all’osservazione del cosmo, ma anche alla divulgazione scientifica e alla riscoperta di un luogo straordinario.
Per sviluppare il progetto ho condotto una lunga ricerca sulle caratteristiche necessarie alla realizzazione di un osservatorio astronomico, raccogliendo dati e indicazioni tecniche da biblioteche e professionisti dell’INAF, l’Istituto Nazionale di Astrofisica. Attraverso mappe tematiche e analisi territoriali ho studiato la visibilità del cielo notturno e la distribuzione degli osservatori professionali in Italia, constatando l’assenza di strutture analoghe in Calabria.

 

La scelta del sito: l’ex base USAF
L’area individuata è quella del monte Nardello, a circa 1.800 metri di quota, nel territorio di Roccaforte del Greco, all’interno del Parco Nazionale dell’Aspromonte. Qui sorge l’ex base USAF, costruita negli anni Sessanta e successivamente abbandonata dopo il passaggio al Ministero della Difesa.
Il sito, esteso per circa 3,5 ettari, oggi presenta edifici in rovina, macerie e strutture deteriorate dal tempo. Proprio questa condizione di abbandono ha reso ancora più forte l’idea di trasformarlo in un luogo di ricerca e di incontro.
Il progetto prevede il recupero di alcune strutture esistenti, destinate a foresteria e alloggio del guardiano, oltre alla conservazione dei due tralicci superstiti, reinterpretati come elementi narrativi capaci di raccontare la storia del sito attraverso immagini e documentazione storica.

 

Un osservatorio integrato nel paesaggio
L’osservatorio è concepito per integrarsi con l’ambiente circostante, limitando al minimo l’impatto visivo. Il complesso comprende una cupola principale destinata al telescopio e una seconda struttura collegata a spazi ipogei illuminati naturalmente da lucernari e da un cilindro vetrato centrale, simbolicamente associato all’albero cosmico Yggdrasil della mitologia nordica.
Grande attenzione è stata dedicata alla rinaturalizzazione dell’area: tetti verdi, riduzione delle superfici impermeabili ed eliminazione delle recinzioni permetterebbero alla natura di riappropriarsi dello spazio. I collegamenti sotterranei tra gli edifici consentirebbero inoltre di proteggere la struttura senza creare barriere nel paesaggio.
L’idea di fondo è quella di restituire alla comunità un luogo compromesso e dimenticato, trasformandolo in un centro dedicato alla ricerca, alla divulgazione scientifica e all’osservazione del cielo. Un progetto che vuole dare continuità alla storia del sito: un’area nata per captare segnali radio e immaginata oggi come punto di osservazione dell’universo.
L’ambizione finale è quella di offrire alla Calabria un osservatorio astronomico capace di diventare un riferimento culturale e scientifico, valorizzando al tempo stesso uno dei luoghi più suggestivi dell’Aspromonte.

La tesi è consultabile presso la Biblioteca di Architettura.

Di seguito il link alla storia della base USAF di Nardello
https://www.laltroaspromonte.it/storie/la-base-militare-di-nardello-la-vedetta-sul-mediterraneo

di Associazione Ge.Co. (Gestione e Conservazione della fauna selvatica)

Il lupo è una specie che da sempre divide l’opinione pubblica, tra idealizzazione e timore atavico. Questa percezione negativa è spesso alimentata dalla disinformazione e da una gestione non sempre efficace da parte delle istituzioni. Poiché si teme ciò che non si conosce, è fondamentale fornire informazioni corrette su basi scientifiche.

Com’è il lupo e come vive
Il lupo appenninico (Canis lupus italicus) ha dimensioni simili a quelle di un pastore tedesco, con un peso medio tra i 25 e i 35 kg. Il mantello varia stagionalmente, passando da tonalità grigie in inverno e marroni-rossastre in estate. Presenta bande nere sulle zampe anteriori, punta della coda nera e “mascherina facciale” color crema. È un animale sociale che vive in branco, composto da una coppia riproduttiva e dai giovani nati negli 1-3 anni precedenti. Il branco difende il proprio territorio dalle intrusioni, caccia e alleva la prole. I giovani, intorno ai 1,5–2 anni, lasciano il branco (“dispersione”) alla ricerca di nuovi territori. Il lupo è un carnivoro generalista e opportunista: si nutre principalmente di ungulati selvatici, ma può adattare la propria dieta in base a quanto disponibile nell’ambiente in cui vive. Gli animali domestici, presenti nella dieta in quantità minore rispetto ai selvatici, vengono predati quando facilmente accessibili.

 

Dalla scomparsa al ritorno
Fino agli anni ’50 il lupo era diffuso lungo tutta la catena appenninica, ma ha raggiunto il minimo storico negli anni ’70, con circa 100 individui confinati in aree dell’Appennino centro-meridionale, tra cui Pollino e Sila. La causa principale è stata la persecuzione da parte dell’uomo. Dagli anni ’70 si è assistito a una graduale espansione naturale della specie, favorita dallo spopolamento delle aree montane, dall’aumento delle prede e dalle misure di protezione. Oggi il lupo è tornato su tutto l’Appennino e anche sulle Alpi, da cui era scomparso negli anni ‘20. In particolare, in Aspromonte, la specie è ricomparsa naturalmente agli inizi degli anni ’80. È importante sottolineare che questa espansione è avvenuta in maniera esclusivamente naturale, senza catture e rilasci di lupi effettuati dall’uomo per ripopolamenti: i lupi hanno risalito l’Appennino autonomamente, basti pensare ai molti km che possono percorrere i giovani nella dispersione. Inoltre, il loro numero su uno stesso territorio non cresce in modo illimitato ma rimane stabile, regolato sulla disponibilità di prede, dalla territorialità, dalle morti naturali e da quelle causate dall’uomo, ancora elevate.

 

Convivenza e conflitti
Il lupo va protetto in quanto svolge un ruolo ecologico fondamentale, come predatore all’apice della catena alimentare, contribuendo all’equilibrio degli ecosistemi soprattutto nel controllo delle prede. Va sottolineato che il recente declassamento da specie “rigorosamente protetta” a “protetta” non rappresenta un via libera agli abbattimenti, ma consente una gestione più flessibile da parte delle regioni, entro limiti stabiliti. La salvaguardia del lupo deve andare di pari passo con quella delle attività umane. La sua presenza può generare conflitti, soprattutto con il settore zootecnico, ma bisogna lavorare per una coesistenza pacifica. I danni da predazione al bestiame, sebbene spesso limitati rispetto a quelli provocati da altre specie come i cinghiali, sono fortemente percepiti dagli allevatori e il problema è accentuato in territori dove si è persa l’abitudine alla presenza del predatore e dove mancano adeguate misure di protezione. Non è una questione di colpe: né del lupo né degli allevatori, ma la convivenza richiede dialogo, soluzioni concrete e presenza da parte delle istituzioni. Numerosi studi dimostrano che gli abbattimenti non riducono il conflitto nel medio-lungo termine. Al contrario, le strategie più efficaci sono quelle basate sulla prevenzione, come i cani da guardiania, le recinzioni elettrificate, i ricoveri notturni, affiancate da indennizzi rapidi per i danni da predazione e da contributi per gli allevatori per le opere di prevenzione. In Italia il quadro normativo è frammentato rispetto alla tematica delle predazioni e le disposizioni variano da regione a regione. In Calabria, al di fuori delle aree protette, purtroppo esiste un vuoto normativo che lascia gli allevatori senza adeguato supporto, alimentando notevolmente la percezione di ingiustizia.

 

Il lupo è davvero pericoloso?
Oggi il lupo vive anche in territori antropizzati e aumentano le occasioni di avvistamento in contesti abitati. Questo fenomeno è amplificato dai media, favorendone una percezione più elevata rispetto alla realtà, con conseguente allarmismo. Considerando che il rischio zero per reazioni inaspettate non esiste per nessun animale, in realtà, in Europa il lupo non è considerato una specie pericolosa per l’uomo. È un animale schivo, che tende a evitare l’incontro con l’uomo, che considera una minaccia, percependone la presenza e allontanandosi, grazie ai suoi sensi molto sviluppati. In Italia, dal secondo dopoguerra, non risultano aggressioni confermate all’uomo, fino a rari casi recenti, legati però sempre a individui problematici, in quanto confidenti, con segni di abituazione all’uomo. Un lupo diventa problematico, e quindi potenzialmente pericoloso, quando perde la naturale diffidenza verso le persone, spesso a causa della disponibilità di fonti di cibo lasciate vicino ai centri abitati. Per questo è fondamentale non lasciare scarti alimentari o cibo accessibili: fornire cibo alla fauna selvatica significa alterarne il comportamento, favorendo l’avvicinamento ai contesti antropici, con il rischio di farla “abituare” alla presenza umana.

Conclusione
La presenza del lupo in un territorio rappresenta una sfida, in quanto bisogna ripensare il rapporto tra attività umane e ambiente naturale. La strada più efficace non è lo scontro, ma la conoscenza e la prevenzione.
Solo attraverso un’informazione corretta, il supporto agli allevatori e le strategie di gestione adeguate è possibile costruire una convivenza realmente sostenibile.
Proprio partendo da questi presupposti, nel prossimo approfondimento ci concentreremo sulla situazione del lupo in Aspromonte.

 

Siti web e bibliografia

 

 

 

L’Aspromonte non è solo quello dei paesaggi, dei ricchi e floridi boschi, delle acque e delle cascate. Non è solo quello dei sentieri, dei suoni e degli odori. Esiste, infatti, un Aspromonte ‘invisibile’, forse il più ricco, ma sicuramente il meno conosciuto. È quello dei piccoli organismi decine o centinaia di volte più piccoli di un millimetro; organismi e microrganismi che popolano le acque interne della nostra montagna. Attraverso questo lavoro, minuzioso, rendo disponibile una ricca iconografia, e le ricerca compiute in questi anni sulla microflora e la microfauna presente nelle acque interne (stagni, pozze, corsi d’acqua, vasche di irrigazione), ma non solo, dell’Aspromonte. Tutto il materiale presentato è stato personalmente realizzato ed elaborato, è frutto di ricerca bibliografica, tassonomica e microscopica. La mia passione mi ha portato anche ad allestire un piccolo home-lab dove eseguo le mie ricerche ambientali, e un piccolo ma ricco museo. Sono riuscito a fare della mia passione anche il mio lavoro, sono infatti un microbiologo e virologo attualmente in servizio presso il GOM – Grande Ospedale Metropolitano di Reggio Calabria con la qualifica di Dirigente di I livello, dove mi occupo di batteri, funghi, protozoi e virus che causano infezioni negli esseri umani. Sono autori di diversi volumi di divulgazione scientifica e di oltre cinquanta pubblicazioni su riviste scientifiche.

Se volete conoscere l’Aspromonte nascosto ecco il sito
https://sites.google.com/view/francesco-daleo-biologo/home-page?authuser=0

di Luigi Dattola

La geodiversità (geodiversity) è il fondamento del paesaggio terrestre e comprende l’insieme delle caratteristiche geologiche, geomorfologiche, pedologiche e idrologiche di un territorio.
Nell’800 alcuni studiosi avevano compreso l’interconnessione tra geologia, clima e vita, anticipando il concetto di geodiversità come parte integrante della diversità naturale. Il termine venne però introdotto un secolo dopo, negli anni ’90, per enfatizzare il ruolo degli elementi geologici di un territorio, siano essi in situ (come strutture geologiche e affioramenti) o ex situ (come minerali, fossili e rocce di interesse anche museale), ricomprendendo anche i processi naturali che hanno modellato il pianeta nel corso del tempo. Il termine non si limita a descrivere la diversità geologica, ma include anche il valore economico, sociale, culturale e ambientale degli elementi geologici, fondamentali per la comprensione della storia naturale di un’area.
È fondamentalmente un concetto “neutro”, generico, analogo alla biodiversità per il regno vivente, ma che non esprime nulla di più degli elementi geologici che costituiscono la superficie terrestre: l’inventario geologico di base. Se si volesse fare un’analogia ipotizzando l’esistenza di una biblioteca universale, si può dire che la geodiversità della Terra è l’equivalente di tutti i volumi contenuti nella biblioteca universale senza ulteriore specificazione.

Il patrimonio geologico (geoheritage) comprende l’insieme di geositi e altri elementi di valore geologico che, oltre a essere importanti dal punto di vista scientifico, culturale e educativo, sono anche un richiamo per il turismo. La protezione di questo patrimonio è fondamentale non solo per salvaguardare la storia della Terra, ma anche per garantire che le generazioni future possano continuare a esplorare e comprendere il nostro passato geologico.
Questo patrimonio include elementi come rocce, minerali, fossili, forme del paesaggio, suoli e processi geologici che raccontano la storia della Terra e contribuiscono alla formazione degli ecosistemi e delle culture umane. Il patrimonio geologico, quindi, è quella parte della geodiversità, non rinnovabile — perlomeno alla scala dei tempi umana — che ha un valore che può essere:

  • scientifico, perché fornisce dati essenziali per comprendere la storia della Terra, i cambiamenti climatici e l’evoluzione della vita;
  • culturale e del paesaggio, contribuisce all’identità culturale di un territorio e attira turismo, grazie a paesaggi spettacolari o siti unici;
  • educativo, è una risorsa fondamentale per l’insegnamento delle scienze della Terra;
  • economico, contiene le risorse geologiche che sono alla base di molte attività industriali e produttive.

Riprendendo l’analogia con una biblioteca, il patrimonio geologico può essere quindi equiparato ai volumi rari, quelli introvabili, prime edizioni di volumi, magari manoscritti, che rappresentano l’evoluzione del pensiero umano o che, comunque, hanno avuto un impatto significativo sulla cultura dei popoli. Questi volumi devono essere salvaguardati, protetti e trasferiti alle generazioni future: la loro perdita sarebbe un danno per l’umanità intera.
Passiamo infine ai geositi, che sono l’espressione puntuale del patrimonio geologico: luoghi geologicamente rilevanti, delimitabili su una mappa, che contengono elementi unici per comprendere la storia della Terra e che possiedono un valore scientifico, educativo, culturale o estetico eccezionale, tale da renderli degni di conservazione per le generazioni future. Possono essere affioramenti rocciosi, magari contenenti fossili ben conservati, formazioni naturali come grotte o cascate, oppure fenomeni geologici rari e significativi. Questi luoghi rappresentano vere e proprie “finestre” attraverso le quali possiamo osservare e studiare i processi che hanno modellato il nostro pianeta.
Nella biblioteca universale i geositi diventano l’equivalente dei volumi che vengono conservati gelosamente in luoghi accessibili a pochi, quelli di una rarità assoluta, visionabili solo con particolari accorgimenti, o i volumi esposti al pubblico protetti da teche di vetro per preservarli da contatti che potrebbero metterli a rischio.

I geositi sono molto più di semplici paesaggi rocciosi o curiosità naturali: sono archivi fondamentali della memoria del nostro pianeta, pagine aperte del grande libro della Terra che raccontano storie di ere passate, di cataclismi, di lenti mutamenti e di vita antica. Pensiamo ai geositi come ai monumenti che compongono il patrimonio culturale di una nazione: ogni affioramento fossilifero, ogni gola nella quale è visibile una successione stratigrafica, ogni cono vulcanico o spiaggia ciottolosa è un monumento alla storia naturale. La loro importanza è multiforme e cruciale. Dal punto di vista scientifico, sono irreplicabili banche dati: la sequenza di rocce in una scogliera può custodire la prova di un’estinzione di massa, mentre una serie di impronte fossili può svelare il comportamento di dinosauri scomparsi milioni di anni fa. Sono aule all’aperto insostituibili per l’educazione, dove concetti complessi come la tettonica delle placche o l’erosione glaciale diventano tangibili e comprensibili. Hanno un profondo valore culturale, poiché spesso modellano l’identità di un territorio, ispirano leggende e determinano l’ubicazione di insediamenti umani e lo sviluppo di attività tradizionali.
Tuttavia, questi tesori sono fragili e non rinnovabili. Una cava, un’opera infrastrutturale invasiva, il collezionismo indiscriminato o semplicemente l’incuria e l’ignoranza possono cancellare in un attimo testimonianze formate in milioni di anni. Proteggere i geositi non è quindi un optional, ma un imperativo scientifico e culturale. La strada da percorrere è chiara: prima occorre conoscerli, attraverso un lavoro sistematico di studio e catalogazione che porti alla creazione di catasti regionali e nazionali. Successivamente bisogna valutarne il grado di importanza, classificandoli per stabilire priorità di tutela. Fondamentale è quindi integrarli nella pianificazione territoriale, dotandoli di strumenti di protezione giuridica adeguati. Infine, e non meno importante, va attuata una valorizzazione intelligente, che passi attraverso una comunicazione accattivante, sentieri tematici, cartellonistica e l’istituzione di Geoparchi, come quelli calabresi dell’Aspromonte e del Pollino, veri e propri laboratori di sviluppo sostenibile riconosciuti dall’UNESCO.

Da quanto esposto emerge con chiarezza che non tutte le geodiversità di un territorio possono essere automaticamente elevate al rango di geosito, così come non tutti i geositi riconosciuti possiedono la medesima importanza o valore, essendo questi classificati in base alla loro rilevanza scientifica, didattica, estetica o culturale su scale che vanno da quella locale a quella internazionale. È fondamentale mantenere questa distinzione per evitare l’equivoco, frequente in una percezione puramente estetica del paesaggio, di definire geosito qualsiasi formazione geologica che appaia suggestiva per la sua forma inconsueta, il suo colore vivido o qualche altro aspetto spettacolare ma non sufficiente ai fini di una designazione come geosito. Questa, infatti, è il risultato di una valutazione scientifica rigorosa che valuta criteri quali l’unicità, l’esemplarità di un processo, la completezza della documentazione di un evento geologico passato, l’immediata leggibilità dei fenomeni, la rarità e l’integrità del sito. Senza questi criteri oggettivi, si rischia di banalizzare il concetto stesso di patrimonio geologico, disperdendo gli sforzi di tutela e pianificazione verso elementi privi di reale significato per la comprensione della storia della Terra, confondendo la spettacolarità superficiale con l’autentico valore scientifico e culturale che trasforma un semplice affioramento in una pagina fondamentale della storia della Terra.

 

A livello nazionale, dal 2002, le politiche di gestione e tutela del patrimonio geologico sono coordinate tramite l’Inventario Nazionale dei Geositi, un progetto dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA). Questo strumento è stato avviato con lo scopo di realizzare un censimento sistematico dei luoghi di interesse geologico e geomorfologico, creando così una base conoscitiva essenziale per la pianificazione territoriale e la salvaguardia del paesaggio e dell’ambiente. L’inventario, accessibile al pubblico attraverso un Geodatabase on line, raccoglie attualmente circa 2000 geositi distribuiti in tutto il Paese. Questo database è dinamico e in costante aggiornamento, poiché il lavoro procede sia con l’inserimento di nuove segnalazioni, derivanti inizialmente dalla letteratura scientifica, sia con attività di verifica in situ, che possono portare alla revisione o persino alla rimozione dei siti già catalogati qualora le informazioni originarie non siano più confermate.

La Regione Calabria, a oggi, ha ottenuto il riconoscimento di 62 geositi tra quelli di interesse internazionale, nazionale, regionale e locale (fig. 1).
Due sono i geositi di interesse internazionale:

  • i Diapiri salini di Zinga, situati nel comune di Casabona (KR). Quest’ultimo costituisce una testimonianza diretta di un evento catastrofico nell’evoluzione del Mediterraneo, verificatosi tra 6 e 5 milioni di anni fa e noto come “Crisi di Salinità del Mediterraneo”. L’evento, determinato dalla chiusura dello stretto di Gibilterra, provocò l’isolamento del bacino marino e l’evaporazione di consistenti masse d’acqua, portando alla deposizione di estese formazioni di rocce evaporitiche, tra le quali spiccano imponenti lenti di salgemma, appunto i diapiri del crotonese (fig. 2).
  • la Grotta del Romito, nel comune di Papasidero (CS), considerata uno dei più importanti siti in grotta del Paleolitico italiano (fig.3);

Nella provincia di Reggio Calabria i geositi ufficialmente riconosciuti, secondo i criteri ufficiali del database gestito da ISPRA, sono 12, 7 dei quali ricadenti all’interno del Parco Nazionale dell’Aspromonte (figura 4).

L’ultimo geosito di interesse regionale censito nella provincia di Reggio Calabria è quello denominato “A petra virdi”, ricadente nel comune di Montebello Jonico, il cui riconoscimento ufficiale è giunto il 16 gennaio 2026.

 

Bibliografia

  • Brilha J. (2016) – Inventory and Quantitative Assessment of Geosites and Geodiversity Sites: A Review. Geoheritage, 8: 119-134
  • Duff, K. L. (1979) – The conservation of geological localities. Proc. Geol. Ass., 91 (1 & 2),119-124.
  • Ellis N. V. (Editor), D. Q. Bowen, S. Campbell, J. L. Knill, A. P. McKirdy, C. D. Prosser, M. A. Vincent. R. C. L. Wilsonan (1996) introduction of the geological conservation review. 1996 Joint Nature Conservation Committee ISBN 1 86107 403 4
  • Gray, M. (2004). Geodiversity: Valuing and Conserving Abiotic Nature. John Wiley & Sons. (Testo fondante sul concetto di geodiversità).
  • Lyell C. – Principles of Geology. London 1830
  • Wimbledon, W.A.P. (1996). Geosites – a new conservation initiative. Episodes, 19(3), 87-88.
  • Serrano E. & Ruiz-Flaño P. (2007) – Geodiversity. A theoretical and applied concept. Geogr. Helvetica 62, 140–147.

 

di Giuseppe Arcidiaco

Funzioni e finalità della base
Una testimonianza del ruolo cruciale giocato dall’Aspromonte in contesti bellici, si trova nel comune di Roccaforte del Greco, nel cui territorio sorge l’ex base americana di monte Nardello. Conosciuta dai più come “base americana” o “base N.A.T.O.”, fu costruita dall’U.S.A.F. (United States Air Force) nel 1963-65, in piena Guerra Fredda e fungeva da ponte radio tra le basi navali di Sigonella (Catania), Napoli e Comiso (Ragusa). L’infrastruttura faceva parte della rete di sorveglianza aerea degli U.S.A., la cui funzione principale era quella di monitorare lo spazio aereo del Mediterraneo contro eventuali incursioni sovietiche, tramite potenti radar ed antenne di comunicazione. Dalla caserma si effettuava il controllo delle telecomunicazioni e la raccolta e l’elaborazione di dati ed informazioni sensibili. Rimase pienamente operativa fino al 1985, quando l’utilizzo sempre più intensivo delle comunicazioni satellitari la rese obsoleta fino ad essere definitivamente dismessa nel 1993. Venne ubicata sulla vetta del Monte Nardello per la sua posizione strategica rispetto allo Stretto di Messina, crocevia di rotte e comunicazioni, e per la sua quota sufficientemente elevata (1815 m s.l.m.) che favoriva le trasmissioni radiofoniche con la Sicilia.
Antistante la base vi era un edificio con un distaccamento del Reggimento Trasmissioni dell’Esercito Italiano. La sorveglianza dell’intero complesso era assicurata dai Carabinieri che vi avevano sede. La struttura e il ponte radio dell’E.I. erano resi operativi grazie all’energia elettrica fornita dai generatori della base, pertanto, quando questa venne dismessa avvenne lo stesso per questo edificio.

 

L’infrastruttura e la vita al suo interno
Il complesso di edifici, esteso per un raggio di circa 3.5 km, era costituito principalmente da una serie di capannoni e da imponenti antenne radar. Fornita di alloggi e di tutti i servizi necessari per la permanenza del personale militare e civile sul posto, la struttura, grazie a generatori di energia elettrica, era totalmente autonoma. L’area era delimitata da una recinzione metallica alta più di 2 m sormontata da filo spinato. I militari che prestavano servizio nella caserma erano statunitensi ed alloggiavano sul posto mentre il personale civile, proveniente da Santo Stefano e Gambarie, dopo avere concluso il turno di servizio, tornava nelle proprie abitazioni. La base era attrezzata per garantire loro condizioni di vita più che dignitose per interi mesi: oltre ai dormitori ed alle cucine non mancavano gli spazi di intrattenimento e di svago. Negli anni ‘70, nel pieno della sua operatività, la base ospitò anche 40 unità militari fra soldati semplici ed ufficiali, ridotte a 18 nel 1985 e poi a 7 negli anni ‘90. Nei periodi autunnali ed invernali la base provvedeva con mezzi propri a spazzare la neve dalla strada di accesso, rendendo possibili gli spostamenti verso i centri abitati e permettendo anche agli sportivi che praticavano lo sci di fondo di raggiungere agevolmente il crinale. Tra i più significativi ricordi dei soldati americani che hanno prestato servizio a Nardello: la natura aspra ed incontaminata, la folta vegetazione boschiva che a volte rendeva le strade impraticabili, la vista sulla Sicilia e gli spettacolari tramonti. Si ebbero anche dei matrimoni tra i militari e donne italiane.
“I giorni più belli erano quelli con tante nubi intorno a noi: da Nardello si potevano vedere soltanto la vetta del Montalto e dell’Etna, che spiccavano emergendo dal mare di nuvole. In quei giorni mi sembrava di essere in un posto diverso, con queste “isole” che si potevano vedere da lassù. L’inverno era bellissimo, nevicava davvero molto. La strada d’accesso alla base era difficoltosa da percorrere, i rami sporgenti dei faggi formavano un arco intorno al manto stradale ed era davvero meraviglioso”, ha raccontato nel 2012 Jim Hoose, ex militare dell’U.S.A.F. che vive in Florida e giunse a Nardello nel 1976 in qualità di Sergente Maggiore.
La direzione della base fu sempre disposta a fornire la massima collaborazione a tutte le istituzioni che le si rivolgevano, mettendo a disposizione uomini, mezzi e risorse.

 

Leggende metropolitane
Sulla base di Nardello circolarono numerose voci, prive di fondamento storico, riguardanti la sua funzione all’interno di un contesto internazionale caratterizzato dalle forti tensioni geopolitiche che hanno segnato la Guerra Fredda. Ecco, quindi, che un progetto statunitense ideato per occuparsi di controllo e monitoraggio delle telecomunicazioni, si trasforma in una copertura messa in atto per celare operazioni militari segrete di spionaggio e sorveglianza. La base diviene un avamposto per la dislocazione di missili balistici atti a difendere gli interessi degli U.S.A. in Europa o perfino un laboratorio segreto creato per condurre esperimenti sugli UFO o sviluppare armi innovative a cui avrebbero collaborato centinaia di addetti ai lavori tra scienziati, tecnici e militari. Un’ipotesi, questa, chiaramente ispirata al ruolo ricoperto dal Campo di Los Alamos (New Mexico) durante la Seconda Guerra Mondiale, sede del progetto Manhattan che portò alla costruzione dei primi ordigni nucleari. L’alone di segretezza e mistero che circondava la base era accresciuto dalla posizione isolata e difficilmente raggiungibile del luogo e soprattutto dal fatto che i militari potevano trascorrere anche molti mesi senza mostrarsi all’esterno del filo spinato che la delimitava, ma ciò era da attribuirsi alla totale autonomia ed autosufficienza della struttura. Fu solo quando la base aprì alcuni spazi al pubblico che molti giovani dalla città e dai paesi vicini si avventurano sul Monte Nardello per vederla da vicino, visitarla ed ascoltare la musica americana dal juke box insieme ai soldati.

 

Quello che resta oggi
La graduale dismissione della base di Nardello ebbe inizio a partire dalla seconda metà degli anni ‘80, quando i moderni e più affidabili mezzi di comunicazione sostituirono in parte le trasmissioni via radio e gli stessi presìdi difensivi della N.A.T.O. si spostarono progressivamente verso l’Europa dell’Est, allontanandosi dal Mediterraneo centrale. Alla cerimonia di commiato per la chiusura ufficiale della base U.S.A.F., avvenuta presso l’Hotel Centrale di Gambarie, furono presenti gli addetti alla base, il suo Direttore Pietro Iatì, alcuni ufficiali dell’esercito americano, il Sindaco di Santo Stefano ed i rappresentanti delle forze dell’ordine (Carabinieri della Compagnia di Villa San Giovanni, Guardie Forestali del Comando Stazione di Basilicò), per salutare una struttura carica di storia che cessava di esistere, un simbolo della Guerra Fredda in Aspromonte, che resterà soltanto un ricordo per gli americani e gli italiani che lì hanno lavorato per anni.
Nel 1993 la gestione dell’area venne trasferita al Ministero della Difesa italiano, cadendo in totale stato di abbandono. La fine dell’operatività della base americana segnò l’inizio di un lungo periodo di saccheggi, durante il quale i locali della struttura furono danneggiati e depredati senza alcun ritegno: quadri elettrici, infissi, rivestimenti, sistemi di illuminazione, sanitari rendendo la struttura inagibile e fortemente degradata. Diverse furono, negli anni, le proposte per un riutilizzo del sito, convertendolo ad altri scopi, ma ad oggi rimangono molto lontane dall’essere concretizzate. Tra le prime e più interessanti ricordiamo quella di restaurare la base, trasformandola nella sede polifunzionale-logistica dell’allora nascente “Parco Nazionale dell’Aspromonte”, fondato nel 1994. Negli anni successivi al 2000, la base è stata quasi completamente smantellata; a testimonianza del suo passato rimangono solo i basamenti in cemento delle antenne radio, i resti dei tralicci ed i ruderi degli edifici minori, come postazioni di guardia, torrette e containers. Questa misura si è resa necessaria al fine di bonificare l’area dai materiali inquinanti, come eternit e lana di roccia, che si stavano progressivamente disperdendo nell’ambiente circostante a causa del pessimo stato di conservazione in cui versava il sito. Un’altra e più recente proposta di destinazione dell’area è stata quella di costruirvi un osservatorio astronomico, vista la sua posizione privilegiata, lontana dalle fonti di inquinamento luminoso. Un’ipotesi che sarebbe auspicabile dato che l’Aspromonte è unanimemente riconosciuto per essere particolarmente adatto all’osservazione ed alla fotografia astronomica (vedi astrofotografo e Via Lattea da Montalto).

 

Foto di Roberto Lombi, Alfonso Picone Chiodo, Giuseppe Trovato e da Stretto Web