Qual è la fauna presente in Aspromonte? Quali specie hanno bisogno di essere aiutate attraverso una corretta gestione? Ma soprattutto cosa si può fare? Sono queste le domande che fin da ragazzo Giuseppe si poneva quando, dalla costa, risalendo con lo sguardo le fiumare Amendolea e La Verde, scrutava gli angoli più remoti che la vista potesse concedere. La risposta fu studiare e documentare. Ovvero fare ricerca e fotografie. Così, dopo qualche anno, conseguendo la laurea in Scienze Naturali, è diventato un Naturalista. Certo, era solo un titolo, ma fin da subito ha avuto l’opportunità di lavorare per il Parco Nazionale dell’Aspromonte. Contestualmente ha anche sviluppato la passione per la fotografia naturalistica, prediligendo però l’avifauna. Ora sono trascorsi 12 anni da quando ha iniziato a lavorare per l’Aspromonte e la sua biodiversità, altrettanti da quando ha iniziato a fare fotografia. Ha avuto la fortuna di studiare in particolar modo l’Aquila reale (Aquila chryisaetos), la Coturnice (Alectoris graeca) ed il sempre più minacciato Ululone appenninico (Bombina pachypus). Grazie al lavoro di campo ha appreso tante informazioni su queste specie ma molto c’è ancora da fare per tutelarle e conservarle. Così oggi, da quel lontano 2004 in cui scrutava i crinali aspromontani dalla costa, continua a studiare e lavorare per l’Aspromonte e la sua biodiversità. Contribuendo, se pur in minima parte, alla tutela della fauna ed a una corretta divulgazione.

Per chi percorre un territorio cercando di conoscerlo, la cartografia è uno strumento importante. Se poi si vuole scrutare il passato, le carte antiche aprono un mondo affascinante. Pertanto, per quanto riguarda l’Aspromonte, ho indagato su qual è la prima carta che ne riporta il toponimo.
Secondo la geocartografia moderna (cioè il prodotto grafico di uno studioso del territorio), circa la Calabria e, quindi, all’Aspromonte, la più antica che contenga il toponimo della nostra montagna è la Carta Aragonese, la cui datazione risale al primo quarto del 1500. Infatti, l’intero sistema montuoso calabrese nell’antichità aveva un’indistinta denominazione: Sila. Termine che deriva dal greco: “materia prima, bosco”. Furono poi i normanni che introdussero la denominazione “Aspromonte”. Per approfondimenti sull’etimologia vedi https://www.facebook.com/altroaspromonte/posts/232306468688727
Vanno citate anche alcune carte tolemaiche, antecedenti di qualche decennio la Carta Aragonese. Tuttavia, esse non sono il frutto dell’attività di un geografo/cartografo, ma dello storico.
Ringrazio l’ing. Giuseppe Macrì per le puntuali indicazioni fornite. Consultate la sua interessante pagina Monumenta Cartographica Calabriae dalla quale ho tratto alcune delle carte che pubblico.
Di seguito, in ordine pressoché cronologico, i riferimenti bibliografici di alcune delle carte pubblicate.

  • Marco Iuliano, “Cartapecore geografiche”: cartografia calabra in età aragonese, in Storia della Calabria nel Rinascimento a cura di S. Valtieri. Gangemi Ed. 2002
  • Carta del Regno di Napoli, 1580. Bibliothèque nationale de France, département Cartes et plans
  • Calabriae Descrip. per Prosperum Parisium consent di A. Ortelius  1595 ca.
  • Carta corografica della Calabria ulteriore 1784 di Padre Eliseo della Concezione (Francesco Mango) (Napoli, 1725-1809)
  • Atlante geografico del regno di Napoli 1788 di Rizzi Zannoni, Giovanni Antonio (1736­1814)

 

L’industria boschiva, per una montagna ricca di legname come l’Aspromonte, ha rappresentato il più importante comparto economico del comprensorio.
Sino al secolo scorso il legname era indispensabile per l’industria navale, nella costruzione di edifici, per le botti, ecc. e la segheria era l’opificio che lo lavorava.
La ricostruzione di una segheria e molto altro ancora è riportato nel pregevole volume “Tutto scorre” di Domenico Malaspina e Antonino Sapone, Laruffa Ed. 2019. Vi leggiamo che attestazioni di segherie risalgono alla prima metà del 1400. Giuseppe Melograni, Ispettore Generale dell’Amministrazione delle Acque e Foreste nel suo “Descrizione geologica e statistica di Aspromonte e sue adiacenze” del 1823 scrive “gran numero di seghe che sono in continua azione”.
Bisogna essere grati ai due autori per il prezioso lavoro di ricerca, relativo alla vallata del Gallico, e mi auguro che tali studi vengano estesi ad altre aree dell’Aspromonte.
Purtroppo, le fonti sono lacunose. Labili tracce appaiono nella cartografia o in foto aeree dove sono riportati i tracciati delle teleferiche https://www.laltroaspromonte.it/2021/04/26/friulani-in-aspromonte/
Delle decauville, ferrovie a scartamento ridotto per il trasporto del legname sino alle segherie, rimane qualche tracciato o qualche manufatto https://www.facebook.com/altroaspromonte/posts/470508358201869
Imponente, anche se in abbandono, è la segheria di Giffone.  La segheria di Pantanizzi (in agro di Bagaladi) sino a pochi anni fa era ancora riconoscibile in alcune strutture murarie e macchinari. Ma oggi degli immobili rimane qualche brandello di muro e i macchinari non vi sono più. Una segheria veneziana è stata donata dall’imprenditore boschivo Poletto di Serra San Bruno al Dipartimento di Agraria dell’Università mediterranea di Reggio Calabria ed è situata nel piazzale retrostante l’edificio in attesa di essere montata.
La segheria De Leo, a breve distanza da Gambarie, è stata meritoriamente acquistata dall’Ente Parco nazionale dell’Aspromonte. Per la visita http://www.parconazionaleaspromonte.it/centri-visita-dettaglio.php?id=673
Infine, per chi scruta il passato anche attraverso i nomi dei luoghi, restano i toponimi: fontana della Serra, Sega di Pollia, Sega di Cufalo, Serra Vecchia e tanti altri.

Quella che descriviamo è una proposta di route in Aspromonte per scout. Il percorso è stato rodato da Gruppi scout reggini ed elaborato in base alla conoscenza del territorio di Alfonso Picone Chiodo e Francesco Manti.
Grande cura e massima attenzione sono state poste, nel redigere questa proposta, per garantire l’attendibilità e l’accuratezza delle informazioni. Tuttavia, i dati possono presentare errori di aggiornamento o di georeferenziazione. Si declina quindi ogni responsabilità per eventuali variazioni successive alla rilevazione dei dati e in ordine ad eventi dannosi che possano derivare dall’utilizzo delle informazioni fornite. Prima di intraprendere la route è quindi necessario informarsi sull’accessibilità, munirsi di una carta dettagliata e osservare norme, divieti e regolamenti in merito alla fruizione dei siti.
Oltre alle info fornite di seguito, potete avere gratuitamente le tracce in formato gpx, kml, shp e le carte del percorso facendone richiesta tramite https://www.laltroaspromonte.it/contatti/
Una mappa interattiva la trovate al link https://www.laltroaspromonte.it/cartografia/#route-scout-in-aspromonte
Ringraziamo quanti vorranno segnalarci eventuali variazioni o inesattezze.

La ruote prevede 4 tappe fattibili ognuna in giornata. Considerando il viaggio sono necessari 5 o 6 giorni, secondo gli orari dei trasporti e la località di provenienza.
Il percorso è ad anello, con partenza e ritorno a Gambarie (raggiungibile con autobus da Reggio Calabria o anche dalla base scout Aspromonte). La segnaletica di alcuni sentieri, con segnavia rosso-bianco-rosso e cartelli, è a cura del Parco Nazionale dell’Aspromonte. Sulla cartografia vengono indicati in rosso i tratti su asfalto. Di questi tratti alcuni sono obbligatori, altri sono alternativi ai sentieri.
Volutamente non vengono indicati i tempi dato che, per gli scout, sono estremamente variabili in base ad allenamento, peso dello zaino, necessità di soste per attività varie, ecc. Sono però specificati km e dislivelli.
Nel caso si voglia abbreviare il percorso di una tappa lo si può fare dai Piani di Carmelia salendo col sentiero 102 al Montalto senza passare da Polsi.

Per informazioni: Autolinee http://www.atam.rc.it/
Base scout Aspromonte http://www.masci-rc4.it/baseaspromonte/
Parco Nazionale Aspromonte http://www.parconazionaleaspromonte.it
Sull’Aspromonte in generale https://www.laltroaspromonte.it/

 

PRIMA TAPPA

Gambarie 1304 m (Santo Stefano in Aspromonte) – piani di Carmelia 1305 m (Delianuova)
Tappa che si svolge sempre dentro i boschi e attraversa diversi corsi d’acqua. Nonostante sia segnata porre attenzione al percorso. Nel primo tratto è possibile alternativa su strada.
Lunghezza: 16 km circa
Difficoltà: E
Segnaletica: la tappa corrisponde ad un tratto del Sentiero del Brigante (numero 100 e alcune volte sigla SB)
Quote: minima 1247 m., massima 1425 m.
Dislivelli: circa 230 m salita, altrettanti in discesa
Punti d’acqua: Gambarie, fontana del Monaco (coordinate 38.19215, 15.87358), piani di Carmelia
Approvvigionamenti: Gambarie. Vicino alle fontane di Carmelia si trova il Bar-Ristoro “Il Cavallino” 3207950361 e a due km il Rifugio “il Biancospino” 329 628 3539
Descrizione: il percorso su strada (più breve di circa 1 km) segue la SP3 sino al laghetto di Rumia. Portarsi al lato est del lago e procedendo in direzione nord-est e dopo i Piani Quarti aggancerete i segnavia del sentiero 100.
Volendo intraprendere il sentiero 100 sin da Gambarie troverete un tabellone riepilogativo e l’inizio dei segnavia nel bosco di Terreni Rossi, poco dopo il piazzale ANAS. Giunti al torrente Saltolavecchia lo si guada e si imbocca una stradina nella faggeta che giunge presso il lago. Dai Piani Quarti diversi saranno i ruscelli che si incontreranno. Il sentiero cammina poco a monte di una stradina e alcune volte la intercetta. Poco avanti la fontana del Monaco si sbocca in uno spiazzo dove si diparte una pista di esbosco che scende ripidamente al ponte dell’Albara. Ma il sentiero 100 scende al Passo delle Due Fiumare ove esiste un’opera di presa per una centrale idroelettrica. Qui, oltre al guado, bisogna porre attenzione a riprendere i segnavia sul versante opposto della valle. Raggiunta una pista sterrata si prosegue sino al piano di Melia, poi un tratto nella vegetazione fitta e altra radura. In breve, si guadagna la stradina asfaltata che conduce alle fontane dei Piani di Carmelia, presso la chiesetta della Madonna della Salute.

 

SECONDA TAPPA

Piani di Carmelia 1305 m (Delianuova) – Santuario di Polsi 862 m (San Luca)
Percorso su sentiero, stradina asfaltata e infine pista sterrata ripida. Polsi è il centro della religiosità popolare dell’Aspromonte.
Lunghezza: 13 km circa
Difficoltà: EE
Segnaletica: nel primo tratto (Carmelia-bivio monte Fistocchio) si segue il sentiero 133.
Quote: minima 862 m., massima 1457 m.
Dislivelli: circa 150 m in salita, circa 600 m in discesa
Punti d’acqua: Carmelia, Fontanelle, casello Vocale, santuario Polsi
Approvvigionamenti: qualcosa si può trovare a Polsi
Descrizione: seguite la strada asfaltata in direzione est e dopo meno di 2 km incontrerete una fontana e subito dopo una stradina sterrata a destra che entra nel bosco: seguitela. Noterete i segnavia del sentiero 133, salendo il panorama si apre da Palmi sino a Capo Vaticano. Poco avanti potrete sostare alla fontana Scarpa e alle Fontanelle. Giunti a Portella Mastrangelo s’incrocia la stradina asfaltata che proviene da Montalto e prosegue per San Luca. La si segue per un breve tratto in salita sino alle pendici di Monte Fistocchio. Al bivio si prosegue a destra sulla strada asfaltata in discesa e poco avanti noterete una pista sterrata sulla destra. Imboccatela e vi condurrà al casello di Vocale. Proseguendo si raggiunge Puntone la Croce, eccezionale punto panoramico sul versante orientale del massiccio ed in particolare sulla vallata del Bonamico con Polsi. Sulla sinistra un sentiero conduce a un rifugio realizzato dagli operai forestali. Da Puntone la Croce inizia la ripida discesa su Polsi, s’incrociano tra loro tratti dell’antico sentiero e della dissestata pista. Raggiunta una pista (che proviene da San Luca) si devia a destra per Polsi, si supera il Torrente Sedia sul quale incombe la frana di S. Francesco e si giunge al santuario.

 

TERZA TAPPA

Santuario di Polsi 862 m (San Luca) – Montalto 1956 m (San Luca)
La tappa è impegnativa per dislivello (circa 1.000 m. di salita). La si può affrontare seguendo l’antico sentiero seguito dai pellegrini o, con un tragitto più lungo, dalla strada asfaltata che passa dal casello di Cano.
Quote: minima 862 m., massima 1956 m.
Dislivelli: 1094 m salita
Sentiero diretto.
Lunghezza: 7,2 km.
Difficoltà: EE
Segnaletica: la tappa corrisponde a un tratto del Sentiero Italia col numero 103.
Punti d’acqua: Polsi, pantano di Montalto
Approvvigionamenti: nessuno
Descrizione: la via Crucis, tra castagni monumentali, attacca la salita. Giunti al termine, una scaletta consente di uscire dalla recinzione. Il sentiero, in alcuni tratti eroso, sale tra le felci. Esemplari isolati di querce offrono un po’ di ombra, si lascia a destra la frana di San Francesco e a sinistra il vallone della Madonna. Iniziano i pini larici e poi i faggi sino a raggiungere il Piano dei Riggitani. Attraversata la radura ecco un breve tratto di pista e poi il sentiero che riprende ripido. Il bosco si alterna a tratti aperti con tracce di terrazzamenti dove anticamente si coltivavano cereali (loc. Gianni Iettu, nell’IGM Portella Giovannetto). Infine, si accede alla strada asfaltata. Il sentiero proseguirebbe tagliando alcuni tornanti della strada e salendo al Montalto dal versante nord-est. Conviene invece seguire la strada che in circa 1.5 km giunge alla base del Montalto dal versante nord, dove inizia il sentiero più battuto. Inoltre, prima di salire in cima, potreste avere necessità di rifornirvi d’acqua e lo si può fare al pantano di Montalto che è nei pressi. Si prosegue lungo la strada e poco oltre (loc. Putichej) si incrocia un’altra strada. Nel bordo meridionale della strada vi è un’apertura nella staccionata di legno: entrate nella faggeta e seguite il sentiero che scende per tornanti fino a confluire in una stradina sterrata. Una prima fontana si trova subito sulla stradina e un’altra poco avanti verso sinistra.
A Montalto, seguendo il sentiero delimitato da una staccionata in legno e segnavia bianco-rosso, si sale in circa 20 minuti. La statua del Redentore vi accoglie e dalla vetta, la più elevata dell’Aspromonte, potete ammirare un ampio panorama sullo Ionio e sul Tirreno. Con l’ausilio di una rosa dei venti potrete individuare le cime più importanti del massiccio e, con buona visibilità, le Serre, l’Etna e le isole Eolie. Alle spalle della statua i segnavia portano ad una valletta riparata e poi a un altro punto panoramico.
Strada.
Lunghezza: 15 km circa
Difficoltà: E
Punti d’acqua: Polsi, fontana Malonome, pantano di Montalto
Descrizione: a metà del tragitto si incontra un grande spiazzo col casello di Cano. Circa 1 km prima la fontana del Malonome.

 

QUARTA TAPPA

Montalto 1956 m (San Luca) – Gambarie 1304 m (Santo Stefano in Aspromonte)
Tragitto per un tratto su strada e poi diversi sono i sentieri che scendono a Gambarie, consigliamo il 112. Itinerario più diretto è quello lungo le piste da sci.
Lunghezza: 12 km circa
Difficoltà: E
Segnaletica: sentiero 112
Quote: massima 1956 m., minima 1304 m.
Dislivelli: 652 m discesa
Punti d’acqua: Pantano di Montalto, Gambarie
Approvvigionamenti: Gambarie
Descrizione: dalla base di Montalto seguire la stradina asfaltata per 2 km sino a Materazzelli (pianoro con rudere sulla sinistra) e per altri 5 km sino a Nardello (stradina a sinistra che termina ai resti dell’ex base USAF). Poco avanti della deviazione per l’ex base si lascia la strada per una pista a destra. Qui il sentiero 112 scende a Gambarie aggirando monte Basilicò. Seguendo invece ancora la pista verso destra, dopo una costruzione, si accede alle piste da sci che scendono su Gambarie.

Nel 2001 realizzai per il CAI di Reggio Calabria una mostra fotografica che raccontava, attraverso le splendide immagini subacquee di Francesco Turano e le mie foto “terrestri”, del legame mare/monti che caratterizza la nostra città. Spiagge emerse dal mare e montagne ora sommerse, per la mutevolezza geologica della nostra terra. Uno scenario unico che purtroppo spesso abbiamo deturpato come documentano le immagini e i testi ancora attuali. Importanti le riflessioni dello storico prof. Domenico Minuto e del geografo prof. Renato Crucitti. La mostra venne esposta al Museo Nazionale della Magna Grecia di Reggio di Calabria.

 

San Gianni è una contrada a nord dei ruderi di Africo, collocata su di un crinale che si protende tra il torrente Aposcipo e lo Spasola, con la quota più elevata intorno ai 600 m.
Fu visitata dal prof. Domenico Minuto nella primavera del 1989 per le sue ricerche sui luoghi di culto basiliani. Si ipotizza possa essere il luogo dove sorgeva il convento della SS. Annunziata.
Di recente, nel condurre un’indagine sulla pastorizia, ho coinvolto Leo e Andrea Stilo, il cui padre ebbe un ovile proprio a San Gianni. Son voluto quindi tornare in quel luogo.
C’ero già stato circa 30 anni fa, guidato sempre dagli Stilo, e nel 2018 per … sbaglio. Ci passai infatti nel tentativo di aggirare le gole del vallone Spasola.

Le strutture murarie del convento sono ormai illeggibili per cui rimando alle immagini degli anni ’70 e ’80 pubblicate su “Africo: terra mia” di Costantino Criaco.
L’abbandono dei luoghi è tale da renderli difficilmente accessibili ma, negli anni in cui la montagna era popolata, doveva essere un sito nodale. Lo si può desumere dalla incredibile qualità e quantità degli oggetti ivi ritrovati: un busto marmoreo acefalo, unguentari, vasetti, mattoni di età romana, un rosone in pietra e altro. Insomma l’Aspromonte, almeno in quell’epoca, era al centro del mondo. Una lezione su come non bisogna accontentarsi della rappresentazione attuale ma cercare l’Altro Aspromonte.

n.b.: gli oggetti ritrovati sono stati regolarmente segnalati alle Autorità competenti. Altre notizie sugli Stilo, una famiglia che possiede un importante patrimonio di conoscenze sull’Aspromonte, le trovate nel post https://www.facebook.com/altroaspromonte/posts/249504476968926

Non l’ho scoperta io questa grotta, sono stato un semplice ripetitore. D’altronde in Aspromonte, dove ogni luogo conserva, a chi sa osservare, segni dell’uomo, difficilmente si può vantare qualche primato del genere. Quando scalai Pietra Cappa alla fine degli anni ’80 credevo di essere stato il primo ma resti di manufatti trovati in cima e Bastiano Codespoto che vi saliva tranquillamente, suonando la ciaramedda e accompagnandovi le capre, mi tolsero ogni vanagloria. Capii pertanto che era più importante cercare di comprendere cosa quel sito poteva raccontare. E quando, di frequente, le mie competenze non sono sufficienti per leggere i segni dell’uomo, mi sono sempre rivolto agli esperti del settore. Studiare, con la collaborazione, col coinvolgimento di vari specialisti e condividere con tutti gli esiti delle ricerche.
Con tali intenti nel 1992/1993 mi occupai di alcune grotte del monte Consolino con l’aiuto dello speleologo Vincenzo Tassone e dell’architetto Nunzio Tripodi. Su tali indagini, sollecitato dal prof. Domenico Minuto, all’XI Incontro di Studi Bizantini presentai una relazione con planimetrie e foto che trovate quì https://www.laltroaspromonte.it/3d-flip-book/esplorazione-delle-grotte-del-monte-consolino/.
Negli affreschi presenti nella grotta di Sant’Angelo notammo delle tracce di garze. Ci spiegarono poi che potevano essere stati tentativi di “strappo”, di furto del dipinto. Se consideriamo anche l’esposizione degli affreschi agli agenti atmosferici e l’assenza di tutela credo che le mie immagini siano forse le ultime e uniche di tali opere. Buona visione.

Ecco un Altro Aspromonte, grazie ad una suggestiva sequenza di sette dittici del fotografo Giacomo Falcone. Una visione originale e forse inedita per la nostra montagna, quella dell’amico e collega Giacomo. Accoppiando una fotografia di paesaggio ad una microfotografia di un’ala di farfalla racconta la sua intima visione di una montagna che riflette il suo incanto anche nei piccoli esseri che la abitano.
Appassionato della natura in tutte le sue forme, ha iniziato a fotografare spinto dal desiderio di raccontare una bellezza sotto gli occhi di tutti ma che pochi hanno voglia e tempo di osservare. Si è specializzato in fotografia naturalistica e in macrofotografia, interessi che, uniti alla professione di ricercatore presso il Dipartimento di Agraria dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, lo ha portato a collaborare in pubblicazioni internazionali con i colleghi entomologi.
Con l’attenzione quindi di chi cammina con passo lento e curioso e non di chi corre. Con questo spirito, come un cercatore d’oro armato di setaccio cerca tra i sassi il metallo più prezioso, con i suoi obiettivi vaglia ciò che lo circonda trovando tesori inaspettati.

Il calabrese ha avuto ed ha un rapporto difficile con la natura, spesso conflittuale. A farne le spese è anche la fauna. Diversi episodi lo attestano. Ne racconterò qualcuno mantenendomi generico nell’indicazione di luoghi e persone. Il periodo natalizio non si presterebbe a tali argomenti ma i bracconieri non divengono buoni nemmeno a Natale. Avverto i lettori che alcune foto sono cruente.

IL FATTO
Una decina d’anni fa, Aspromonte orientale. L’inverno si avvicina a grandi passi e l’escursione è stata sinora molto piacevole. Stiamo consumando il pranzo al sacco quando vediamo transitare un fuoristrada con due uomini a bordo. Terminata la sosta riprendiamo il cammino e poco avanti l’automezzo, nel tornare indietro, si ferma e l’autista ci chiede che facciamo da quelle parti. Lo mettiamo al corrente dei nostri programmi e nel frattempo vediamo che nella parte posteriore dell’auto vi è una grossa bacinella ed una corda. Riprendiamo il cammino e più avanti troviamo, proprio in mezzo al sentiero, una pecora morta, posta sopra un sacco, con il ventre squarciato e le interiora che fuoriescono, copiosamente riempiti con una polvere grigiastra, probabilmente veleno, in quanto intorno vi sono numerose mosche ed altri insetti morti. Non potendo chiamare le autorità competenti per mancanza di campo e per evitare che qualche lupo e/o altri animali rischiassero di morire avvelenati bruciamo, come possiamo, la carcassa. Ripreso il cammino e tornati alle auto denunciamo prontamente il fatto ma, per quanto ci è dato sapere, senza esito.

IL COMMENTO
La questione è complessa. Da un’indagine condotta di recente dal Dipartimento di Agraria dell’Università di Reggio Cal. e dalla mia conoscenza sull’argomento abbiamo: una pastorizia in alcuni casi poco attenta alle cure del gregge con recinzioni malferme e scarsa o nulla vigilanza durante il pascolo; un effettivo aumento del numero di lupi (che non sono stati “liberati” e in Aspromonte non sono centinaia ma poche decine); cani non specializzati nella difesa dai lupi; danni da cani rinselvatichiti e/o da ibridi cane-lupo; il Parco che aveva avviato e poi interrotto la consegna agli allevatori di cani da guardiania; un iter soddisfacente nel risarcimento dei danni da lupo.
Difendersi dal lupo con mezzi estremi era comprensibile più di mezzo secolo fa quando questa specie non era protetta, la perdita di capi era grave per il pastore e non risarcita.
Oggi l’avvelenamento, così come altre soluzioni quali tagliole (pericolose anche per gli escursionisti), lacci o uccisione per arma da fuoco sono reati e quindi inaccettabili. Ogni anno in Italia centinaia di animali selvatici e domestici muoiono per aver ingerito bocconi avvelenati.
Chi incapperà in una delle situazioni suddette lo comunichi ai Carabinieri Forestali che hanno uno specifico Nucleo Cinofilo Antiveleno.

I caselli forestali, un patrimonio negletto, mai valorizzato, eccetto alcuni rari casi. Si tratta di oltre cento immobili che punteggiano l’Aspromonte. Le tipologie vanno dall’edificio in cemento armato a più piani al piccolo bivacco in legno. Lo stato di conservazione è da rudere a ben tenuto.
La loro storia è controversa ma provo a descrivere sinteticamente le complesse vicende che hanno portato alla loro realizzazione. Notizie che possono essere parziali o errate sino a eventuale smentita. Non esistono infatti o sono rari i documenti ufficiali sull’argomento.
Vi sono alcuni caselli, pochi, la cui costruzione risale agli anni ’30 del secolo scorso. Altri furono poi costruiti a partire dal secondo dopoguerra. Costruzioni realizzate secondo le direttive dell’allora Corpo Forestale dello Stato e quindi secondo criteri razionali.
A partire dagli anni ‘70 la competenza in materia di foreste passò alle Regioni e fu quindi l’A.Fo.R. (Azienda Foreste Regionali) a occuparsene. Alcuni venivano concessi a gruppi scout e giovanili per le loro attività in montagna.
A causa del gran numero di operai forestali impegnati nei cantieri montani si iniziarono a realizzare tante strutture in molti casi sovradimensionate. In alcune di esse vi erano operai che pernottavano con turni tali da garantire una presenza assidua in montagna rendendosi utili nel portare soccorso ad automobilisti o turisti incappati in incidenti o nel mal tempo. Tra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso li utilizzai come punto d’appoggio per i trekking che organizzavo con la coop. Nuove Frontiere.
Nel tempo le risorse economiche e umane diminuirono, causa gli sprechi precedenti, fino a esaurirsi del tutto tanto da non garantire nemmeno la manutenzione degli immobili. Quasi sempre chiusi e per il cui utilizzo spesso non è facile sapere a chi rivolgersi. La gran parte non sono accatastati e/o non rispondono alle attuali norme in materia di sicurezza. Alcuni dismessi da Calabria Verde (una volta A.Fo.R.) sono stati girati ai Comuni nel cui territorio insistono ma spesso tali enti non sono in grado di gestirli.
In ogni caso da qualche decennio non si costruiscono più caselli forestali. Alla necessità di avere un punto d’appoggio gli operai forestali quindi si arrangiano realizzandoli da sé con materiali in gran parte reperiti in loco (legno, pietra) o tassandosi per l’acquisto di quant’altro necessario. Per assurdo con tale modalità “ecosostenibile” sono stati spesso creati veri rifugi, ben inseriti nell’ambiente, dotati dell’indispensabile ma che in montagna può essere vitale: acqua, caminetto, un tetto e alcune volte anche provviste. Sono spesso aperti, fruibili liberamente e pertanto preziosi per l’escursionista. Ovviamente vanno utilizzati CON RISPETTO E GRATITUDINE verso chi li gestisce.
Nell’intento di far conoscere questo patrimonio è stata realizzata nel 2006 dal CAI sezione Aspromonte un’indagine su 53 strutture dell’allora A.Fo.R. (Azienda Foreste Regionali) i cui esiti sono stati pubblicati nel libro https://www.laltroaspromonte.it/portfolio-articoli/guida-ai-caselli-forestali-della-provincia-di-reggio-calabria/
Sempre nel libro, nel capitolo “Metodologia di indagine”, viene esplicitato come poter interpretare le informazioni riportate nel database. La ricerca è stata poi da me e da altri in parte aggiornata e integrata.
L’intento principale, infatti, è rendere evidente una risorsa della nostra montagna che anziché offrire rifugio all’escursionista, si sta degradando.
Data la mole di dati alcune informazioni potrebbero non essere più attuali. È consigliabile pertanto verificarle, soprattutto se vorrete utilizzare qualche struttura.
Come ogni indagine seria non pretende di essere esaustiva e quindi chiedo a tutti voi di collaborare al suo aggiornamento. Nel caso vi prego di farlo compilando la scheda apposita.
Ringrazio per la preziosa collaborazione e la paziente disponibilità il dottore forestale Francesco Manti e il professore Gianluca Lax.
https://www.laltroaspromonte.it/cartografia/