di Giuseppe Arcidiaco

Funzioni e finalità della base
Una testimonianza del ruolo cruciale giocato dall’Aspromonte in contesti bellici, si trova nel comune di Roccaforte del Greco, nel cui territorio sorge l’ex base americana di monte Nardello. Conosciuta dai più come “base americana” o “base N.A.T.O.”, fu costruita dall’U.S.A.F. (United States Air Force) nel 1963-65, in piena Guerra Fredda e fungeva da ponte radio tra le basi navali di Sigonella (Catania), Napoli e Comiso (Ragusa). L’infrastruttura faceva parte della rete di sorveglianza aerea degli U.S.A., la cui funzione principale era quella di monitorare lo spazio aereo del Mediterraneo contro eventuali incursioni sovietiche, tramite potenti radar ed antenne di comunicazione. Dalla caserma si effettuava il controllo delle telecomunicazioni e la raccolta e l’elaborazione di dati ed informazioni sensibili. Rimase pienamente operativa fino al 1985, quando l’utilizzo sempre più intensivo delle comunicazioni satellitari la rese obsoleta fino ad essere definitivamente dismessa nel 1993. Venne ubicata sulla vetta del Monte Nardello per la sua posizione strategica rispetto allo Stretto di Messina, crocevia di rotte e comunicazioni, e per la sua quota sufficientemente elevata (1815 m s.l.m.) che favoriva le trasmissioni radiofoniche con la Sicilia.
Antistante la base vi era un edificio con un distaccamento del Reggimento Trasmissioni dell’Esercito Italiano. La sorveglianza dell’intero complesso era assicurata dai Carabinieri che vi avevano sede. La struttura e il ponte radio dell’E.I. erano resi operativi grazie all’energia elettrica fornita dai generatori della base, pertanto, quando questa venne dismessa avvenne lo stesso per questo edificio.

 

L’infrastruttura e la vita al suo interno
Il complesso di edifici, esteso per un raggio di circa 3.5 km, era costituito principalmente da una serie di capannoni e da imponenti antenne radar. Fornita di alloggi e di tutti i servizi necessari per la permanenza del personale militare e civile sul posto, la struttura, grazie a generatori di energia elettrica, era totalmente autonoma. L’area era delimitata da una recinzione metallica alta più di 2 m sormontata da filo spinato. I militari che prestavano servizio nella caserma erano statunitensi ed alloggiavano sul posto mentre il personale civile, proveniente da Santo Stefano e Gambarie, dopo avere concluso il turno di servizio, tornava nelle proprie abitazioni. La base era attrezzata per garantire loro condizioni di vita più che dignitose per interi mesi: oltre ai dormitori ed alle cucine non mancavano gli spazi di intrattenimento e di svago. Negli anni ‘70, nel pieno della sua operatività, la base ospitò anche 40 unità militari fra soldati semplici ed ufficiali, ridotte a 18 nel 1985 e poi a 7 negli anni ‘90. Nei periodi autunnali ed invernali la base provvedeva con mezzi propri a spazzare la neve dalla strada di accesso, rendendo possibili gli spostamenti verso i centri abitati e permettendo anche agli sportivi che praticavano lo sci di fondo di raggiungere agevolmente il crinale. Tra i più significativi ricordi dei soldati americani che hanno prestato servizio a Nardello: la natura aspra ed incontaminata, la folta vegetazione boschiva che a volte rendeva le strade impraticabili, la vista sulla Sicilia e gli spettacolari tramonti. Si ebbero anche dei matrimoni tra i militari e donne italiane.
“I giorni più belli erano quelli con tante nubi intorno a noi: da Nardello si potevano vedere soltanto la vetta del Montalto e dell’Etna, che spiccavano emergendo dal mare di nuvole. In quei giorni mi sembrava di essere in un posto diverso, con queste “isole” che si potevano vedere da lassù. L’inverno era bellissimo, nevicava davvero molto. La strada d’accesso alla base era difficoltosa da percorrere, i rami sporgenti dei faggi formavano un arco intorno al manto stradale ed era davvero meraviglioso”, ha raccontato nel 2012 Jim Hoose, ex militare dell’U.S.A.F. che vive in Florida e giunse a Nardello nel 1976 in qualità di Sergente Maggiore.
La direzione della base fu sempre disposta a fornire la massima collaborazione a tutte le istituzioni che le si rivolgevano, mettendo a disposizione uomini, mezzi e risorse.

 

Leggende metropolitane
Sulla base di Nardello circolarono numerose voci, prive di fondamento storico, riguardanti la sua funzione all’interno di un contesto internazionale caratterizzato dalle forti tensioni geopolitiche che hanno segnato la Guerra Fredda. Ecco, quindi, che un progetto statunitense ideato per occuparsi di controllo e monitoraggio delle telecomunicazioni, si trasforma in una copertura messa in atto per celare operazioni militari segrete di spionaggio e sorveglianza. La base diviene un avamposto per la dislocazione di missili balistici atti a difendere gli interessi degli U.S.A. in Europa o perfino un laboratorio segreto creato per condurre esperimenti sugli UFO o sviluppare armi innovative a cui avrebbero collaborato centinaia di addetti ai lavori tra scienziati, tecnici e militari. Un’ipotesi, questa, chiaramente ispirata al ruolo ricoperto dal Campo di Los Alamos (New Mexico) durante la Seconda Guerra Mondiale, sede del progetto Manhattan che portò alla costruzione dei primi ordigni nucleari. L’alone di segretezza e mistero che circondava la base era accresciuto dalla posizione isolata e difficilmente raggiungibile del luogo e soprattutto dal fatto che i militari potevano trascorrere anche molti mesi senza mostrarsi all’esterno del filo spinato che la delimitava, ma ciò era da attribuirsi alla totale autonomia ed autosufficienza della struttura. Fu solo quando la base aprì alcuni spazi al pubblico che molti giovani dalla città e dai paesi vicini si avventurano sul Monte Nardello per vederla da vicino, visitarla ed ascoltare la musica americana dal juke box insieme ai soldati.

 

Quello che resta oggi
La graduale dismissione della base di Nardello ebbe inizio a partire dalla seconda metà degli anni ‘80, quando i moderni e più affidabili mezzi di comunicazione sostituirono in parte le trasmissioni via radio e gli stessi presìdi difensivi della N.A.T.O. si spostarono progressivamente verso l’Europa dell’Est, allontanandosi dal Mediterraneo centrale. Alla cerimonia di commiato per la chiusura ufficiale della base U.S.A.F., avvenuta presso l’Hotel Centrale di Gambarie, furono presenti gli addetti alla base, il suo Direttore Pietro Iatì, alcuni ufficiali dell’esercito americano, il Sindaco di Santo Stefano ed i rappresentanti delle forze dell’ordine (Carabinieri della Compagnia di Villa San Giovanni, Guardie Forestali del Comando Stazione di Basilicò), per salutare una struttura carica di storia che cessava di esistere, un simbolo della Guerra Fredda in Aspromonte, che resterà soltanto un ricordo per gli americani e gli italiani che lì hanno lavorato per anni.
Nel 1993 la gestione dell’area venne trasferita al Ministero della Difesa italiano, cadendo in totale stato di abbandono. La fine dell’operatività della base americana segnò l’inizio di un lungo periodo di saccheggi, durante il quale i locali della struttura furono danneggiati e depredati senza alcun ritegno: quadri elettrici, infissi, rivestimenti, sistemi di illuminazione, sanitari rendendo la struttura inagibile e fortemente degradata. Diverse furono, negli anni, le proposte per un riutilizzo del sito, convertendolo ad altri scopi, ma ad oggi rimangono molto lontane dall’essere concretizzate. Tra le prime e più interessanti ricordiamo quella di restaurare la base, trasformandola nella sede polifunzionale-logistica dell’allora nascente “Parco Nazionale dell’Aspromonte”, fondato nel 1994. Negli anni successivi al 2000, la base è stata quasi completamente smantellata; a testimonianza del suo passato rimangono solo i basamenti in cemento delle antenne radio, i resti dei tralicci ed i ruderi degli edifici minori, come postazioni di guardia, torrette e containers. Questa misura si è resa necessaria al fine di bonificare l’area dai materiali inquinanti, come eternit e lana di roccia, che si stavano progressivamente disperdendo nell’ambiente circostante a causa del pessimo stato di conservazione in cui versava il sito. Un’altra e più recente proposta di destinazione dell’area è stata quella di costruirvi un osservatorio astronomico, vista la sua posizione privilegiata, lontana dalle fonti di inquinamento luminoso. Un’ipotesi che sarebbe auspicabile dato che l’Aspromonte è unanimemente riconosciuto per essere particolarmente adatto all’osservazione ed alla fotografia astronomica (vedi astrofotografo e Via Lattea da Montalto).

 

Foto di Roberto Lombi, Alfonso Picone Chiodo, Giuseppe Trovato e da Stretto Web

di Sandro Tripepi

Discrete abitanti degli ambienti acquatici calabresi, le rane marroni possono essere facilmente incontrate in prossimità di pozze e torrenti. In Calabria sono presenti due specie morfologicamente molto simili, ma ecologicamente diverse: la Rana agile (Rana dalmatina), legata fondamentalmente agli ambienti d’acqua ferma, e la Rana appenninica (Rana italica), legata agli ambienti d’acqua corrente. Sono ambedue Anfibi Anuri (cioè anfibi privi di coda) appartenenti alla famiglia dei Ranidi (Ranidae); sono specie predatrici, nutrendosi principalmente di insetti, aracnidi e altri piccoli invertebrati. Le popolazioni aspromontane rappresentano quelle situate più a meridione nell’area geografica di presenza (areale) delle specie.

 

Dal punto di vista morfologico, la Rana agile si distingue per il corpo snello e slanciato e per la notevole lunghezza degli arti posteriori, che le consentono di compiere salti molto ampi e rapidi. La colorazione varia dal marrone, al beige e al rossastro (Figg. 1 e 11). Le dimensioni sono generalmente comprese tra i 5 e gli 8 cm, con le femmine leggermente più grandi dei maschi. La testa è appuntita, con un muso allungato, e presenta un timpano ben evidente dietro l’occhio (Fig. 12).
La riproduzione della Rana agile avviene molto precocemente, già alla fine dell’inverno, tra febbraio e marzo. Questo anticipo stagionale rappresenta un vantaggio ecologico, poiché consente alla specie di sfruttare ambienti acquatici temporanei, riducendo la competizione e la predazione. I siti acquatici riproduttivi sono costituiti da acque lentiche, cioè acque ferme, come stagni (Fig. 2) e pozze, ma anche abbeveratoi e vasche (le cosiddette “gebbie”, Fig. 3). Le femmine depongono ammassi gelatinosi di uova (Fig. 4), generalmente di forma tondeggiante e contenenti centinaia di embrioni. Da queste si sviluppano i girini, che completano la metamorfosi nel giro di pochi mesi, dando origine a giovani rane già in grado di condurre vita terrestre.
Dal punto di vista ecologico, la Rana agile è prevalentemente terrestre e frequenta prati umidi e ambienti boschivi, dove la colorazione criptica le consente di mimetizzarsi fra le foglie secche (Fig. 5).
Per quanto riguarda la distribuzione geografica, la specie è ampiamente diffusa in Europa centrale (fino alla Svezia) e orientale fino al Mar Nero. È frequente nell’Italia centro-settentrionale, ma la sua presenza diventa più frammentaria procedendo verso sud.

 

La Rana appenninica (Rana italica) presenta dimensioni medio-piccole, generalmente comprese tra i 4 e i 7 cm. Il corpo è piuttosto slanciato, ma meno elegante rispetto a quello della rana agile e gli arti posteriori, pur robusti, risultano meno lunghi. La testa è relativamente più corta, e il muso è appuntito, caratteristiche che conferiscono alla testa di questa rana un aspetto “piramidale” (Fig. 6). La colorazione varia, ma sempre all’interno di tonalità brunastre o rossastre (Figg. 6 e 11).
La riproduzione della Rana appenninica avviene più tardivamente rispetto a quella della Rana agile, collocandosi generalmente in primavera, con una certa variabilità legata all’altitudine e alle condizioni climatiche locali. Questa specie è fortemente associata ad ambienti acquatici “lotici”, cioè di acqua corrente, come ruscelli, sorgenti e piccoli corsi d’acqua ben ossigenati (Fig. 7). Le femmine con uova (Fig. 8) vanno in acqua, dove si accoppiano. L’accoppiamento avviene sott’acqua ed è di tipo ascellare (Fig. 9), cioè il maschio cinge la femmina al di sotto degli arti anteriori ed emette gli spermatozoi mentre la femmina depone le uova, il cui rivestimento gelatinoso, a contatto con l’acqua, si gonfia originando ammassi (ovature) di forma irregolare, ancorati al fondo del ruscello (Fig. 10). I girini si sviluppano in acqua corrente o limpida e possono richiedere tempi leggermente più lunghi per completare la metamorfosi rispetto ad altre specie affini, in relazione alla temperatura e alla disponibilità di risorse.
Dal punto di vista ecologico, la Rana appenninica è strettamente legata ad ambienti umidi e freschi, spesso ombreggiati, come boschi di latifoglie attraversati da piccoli corsi d’acqua; è considerata un buon indicatore della qualità ambientale, poiché è sensibile all’inquinamento e alle alterazioni degli ecosistemi acquatici.
Per quanto riguarda la distribuzione, la Rana appenninica riveste notevole importanza perché è una specie endemica dell’Appennino.

Come distinguere le due specie.
La Rana agile è un po’ più grande della Rana appenninica e ha un corpo più slanciato con arti posteriori molto lunghi, che le permettono salti notevoli (Fig. 11 a sx). Il muso è affusolato e ha un timpano ben visibile (Fig. 12). Il sottogola è biancastro, senza macchie scure. Spesso è presente, alla base degli arti posteriori, un’area colorata giallo-verde (Fig. 13). Si riproduce molto precocemente (anche a febbraio), sfruttando acque ferme dove depone ovature di forma sferica ancorate alla vegetazione.
La Rana appenninica (Fig. 11 a dx) ha un corpo leggermente più tozzo e arti posteriori robusti, ma più corti rispetto alla Rana agile. Il muso è meno slanciato e ha un aspetto “piramidale”; il timpano è più piccolo e meno visibile (Fig. 14). Il sottogola è fortemente macchiettato di nero con una striscia più chiara al centro (Fig. 15).
Si riproduce un po’ più tardi e preferisce acque correnti e ben ossigenate (ruscelli, sorgenti), dove depone ovature irregolari spesso ancorate al substrato.
La presenza di queste due specie, così simili ma ecologicamente distinte, testimonia la ricchezza e la delicatezza degli ambienti naturali dell’Aspromonte, che meritano attenzione e tutela.

Guida alla fauna vertebrata del Parco Nazionale dell’Aspromonte
Sito sulle rane rosse italiane

di Giuseppe Arcidiaco 

Un altro aspetto dell’Aspromonte da riscoprire e valorizzare è rappresentato dal patrimonio di fortificazioni belliche, in particolare bunker e casematte, risalenti per lo più al secondo conflitto mondiale.
La casamatta era una struttura militare destinata all’alloggiamento, generalmente corazzato, di cannoni o mitragliatrici. In epoca moderna il termine venne utilizzato per indicare opere difensive fisse, collocate a protezione di fossati, castelli, cinte murarie, torri e, in alcuni casi, anche su unità navali.
Dal punto di vista strutturale, le casematte erano ambienti a prova di bomba, dotati di una o più cannoniere, con spesse murature laterali e una copertura voltata, spesso interrata. Le uniche aperture erano quelle per le bocche da fuoco e l’ingresso posteriore, che fungeva anche da via di fuga e sfogo per il fumo.
Il bunker si distingue dalla casamatta in quanto costituito da un complesso di locali, generalmente ipogei, che può includere una o più casematte oppure esserne del tutto privo.

 

Le tracce della guerra e il loro significato storico
In vista dell’imminente sbarco alleato sulle coste meridionali della Calabria, noto come Operazione Baytown, l’Aspromonte fu interessato dalla realizzazione di numerose postazioni difensive, concepite per rallentare la risalita della penisola da parte delle truppe anglo-americane.
Molti dei capisaldi bellici costruiti in cemento o in pietra sono visibili ancora oggi, rimasti intatti poiché abbandonati dalle truppe dell’Asse in rapida ritirata. L’assenza di una significativa resistenza armata italo-tedesca determinò la deviazione della direttrice di marcia alleata verso le Serre, fino al raggiungimento di Catanzaro.
Oggi queste strutture non hanno più alcuna funzione militare, ma continuano a raccontare una storia. Immersi nei boschi, affacciati sulle valli o sulle antiche vie di comunicazione, bunker e casematte dell’Aspromonte sono diventati silenziosi testimoni di un passaggio cruciale della storia del Novecento e del ruolo strategico che l’Aspromonte ebbe nel 1943.

Le immagini 2, 3, 4 sono tratte dal Centro Studi Sotterranei (Genova)

 

 

 

Cosa succede quando due comunità, divise da secoli di storia, dialetto e tradizioni, sono costrette dalla calamità e dalla legge a diventare un unico paese? La ricostruzione materiale di Africo Nuovo dopo l’alluvione del 1951 è una storia nota. Molto meno conosciuta è la lenta, difficile e ancora incompiuta ricostruzione dell’identità.
In questo nostro articolo, sintesi di un saggio curato dallo storico Bruno Palamara, dall’emblematico titolo “Africo e Casalnuovo: un sogno ancora incompiuto”, che trovate in www.africo.net ripercorriamo la storia parallela di Africo Vecchio e Casalnuovo d’Africo. Una vicenda fatta di antiche rivalità, un “muro” invisibile in un paese nuovo, e di quei piccoli, preziosi semi di integrazione piantati dalla scuola, dallo sport e dal coraggio delle donne.
Una lettura essenziale per capire che, a volte, per costruire il futuro, bisogna fare i conti con un passato che non vuole passare.

Le radici di una divisione
La loro convivenza forzata inizia molto prima dell’alluvione, nel 1815, quando una riforma napoleonica annette Casalnuovo al Comune di Africo. I due paesi erano mondi agli antipodi: avevano origini diverse (cognomi di ascendenza greca per Africo, araba per Casalnuovo), una lingua e una cultura separate che si manifestavano persino nell’intonazione delle parole, ed erano due parrocchie di diocesi diverse, con santi patroni rivali: San Leo per Africo, San Salvatore per Casalnuovo. Una rivalità storica che li portava a definirsi con epiteti sprezzanti: “fricazzani” gli abitanti di Africo, “tignanisi” (teste dure) quelli di Casalnuovo.
Dopo l’alluvione, la legge progettò un “paese nuovo” per unire le due popolazioni. Ma il desiderio non c’era. Gli “africoti” inviarono persino una lettera alle autorità chiedendo esplicitamente che i casalnovesi fossero alloggiati a “non meno di un chilometro” da loro. La richiesta fu ignorata e il nuovo centro urbano finì per riprodurre fisicamente la divisione: gli “africoti” verso il mare, i “tignanisi” verso la montagna, separati dalle “baracche svedesi”, un vero e proprio “muro di Berlino” sociale che li fece vivere “da separati in casa”.

 

I semi lenti dell’integrazione
Nonostante tutto, la vita comune iniziò a gettare piccoli semi di cambiamento, soprattutto tra le nuove generazioni. Lo sport, e in particolare il calcio, fu il primo vero collante tra i giovani, con i tornei tra squadre locali. La scuola divenne la via maestra del riscatto: il “treno delle sette” che portava gli studenti fuori paese e, dagli anni ’70, la nascita dei primi professionisti “fatti in casa”. Una svolta epocale arrivò con l’emancipazione femminile, simboleggiata nel 1978 dalla prima donna a dirigere l’Ufficio di Collocamento, ruolo storicamente maschile.
Oggi, a oltre 60 anni dalla fondazione, il processo di fusione è ancora incompiuto. L’antica rivalità sopravvive in modo sottile nei festeggiamenti “da tifoseria” per i rispettivi santi patroni e, soprattutto, in un blocco sulla toponomastica: non si riesce a trovare un accordo su quali personaggi storici del paese (appartenenti a entrambe le comunità) meritino una via o una piazza.
La vera nascita dell’“africese”, il cittadino di un’unica comunità libero dai vecchi retaggi, sembra essere un traguardo che spetta alle future generazioni.

Le foto sono di A. Picone Chiodo, B. Palamara, V. Petrelli e tratte da A. Morabito, Le cronache di Africo, Kaleidon 2025

 

Bibliografia di Bruno Palamara:  

  • Africo dalle origini ai nostri giorni, Arti Grafiche Edizioni, Ardore, (2003)
  • Il Cognome. Origini, evoluzione, curiosità Laruffa Editore, RC, (2007)
  • Cognomi e ritratti, Laruffa Editore, RC, (2011)
  • Don Antonino Pelle, Superiore del Santuario di Polsi, Nosside Edizioni, (2016)
  • Gli antichi mestieri. Viaggio nella tradizione per non dimenticare, Laruffa Editore RC, (2023)

C’è un punto dell’Aspromonte, nel territorio di Africo, dove le rocce precipitano a picco e il silenzio è rotto solo dal vento e dallo scorrere delle fiumare. Per decenni quel luogo è stato chiamato u Maru ’Ngrisu: il povero inglese. Un nome detto a bassa voce dai pastori, inciso nella memoria più che sulle carte. Oggi quasi dimenticato, quel toponimo racconta l’irruzione improvvisa della grande Storia nella vita lenta e antica delle montagne aspromontane.
Era il 4 settembre 1943. Il giorno prima, mentre l’armistizio di Cassibile veniva firmato in segreto, gli Alleati avevano iniziato lo sbarco in Calabria con l’Operazione Baytown. Lo Stretto di Messina era diventato un fronte attivo, attraversato da bombardieri, caccia, navi e fumo. Ma l’entroterra aspromontano, fino ad allora, era rimasto ai margini del conflitto: nessuna strada strategica, nessun obiettivo militare, solo pastori, campi e pagliai. Quella mattina il cielo cambiò volto.
Nei cieli sopra l’Aspromonte si consumò una violenta battaglia aerea tra aerei italiani e britannici. I Macchi e i Reggiane della Regia Aeronautica, rientrando dopo un attacco alle navi da sbarco, incrociarono gli Spitfire della RAF (Royal Air Force). Tra mitragliamenti e picchiate, lo scontro si spostò dall’area costiera verso l’interno, sopra montagne abituate ad altri rumori: tuoni, belati.
A terra, in località Varì, c’era Francesco Stilo, pastore diciassettenne, insieme a un uomo più anziano. I due si trovavano in un pagliaio quando sentirono i colpi delle mitragliatrici. Spaventati, cercarono rifugio in una cavità rocciosa. L’anziano ripeteva, terrorizzato:
«Ohji ’ndi mmazzanu Cicciu… ohji ’ndi mmazzanu»
(Oggi ci uccidono, Francesco).
Poi, all’improvviso, il silenzio.

 

Poco dopo si sparse la voce: un aereo si era schiantato contro le rocce, in località Lefràcia. Gli africesi accorsero sul posto.Da quel giorno quel luogo prese un nome nuovo: u Maru ’Ngrisu. Non un nemico, non un soldato. Un povero ragazzo caduto dal cielo. Per anni la vicenda era rimasta affidata solo al racconto orale, riferitomi dall’ormai ultranovantenne Francesco Stilo, e nessuno conosceva il nome di quel povero soldato, finché ho coinvolto in questa storia il giovane ricercatore Francesco Stilo, nipote del pastore testimone dell’evento.
Una sua minuziosa indagine presso il National Archives of Australia ha permesso di ricostruire con precisione i fatti. L’aereo abbattuto era uno Spitfire Mk.Vc del 111° Squadron RAF. Il pilota si chiamava George Vallance McMurray, sergente della Royal Australian Air Force.
George era nato nel 1921, nei sobborghi di Melbourne. Il 4 settembre 1943, durante il combattimento, il suo Spitfire fu visto rovesciarsi e precipitare verticalmente. Non ci fu scampo. I suoi resti, recuperati dagli abitanti di Africo, furono sepolti nel cimitero del paese: un gesto di pietà silenziosa, oltre ogni schieramento.

 

Ottant’anni dopo, il 31 maggio 2023, ho organizzato una piccola spedizione per raggiungere il luogo dell’impatto. Tra pietraie, dirupi e la rigogliosa vegetazione sono stati ritrovati minuscoli frammenti dell’aereo: alluminio, plastica, guarnizioni bruciate dal tempo. Tracce leggere, ma sufficienti a confermare la storia.
Molti pezzi, già negli anni immediatamente successivi alla guerra, erano stati riutilizzati dai pastori: il metallo diventava risorsa, come tutto, in una terra dove nulla si spreca. Anche la guerra, caduta dal cielo, era stata assorbita nella vita quotidiana dell’Aspromonte.
Questa storia parla di inermi comunità montane, di memoria popolare, di guerra globale e destini individuali.
Parla di un ragazzo che veniva da un altro emisfero, da pianure lontane, e prima di indossare una divisa faceva il jackaroo, il pastore. Morto lontano da casa e accolto da pastori.
Forse non è solo una coincidenza.
Per George Vallance McMurray Il destino ha voluto che la sua vita si interrompesse qui, tra montagne aspre e silenziose, tra altri pastori, che non lo conobbero ma lo riconobbero. Non come nemico, ma come uno di loro.
Così la guerra, per un attimo, si spogliò delle sue bandiere e lasciò spazio a un gesto antico: dare un nome, una sepoltura, una memoria.
E u Maru ’Ngrisu divenne per sempre parte di questa terra, pastore tra i pastori, custodito dall’Aspromonte.

 

In seguito, la RAF, con l’unità speciale Missing Research & Enquiry Units (MREU), riesumò quei resti e, dal Cimitero di Africo, li trasferì nel Cimitero Militare di Salerno. Queste informazioni sono tratte dal rapporto che fece l’unità speciale MREU e che si leggono nella lettera ritrovata dal ricercatore Francesco Stilo presso il National Archives of Australia.
Vederne il nome inciso nella pietra rende questa storia ancora più concreta, ancora più vicina.

 

Ringrazio Antonello Sica e Alessandro Cirino
Approfondimenti nella Mappa toponimi dove trovate le località indicate nel racconto.

di Antonino Sergi

Lo scultore e architetto Antonello Gagini nasce a Palermo nel 1478. Figlio dell’artista ticinese Domenico Gagini, fin da giovane lavora nella bottega paterna, sempre a Palermo, dove realizza le sue prime opere. Nel 1498 si trasferisce a Messina, aprendo una bottega autonoma di scultura e utilizzando marmi provenienti da Carrara, in Toscana.
La sua arte subisce una forte influenza dalle opere di Michelangelo, che conosce durante un viaggio a Roma nel 1505. Prima ancora, tuttavia, si ispira soprattutto alle ceramiche dei fratelli Della Robbia e alla scultura di Francesco Laurana. La sua fama cresce rapidamente, tanto che Giorgio Vasari lo definirà “scultore rarissimo”.
Gagini è tra gli artisti che “riportano” in Sicilia e in Calabria l’arte classica, di cui il Rinascimento — inteso come riproposizione dei valori artistici e culturali del mondo greco e latino — si nutre profondamente. In particolare, l’artista la fa rivivere in Aspromonte, dove realizza un gran numero di opere scultoree, con il tema ricorrente della Madonna con Bambino.
Si parla di “ritorno” in una parte d’Italia così distante dai grandi centri del Rinascimento (Toscana, Lombardia) perché, non va dimenticato, ci troviamo nel cuore della Magna Grecia, culla del mondo classico e genesi della cultura occidentale. È anche la terra del monachesimo italo-greco, dove amanuensi, calligrafi e miniatori hanno conservato, ricopiandoli e sottraendoli all’oblio, i principali testi classici di poetica, filosofia e scienze. I monaci Barlaam di Seminara e il suo allievo Leonzio Pilato furono insegnanti di latino e greco di Petrarca e Boccaccio, padri dell’Umanesimo.
La Calabria e l’Aspromonte, posti come spartiacque tra Oriente e Occidente, tra greci e latini, mettono a confronto in modo originale e creativo la spiritualità bizantina e il logos, il pensiero razionale della scuola magnogreca.
Una delle prime testimonianze della Rinascita in Aspromonte si può ammirare a pochi chilometri da Reggio Calabria. Tra i primi contrafforti aspromontani si trova la suggestiva frazione reggina di Ortì, che offre un’incantevole e scintillante visione sullo Stretto di Messina. Qui, presso la chiesa di Santa Maria di Loreto, è conservata la pregevolissima scultura della Madonna Lauretana (fig. 1).
L’opera, di autore ignoto ma probabilmente appartenente alla cerchia di Francesco Laurana e Domenico Gagini, è in marmo, di piccole dimensioni, e raffigura la Madonna a mezzo busto con il Bambino in braccio. La statua poggia su una base poligonale finemente decorata: al centro, in bassorilievo, è scolpita la Natività, affiancata da due figure distinte che richiamano il tema dell’Annunciazione. La scultura si distingue per l’eleganza formale e per il gesto semplice, dolce e amorevole dello sguardo della Vergine, volto a proteggere il Bambino Gesù. La composizione richiama le Theotòkos, letteralmente “Generatrice di Dio”, tipiche pale d’altare di epoca bizantina.
Da Arasì, caratteristico borgo dell’Agro reggino, situato in fondo a una dolce e fertile vallata, ha inizio il nostro articolato percorso sulle orme dell’Antonello Gagini “aspromontano”. È importante precisare che tutte le opere realizzate dall’artista in questa parte del territorio calabrese si caratterizzano per originalità e creatività, risultando lontane dal carattere di serialità tipico delle botteghe artistiche del periodo.
Nella chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta ad Arasì si trova la statua detta Madonna del Popolo, risalente al 1508 (fig. 2). In quest’opera l’autore coglie in modo mirabile lo stretto legame spirituale tra la Madre e il miracolo della nascita del figlio Gesù.
Spostandosi sul versante jonico reggino, a Bagaladi, nella chiesa di San Teodoro Martire, si incontra il Gruppo dell’Annunciazione (fig. 3), eseguito nel 1504. L’opera restituisce con grande intensità la dolce serenità della Vergine nel momento dell’apparizione dell’Angelo, sotto lo sguardo protettivo del Padre Eterno. Il complesso è incorniciato da eleganti lesene con decorazioni floreali e capitelli di ispirazione corinzia, che sorreggono la trabeazione recante l’iscrizione latina:
“HOC OPUS FECIT FIERI PRESBITER IACOPUS D. VIRDUCIO ADNUNCIAE VIRGIS HONOREM 1504”.

 

Sempre lungo la costa jonica, risalendo verso l’interno, si trova il paese di Pietrapennata, ricordato dal viaggiatore inglese Edward Lear per le sue ardite e spettacolari vedute dall’alto e per i vasti e fitti boschi circostanti. Il borgo conserva, nella chiesa dello Spirito Santo, la statua della Madonna dell’Alica del 1506. Si tratta di una scultura a mezzo busto su scannello con putti, raffigurante la Madonna col Bambino, collocata all’interno di una nicchia. Colpiscono la forma slanciata delle figure e la grande maestria tecnica nella resa dell’elaborato panneggio, di raffinata eleganza (fig. 4).
Ancora sulla stessa costa, “posta su uno stretto margine di roccia”, come la descrive Lear nel suo Diario di un viaggio a piedi, si erge la mirabile “città d’arte” di Gerace. All’interno della Basilica Concattedrale dedicata a Maria Santissima Assunta, dichiarata Monumento Nazionale, si trova il gruppo marmoreo dell’Incredulità di san Tommaso, realizzato dal Gagini nel 1531 (fig. 5). Si tratta di un altorilievo appartenente alla fase più matura dell’artista, sempre più impegnato nella divulgazione, tra le montagne reggine, del linguaggio figurativo della scuola toscana.
L’opera raffigura san Tommaso nell’atto di toccare il costato ferito di Gesù Cristo. Il Risorto appare slanciato e trionfante, in contrasto con la figura di san Tommaso, incredulo e sorpreso. Le due figure sono collocate all’interno di una volta a botte cassettonata, che richiama la tecnica dello stiacciato di Donatello. Due lesene riccamente decorate a fiori sorreggono l’architrave, ornato da teste di angeli alati in bassorilievo.

 

Dirigendosi verso il versante nord-orientale del territorio aspromontano si incontra lo storico paese di Sinopoli. Qui, nella chiesa di Santa Maria delle Grazie, è conservata la statua della Madonna del Pilerio, o della “Neve”, realizzata dal Gagini nel 1508 (fig. 6). L’opera, di dimensioni contenute, raffigura la Madonna con il Bambino che regge un pomo teneramente sostenuto dalla Madre con entrambe le mani. L’impostazione iconografica richiama la Madonna Eleusa, “colei che mostra tenerezza”, di tradizione bizantina, in contrapposizione allo stile ieratico e severo della Madonna Odigitria, “colei che indica la via”. Sullo scannello che sostiene le due figure è riportata l’iscrizione che ricorda il committente: Giovanni Ruffo, conte di Sinopoli e Borrello e influente politico del Regno di Sicilia.
In chiusura, forti influenze dell’arte di Antonello Gagini si possono cogliere nelle opere scultoree custodite nelle chiese parrocchiali delle frazioni reggine pre-aspromontane di Sambatello, con la Madonna delle Grazie (fig. 7), e di Podargoni, con la Madonna del Bosco (fig. 8).
La fioritura culturale e la ricca produzione artistica in Aspromonte nel XV secolo furono rese possibili dal raggiungimento di una nuova prosperità economica, dovuta anche alla massiccia commercializzazione della seta prodotta nei borghi aspromontani attraverso il vicino porto di Messina, aperto ai mercati internazionali.
Il grande maestro Antonello Gagini si spegne a Palermo nel 1536.

Le foto 1, 5, 6 sono di Enzo Galluccio-Aspromedia, la foto 8 di Pasquale Faenza. Li ringrazio per la gentile concessione.

 

Bibliografia

  • Monica De Marco, Dal primo Rinascimento all’ultima Maniera. Marmi del Cinquecento nella Provincia di Reggio Calabria, Edizioni Centro Studi Esperide, Pizzo Calabro V.V. 2010
  • Natale Pagano, Antonello Gagini e la Calabria, in Calabria sconosciuta, 1995
  • Progetto “Rinascimento d’Aspromonte” Ente Parco Nazionale dell’Aspromonte 2015

di Giuseppe Arcidiaco  

Nel settembre 1943 l’Aspromonte divenne, per pochi giorni, uno degli assi strategici dell’avanzata alleata in Italia. Strade distrutte, clima ostile e paesi di montagna furono lo scenario di una guerra combattuta più contro il territorio che contro il nemico.

L’Aspromonte come asse strategico dell’avanzata
L’operazione ebbe inizio il 3 settembre 1943, con lo sbarco delle truppe britanniche dell’Ottava Armata, guidate dal generale Bernard L. Montgomery, sulle spiagge di Pentimele, Gallico e Catona. Lo sbarco fu preceduto da un intenso bombardamento di Reggio Calabria e Villa San Giovanni, mirato a colpire le forze tedesche che, in realtà, avevano già avviato il ripiegamento.
Contrariamente a quanto ci si sarebbe potuti attendere, Montgomery decise di non puntare sull’asse costiero ionico, ritenuto vulnerabile, ma di affidare un ruolo centrale all’entroterra montano. Il controllo della dorsale aspromontana — da Montalto fino alle Serre — avrebbe infatti consentito di negare al nemico le principali vie di comunicazione lungo la costa orientale.
In questo quadro, mentre la Quinta Divisione britannica avanzava lungo la costa tirrenica, la Prima Divisione canadese ricevette il compito di risalire l’Aspromonte seguendo l’unica arteria interna praticabile, con una progressione scandita dalla conquista di nodi stradali fondamentali: Gambarie, Delianuova, Radicena-Cittanova e, più a nord, Cinquefrondi.
La sera del 4 settembre, inglesi e canadesi raggiunsero Gambarie, passando da Sant’Alessio. Il centro aspromontano, considerato uno snodo strategico di primaria importanza, fu occupato dopo una breve schermaglia con le retroguardie italiane e tedesche. Qui gli alleati si imbatterono in un deposito della Milizia, dal quale recuperarono camicie nere, utilizzate per difendersi dal clima rigido e piovoso della montagna, e biciclette pieghevoli, che si rivelarono preziose per superare un territorio devastato da demolizioni e ponti fatti saltare.

 

Un ambiente più ostile del nemico
L’avanzata nell’Aspromonte si rivelò estremamente difficoltosa. Le truppe alleate dovettero affrontare strade tortuose, gole profonde, voragini improvvise e continui lavori di ripristino eseguiti sotto la pioggia e nella nebbia. Come annotò un soldato in un diario di guerra, «eravamo in lotta più con il terreno che con il nemico».
Il 5 settembre, dopo aver costeggiato i Piani d’Aspromonte, i canadesi entrarono a Delianuova, accolti con entusiasmo dalla popolazione. Nei giorni successivi, pattuglie e battaglioni avanzarono verso Oppido, Santa Cristina, Cosoleto e l’altopiano di Mastrogiovanni, trovando come unica opposizione reale le demolizioni operate dalle truppe in ritirata.
Il contrasto climatico colpì profondamente i soldati canadesi: abituati al caldo soffocante della Sicilia, ritrovarono nell’aria fredda e umida dell’Aspromonte sensazioni che molti paragonarono all’autunno del Canada. Nonostante le uniformi estive inadatte, il morale restò sorprendentemente alto.

Da Cittanova alla fine del fronte aspromontano
Tra il 7 e l’8 settembre, dopo marce estenuanti lungo sentieri di cresta e strade devastate, le brigate canadesi raggiunsero Cittanova, completando di fatto la conquista dell’asse aspromontano. Proprio in queste ore si consumarono gli ultimi scontri con reparti italiani, prima che la notizia dell’armistizio dell’8 settembre 1943 ponesse fine a ogni ulteriore resistenza.
Proprio in queste ore, mentre a Cittanova la resistenza cessava, l’Aspromonte conosceva il suo episodio bellico più cruento: lo scontro con i paracadutisti della ‘Nembo’, già raccontato in la battaglia di Zillastro.
Con il crollo del fronte tedesco e il controllo alleato del mare e dell’aria, l’Aspromonte perse la sua funzione di roccaforte. Le truppe canadesi ricevettero l’ordine di scendere verso la costa ionica e proseguire l’avanzata lungo la strada litoranea, mentre l’interno montano veniva definitivamente abbandonato alle spalle della guerra.

L’Aspromonte nella storia del 1943
L’Operazione Baytown segnò per l’Aspromonte un passaggio cruciale della Seconda guerra mondiale: non teatro di grandi battaglie campali, ma spazio decisivo di manovra, dove la geografia, il clima e la viabilità pesarono più delle armi. Le montagne aspromontane furono, per pochi giorni, il centro silenzioso di una guerra in movimento, attraversata da soldati stranieri, mezzi improvvisati e popolazioni che assistevano, spesso incredule, alla fine del regime e all’inizio di una nuova fase della storia italiana.
Oggi, percorrendo quelle stesse strade o attraversando i silenziosi Piani d’Aspromonte, è difficile immaginare il rumore dei mezzi, la tensione dei soldati e il brulichio di quei giorni decisivi. Eppure, per pochi giorni del settembre 1943, queste montagne furono il perno su cui girò l’ingranaggio della liberazione d’Italia.

Fonti

  • Giuseppe Marcianò, Operazione Baytown, Laruffa Ed. 2013
  • G.W.L. Nicholson, L’operazione Baytown, a cura di Antonino Princi, Città del sole, 2025

di Carmela Palumbo

Monsignor Giancarlo Maria Bregantini è stato vescovo della Diocesi di Locri-Gerace dal 1994 al 2008. Nato a Denno, in provincia di Trento, il 28 settembre 1948, ha compiuto gli studi presso la Congregazione degli Stimmatini di Verona. Prima di essere nominato vescovo è stato prete operaio: ha lavorato nelle fonderie di Verona e nelle fabbriche di Porto Marghera, condividendo la fatica quotidiana del mondo del lavoro.
Quando nel 1994 viene nominato vescovo della diocesi di Locri-Gerace, conquista fin da subito il cuore dei calabresi grazie ai suoi modi semplici, diretti e al suo stare costantemente tra la gente. In breve tempo diventa un vero defensor civitatis della Locride e dell’intera Calabria.
In realtà, il presule aveva conosciuto la Calabria già da giovane seminarista. Durante un viaggio in treno, insieme a un collega, condivise lo scompartimento con una famiglia: papà, mamma e un bambino. All’ora di pranzo la madre, da buona calabrese, tirò fuori da un cestino ogni ben di Dio. Il profumo del pane invase lo scompartimento e, con grande naturalezza, la donna offrì il cibo prima ancora ai due giovani seminaristi, dicendo semplicemente: «favorite». In quella parola, Padre Giancarlo — come amabilmente veniva chiamato — colse subito il senso profondo dell’ospitalità e della generosità del popolo calabrese.
Durante il suo episcopato nella Locride, grazie al suo impulso, nacquero numerose cooperative con l’obiettivo di creare lavoro e dignità per le persone più svantaggiate. Il suo trasferimento alla diocesi di Campobasso-Bojano, avvenuto nel 2008, suscitò una forte emozione collettiva e fu un evento mediatico senza precedenti nella storia della Chiesa locale.

 

Aspromonte e Polsi: fede, memoria e impegno per il territorio
Mons. Bregantini ha ricoperto importanti incarichi all’interno della Conferenza Episcopale Italiana, in particolare come Responsabile per i Problemi Sociali e del Lavoro e per la Salvaguardia del Creato. Ha amato profondamente l’Aspromonte e il Santuario della Madonna di Polsi, diventati luoghi simbolici del suo magistero pastorale.
Coniò lo slogan: «Se la montagna è verde, il mare è blu», una frase dal significato profondo che richiama la necessità di difendere la montagna e, con essa, i paesi e i borghi dell’entroterra, soprattutto dalla piaga degli incendi estivi. «Intrecciati devono restare i due aspetti della realtà calabrese: il mare e la montagna. Mai disgiunti, mai opposti», affermava spesso. Questa riflessione è riportata anche nel mio libro Costruire insieme legalità. La testimonianza di Mons. Giancarlo Maria Bregantini (Falco Editore).
Indimenticabile resta un suo detto, diventato quasi un manifesto identitario: «Se vuoi conoscere la Calabria, devi conoscere l’Aspromonte; se vuoi conoscere l’Aspromonte, devi conoscere Polsi».
Ho avuto più volte il privilegio di partecipare con Padre Giancarlo ai pellegrinaggi verso il Santuario di Polsi. Ogni cammino era carico di significati profondi, un percorso nella sofferenza e nella memoria. La prima tappa prevedeva una sosta di preghiera presso il crocifisso dello Zillastro, simbolo della tragica stagione dei sequestri di persona. La seconda tappa era dedicata al centro di recupero per tossicodipendenti di Zervò, fondato da don Pierino Gelmini. Seguiva la discesa a piedi verso il Santuario, il pranzo comunitario e la celebrazione della Santa Messa ai piedi della Vergine della Montagna. Infine, l’ultima sosta avveniva presso il piccolo monumento dedicato a don Giuseppe Giovinazzo, il sacerdote ucciso mentre rientrava a casa dal Santuario di Polsi.

 

Custodire la montagna: cultura, identità e speranza
Da alcuni anni Polsi, oltre a essere luogo di preghiera, ha assunto anche un importante ruolo culturale. I locali del convento hanno ospitato diversi convegni e, alcuni anni fa, anche un corso di Scrittura Creativa con relatori di alto livello e partecipanti provenienti da tutta Italia.
Un’altra giornata indimenticabile fu la visita di Mons. Bregantini a Roghudi Vecchio. In quelle stradine abbandonate, invase dai rovi, il vescovo fu accolto con canti di giubilo. Era presente anche l’antropologo Vito Teti, studioso dei paesi abbandonati. In quell’occasione Mons. Bregantini ribadì con forza: «Non vivete solo di marina, non contrapponete la marina alla montagna: l’una ha bisogno dell’altra come la trama con l’ordito».
Qualche anno prima era stato invitato dal parroco di Chorio di San Lorenzo, don Pasquale Lombardo, in vista della canonizzazione di San Gaetano Catanoso, nativo di Chorio. Fu una grande gioia ospitarlo nella vallata del Tuccio, terra vocata alla coltivazione del bergamotto. Mons. Bregantini sostenne fortemente questa coltura e si fece promotore di un’iniziativa che coinvolse tutte le diocesi d’Italia e il Vaticano: il dono al Papa e alle 226 diocesi italiane dell’olio per il crisma profumato all’essenza di bergamotto. «Così — diceva — durante la celebrazione della Santa Messa Crismale in tutta Italia si conoscerà e si apprezzerà il profumo della Calabria. Valorizzando il bergamotto si valorizza la tipicità di questa terra meravigliosa».
Ricordo infine una celebrazione a Pietra Cappa, nel gennaio del 2008, poco prima del suo trasferimento a Campobasso, descritta nel mio libro Il fiore della ginestra (Città del Sole, 2012). Durante l’omelia ringraziò il Signore perché l’Aspromonte non era più terra di paura, ma luogo di pace, bellezza e benedizione. E così esortò i presenti: «Salvaguardate e amate questo luogo di memoria e di fascino, simbolo del nuovo cammino di questa terra».

Si ringrazia per alcune fotografie Gianni Musolino dell’Associazione “Amici di Montalto”.

C’è un momento, dopo il passaggio del fuoco, in cui il silenzio dei boschi dell’Aspromonte sembra definitivo. I tronchi anneriti, le pendici spoglie, l’odore acre che resta sospeso nell’aria raccontano una ferita profonda, impressa nel paesaggio e nella memoria delle comunità locali. È quanto accaduto nell’estate del 2021, quando vasti incendi hanno colpito il massiccio aspromontano, bruciando oltre 14.800 ettari di territorio, di cui circa 5.600 all’interno del Parco Nazionale dell’Aspromonte. Una catastrofe ambientale che ha messo a nudo la fragilità di un ecosistema complesso, tipicamente mediterraneo, esposto a fenomeni di erosione e dissesto idrogeologico.
Proprio da questi luoghi feriti, e in particolare dalle aree boschive di Roccaforte del Greco e del Monte Scafi, ha preso avvio un’esperienza che trasforma la devastazione in occasione di conoscenza. Docenti e studenti del Dipartimento di Agraria dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria sono entrati nei boschi bruciati non solo per osservare i danni, ma per studiare soluzioni concrete, scientificamente fondate e replicabili nel tempo.

 

Studenti e ricercatori sul campo: una “task force” per il territorio
La prima uscita tra i boschi incendiati ha segnato l’inizio di un progetto interdisciplinare che coinvolge competenze diverse: selvicoltura, botanica, entomologia, rilievo del territorio. Guidati dal professor Giuseppe Bombino, già presidente dell’Ente Parco Nazionale dell’Aspromonte, docenti, ricercatori e studenti hanno trasformato il sopralluogo in un vero e proprio laboratorio a cielo aperto.
L’obiettivo è chiaro: capire come intervenire dopo un incendio evitando soluzioni invasive o costose, facendo invece tesoro di ciò che il bosco stesso offre. I tronchi bruciati e abbattuti, spesso considerati solo un rifiuto da rimuovere, diventano così una risorsa preziosa. Posizionati e immobilizzati lungo le curve di livello dei versanti, questi tronchi possono svolgere una funzione di barriera naturale contro l’erosione, rallentando il deflusso delle acque piovane e riducendo la perdita di suolo.

 

Quando la scienza osserva la natura che reagisce
La ricerca, finanziata anche attraverso risorse del PNRR e inserita in progetti di rilevanza scientifica come “TECH4YOU”, ha permesso di analizzare in dettaglio la risposta del suolo e della vegetazione dopo l’incendio. Vi collabora Calabria Verde della Regione Calabria e la coop. “Tutela dell’Aspromonte” di Condofuri.  Le indagini, condotte su parcelle sperimentali con pendenze significative, hanno confrontato tre situazioni: bosco bruciato con tronchi sistemati lungo le curve di livello, bosco bruciato con tronchi lasciati a terra in modo casuale e bosco non incendiato.
I risultati mostrano come l’utilizzo consapevole dei tronchi bruciati, combinato con l’insediamento spontaneo di vegetazione pioniera erbacea e arbustiva, riduca in modo significativo il deflusso superficiale e la produzione di sedimenti, con una diminuzione di circa il 30%. In poche settimane, dietro queste barriere naturali, il suolo ricomincia a trattenere umidità e a creare microambienti favorevoli alla vita.
Queste piante “pioniere”, pur avendo cicli di vita brevi, svolgono un ruolo fondamentale: preparano il terreno, migliorano le condizioni microclimatiche e favoriscono, nel medio periodo, la rinnovazione naturale delle specie forestali, come nel caso delle pinete mediterranee studiate in Aspromonte.

 

Un bosco che insegna a non arrendersi
L’approccio promosso dal Dipartimento di Agraria non si limita alla mitigazione immediata dei danni. L’esperienza aspromontana dimostra come la ricerca scientifica, quando dialoga con il territorio, possa trasformare una tragedia ambientale in un’opportunità di crescita collettiva. I boschi bruciati diventano luoghi di apprendimento per gli studenti, campi di sperimentazione per i ricercatori e, soprattutto, simboli di una resilienza possibile.
L’Aspromonte, ancora una volta, si rivela non solo un serbatoio di biodiversità, ma anche un laboratorio naturale dove osservare i delicati equilibri tra uomo, fuoco e foresta. Un territorio che, pur segnato dalle fiamme, continua a insegnare che la cura della natura passa dalla conoscenza profonda dei suoi processi e dalla capacità di accompagnarli, senza forzarli.

 

di Sandro Tripepi 

La scoperta di una popolazione unica in Calabria
Notizie sulla presenza del Camaleonte mediterraneo (Chamaeleo chamaeleon, Linneo 1758 – Fig. 1) in Calabria circolavano già alla fine del secolo scorso, ma erano ancora frammentarie e poco verificabili. A fine anni novanta e nei primi anni del duemila però segnalazioni attendibili da parte dell’allora segretario regionale del WWF-Calabria Giuseppe Paolillo, peraltro valente naturalista, mi convinsero ad organizzare un’escursione in campo per confermare definitivamente la presenza della specie. Nell’ottobre del 2008 io e alcuni studenti del Corso di Laurea in Scienze Naturali dell’Unical Università della Calabria) ritrovammo diversi animali (Fig. 2) in una ristretta zona della provincia di Reggio, un boschetto misto a predominanza di Acacia salina (Fig. 3), la cui ubicazione è opportuno non rivelare. Ulteriori spedizioni compiute negli anni successivi certificarono la presenza di una popolazione piccola, ma autosufficiente, valutata in modo approssimativo con il metodo cattura-marcatura-ricattura (Fig. 4) in poco più di 40 individui. Ulteriori esplorazioni non hanno condotto alla scoperta di nuove popolazioni, per cui le successive iniziative dell’Unical sono state rivolte soprattutto verso l’obiettivo di preservare l’area di presenza dell’unica popolazione nota.

 

Adattamenti e comportamento del Camaleonte mediterraneo
I camaleonti (oltre 200 specie in totale presenti in Africa e in Arabia) sono dei rettili diurni, specializzati nella vita arboricola; mostrano quindi adattamenti particolari quali la coda prensile, che viene arrotolata intorno ai rami, e le zampe zigodattile, cioè con 2 o 3 dita opposte fra loro, che funzionano a mo’ di pinza (Fig. 5) e che permettono all’animale di stare anche appeso ai rami a testa in giù (Fig. 6). Gli occhi sono grandi, sporgenti e ricoperti da squame (Fig. 7): sono autonomi l’uno dall’altro, consentendo un ampio campo visivo, ma si allineano durante la cattura della preda (visione stereoscopica). I camaleonti sono invece privi di orecchi (Fig.8), percependo principalmente le vibrazioni del substrato su cui poggiano. La lingua presenta all’estremità un ingrossamento che rilascia una sostanza collosa, alla quale rimangono invischiate le prede; viene espulsa molto velocemente ed è molto lunga, cosicché l’animale può predare da una certa distanza.
La colorazione del Camaleonte mediterraneo è variabile all’interno di un intervallo di colori naturali, che varia dal giallo-verde (Fig. 9) al bruno, ma tende ad essere simile al substrato su cui vive (colorazione criptica- Fig. 10); generalmente è quindi verde (Fig. 11). Fattori che possono determinare il cambiamento della colorazione sono, oltre al substrato, le variazioni di temperatura, lo stato fisiologico (es. femmina in gravidanza che segnala al maschio la mancanza di recettività), lo stress dovuto a paura o aggressività. Il camaleonte minacciato può diventare aggressivo: in questo caso scurisce la colorazione della pelle, che diventa quasi nera, emette dei soffi e spalanca la bocca, minacciando di mordere (Fig. 12).

 

Riproduzione, tutela e prospettive di conservazione
Il Camaleonte mediterraneo è una specie ovipara; secondo la letteratura scientifica la deposizione delle uova avviene a settembre-ottobre e i giovani compaiono soltanto l’anno successivo da luglio a settembre a causa della diapausa invernale (le uova “svernano” nei nidi sotterranei). Tuttavia le nostre osservazioni mostrano che la comparsa dei giovani avviene già in primavera, plausibilmente grazie al clima favorevole dell’area. I tenerissimi piccoli (Fig. 13) pesano poco più di un grammo (Fig. 14) e misurano circa 5 cm in totale, mentre gli adulti possono superare i 30 cm di lunghezza.
Pur essendo specie alloctona, non facente parte cioè del corredo faunistico originario della Calabria, C. chamaeleon non è invasivo e non minaccia specie autoctone; nel giugno 2023 su suggerimento del Dipartimento di Biologia, Ecologia e Scienze della Terra dell’Unical, la zona di presenza del Camaleonte mediterraneo è stata dichiarata Parco Naturalistico Comunale dall’amministrazione competente e sono stati quindi intrapresi i lavori di recinzione dell’area. Questi lavori però da un po’ di tempo sono in fase di stallo ed è necessario che, visto il tam-tam mediatico che ormai circonda la popolazione, vengano ripresi e terminati al più presto. Il progetto è quello di proteggere la popolazione, che rappresenta comunque una rarità all’interno della biodiversità calabrese, italiana (in Italia la specie è presente soltanto in Puglia) ed europea (in Europa è presente soltanto in Spagna e Portogallo). In Calabria il Camaleonte mediterraneo è soggetto principalmente a minacce di natura antropica (Fig. 15): il prelievo diretto di individui da parte dell’uomo, i disboscamenti e gli incendi sono le cause che possono portare rapidamente alla scomparsa della popolazione. Per far fronte a queste minacce è stato attivato un servizio di sorveglianza da parte del Nucleo Carabinieri Cites.
Il secondo importante obiettivo del progetto di conservazione è quello di realizzare un polo didattico-scientifico per continuare a monitorare la popolazione e mostrarla non soltanto agli studiosi, ma a tutti i visitatori interessati, quali ad esempio gli studenti delle scuole medie. Speriamo che gli enti competenti riescano a concretizzare questi obiettivi prima che sia troppo tardi.

 

Ringraziamenti
Ringrazio tutti coloro che nel corso di questi anni hanno contribuito al monitoraggio e alla sopravvivenza della popolazione a cominciare da Giuseppe Paolillo, dalle cui segnalazioni tutto è cominciato, e proseguendo poi con: Francesco Ventura, Rocco Gatto, Emilio Sperone, Antonio Iantorno, Daria Stepancich, Mariù Mazza, Antonio Crescente, Francesco Pellegrino, Lina Amendola, Gabriel Albornoz, Syria Brancati, Chiara Carpino, Claudia Valerioti, Simone Ferraro, Elisa Aliberti, Francesco D’Aleo, Carlo Calabrò e Fabiola Durante. Altro ringraziamento particolare va al Brigadiere Filippa Daniele Mesiani e all’Appuntato Scelto con Qualifica Speciale Giuseppe Mancuso, ambedue appartenenti al Nucleo Carabinieri Cites.