Il contesto storico
Sul finire degli anni Dieci del Novecento, i militari italiani reduci dalla Grande Guerra dovettero far fronte a un grave problema sanitario: il rapido incremento dei casi di tubercolosi (TBC). Anticamente ed eufemisticamente definita mal sottile, tisi, peste bianca o mal di petto, la tubercolosi era considerata, fino alla metà del XX secolo, una malattia grave, invalidante e spesso mortale se non tempestivamente diagnosticata e curata.
Si tratta di una malattia infettiva di origine batterica che colpisce prevalentemente i polmoni, ma può interessare anche altri organi, causando febbre, tosse persistente e progressivo deperimento fisico. Per questo era comunemente nota anche come consunzione.
Nel primo dopoguerra la diffusione della malattia assunse le dimensioni di una vera emergenza sociale, debilitando gran parte della popolazione e compromettendo la capacità lavorativa del Paese. Di fronte al sovraffollamento degli ospedali e al crescente numero di decessi, il governo italiano, con la legge n. 481 del 25 marzo 1917, istituì l’Opera Nazionale per la protezione e l’assistenza degli Invalidi di Guerra (ONIG), ente incaricato dell’assistenza sanitaria, della riabilitazione e del reinserimento sociale degli invalidi di guerra. Tra i suoi compiti rientravano anche la realizzazione e la gestione di sanatori e istituti specializzati nella cura dei malati di tubercolosi.
Il Sanatorio “Vittorio Emanuele III” di Zervò
Anche in Calabria si avviarono rapidamente le ricerche di un sito idoneo alla costruzione di un centro destinato alla riabilitazione degli ex militari affetti da tubercolosi: un luogo sufficientemente isolato da limitare il rischio di contagio, ma al tempo stesso ricco di risorse ambientali e naturali.
La scelta di Zervò non fu casuale: secondo le conoscenze mediche dell’epoca, il clima montano, l’aria pura e l’esposizione al sole favorivano la cura della tubercolosi.
Tra il 1924 e il 1925 i comuni aspromontani di Scido, Santa Cristina, Tresilico, Oppido, Varapodio e Platì, mediante delibere consiliari, concessero in uso perpetuo e gratuito all’ONIG i terreni della località Ricanati per la costruzione del Sanatorio Antitubercolare della Calabria, intitolato al re Vittorio Emanuele III. Concessero inoltre una vasta area di 315 ettari alle falde del monte Scorda, ricoperta da boschi di faggio e abete, nonché l’utilizzo delle acque dei vicini torrenti. A delimitare il perimetro della concessione furono collocati cippi in pietra recanti l’incisione «ONIG», alcuni dei quali sono ancora oggi visibili nei boschi di Zervò.
Grazie ai contributi dei Comitati di assistenza ai Militari, Ciechi, Storpi e Muti e a una cospicua donazione degli emigrati italiani residenti in Argentina, fu realizzato il complesso edilizio del Sanatorio di Zervò.
La posa della prima pietra avvenne il 1° luglio 1925, mentre l’inaugurazione si svolse il 28 ottobre 1929 alla presenza di numerose autorità civili, militari e religiose, tra cui il Duca di Bergamo Adalberto di Savoia, il Sottosegretario di Stato alla Guerra Angelo Manaresi e l’Arcivescovo di Reggio Calabria mons. Carmelo Pujia.
Il Sanatorio rappresentò una delle più imponenti opere pubbliche realizzate nell’Aspromonte in quegli anni e divenne un simbolo della volontà di rinascita della Calabria nel primo dopoguerra. L’intero complesso fu completato in appena tre anni e dieci mesi.
La struttura
Il Sanatorio era organizzato in diversi edifici: il padiglione dei servizi generali, la cucina con la sala da pranzo, due padiglioni destinati ai degenti, in grado di ospitare fino a 170 pazienti, le abitazioni riservate ai medici e l’autorimessa.
Ogni fabbricato era dotato di attrezzature all’avanguardia per l’epoca. Le camere, a due letti, disponevano di doppio lavabo con acqua corrente calda e fredda, pavimenti in linoleum e ampie verande esterne. Ciascun padiglione comprendeva inoltre due sale di riunione, una sala da bagno con quattro vasche, un servizio medico-chirurgico con sale di medicazione e operatorie, laboratori per analisi chimiche, batteriologiche e microscopiche, nonché un gabinetto di radioscopia e radiologia.
L’ospedale offrì lavoro a numerosi abitanti dei paesi vicini, impiegati nei vari servizi della struttura. Tra questi vi erano circa venti residenti di Santa Cristina. Molti dei pazienti deceduti durante la degenza furono sepolti nel locale cimitero.
L’abbandono
La realizzazione del Sanatorio avvenne, purtroppo, senza adeguati studi preliminari sulle effettive condizioni climatiche del luogo e con una sottovalutazione delle difficoltà poste dalla rete viaria, particolarmente impervia.
Il personale sanitario e gli stessi pazienti dovettero affrontare i rigidi inverni dell’entroterra aspromontano, caratterizzati da temperature spesso inferiori allo zero e da abbondanti nevicate che rendevano estremamente difficili i collegamenti e i rifornimenti. Tali condizioni contribuirono ad aggravare le difficoltà di gestione della struttura e, indirettamente, anche gli esiti della malattia.
Per queste ragioni il Sanatorio ebbe vita breve e fu chiuso appena tre anni dopo la sua inaugurazione, a causa delle gravi difficoltà logistiche, climatiche e gestionali che ne compromettevano il funzionamento.
Dal Sanatorio alla Comunità Incontro
Le delibere consiliari con cui i comuni avevano concesso i terreni prevedevano una clausola di restituzione nel caso di cessazione dell’attività del Sanatorio. Alla chiusura della struttura, pertanto, i terreni tornarono al Comune di Santa Cristina, mentre i fabbricati furono restituiti al Comune di Scido.
Si trattava di una situazione peculiare, conseguenza delle complesse vicende relative all’assegnazione e alla delimitazione dei territori comunali, le cui origini risalivano al periodo compreso tra la fine della feudalità e l’Unità d’Italia.
Come spesso accade per edifici di questo tipo, alla chiusura seguirono anni di abbandono, vandalismi e furti, che portarono il complesso in uno stato di grave degrado.
Negli anni Ottanta, grazie a finanziamenti regionali, fu avviato un importante intervento di recupero degli edifici.
Risale a quel periodo anche l’apertura, per iniziativa di Tito Colella di Santa Cristina d’Aspromonte, di una trattoria situata di fronte all’ex Sanatorio. Divenuta negli anni un punto di riferimento per gli escursionisti e i frequentatori della montagna, dopo la morte del fondatore fu gestita dalla moglie Rina.
Conclusi i lavori di recupero, nel 1996 il complesso fu concesso alla Comunità Incontro fondata da don Pierino Gelmini, che vi accolse persone con problemi di tossicodipendenza e soggetti sottoposti a misure alternative alla detenzione. Don Gelmini, figura all’epoca molto nota nel panorama del recupero dalle dipendenze ma anche al centro di vicende giudiziarie e di un acceso dibattito pubblico, rimase alla guida della Comunità fino alla sua morte, avvenuta nel 2014. Con la cessazione delle attività, il complesso tornò nella disponibilità del Comune di Scido.
A seguito di un bando pubblico, dal 2 giugno 2015 l’ex Sanatorio è stato affidato alla Cooperativa Sociale Il Segno di Oppido Mamertina, impegnata nella valorizzazione del territorio di Zervò e nella promozione di iniziative di carattere sociale e culturale, con particolare attenzione ai temi della legalità.
Ringraziamenti
Si ringrazia il dott. Tonino Violi per la disponibilità e le preziose informazioni fornite durante la ricerca. Alcune immagini pubblicate a corredo dell’articolo provengono dalle fonti bibliografiche citate.
Fonti
- Filmato dell’Istituto Luce, “Inaugurazione del Sanatorio antitubercolare militare in Aspromonte”, https://youtu.be/uxjzjQzEjUY?si=PNHn27MY8kN_c9iE
- Antonio Violi, “Il Sanatorio militare antitubercolare Vittorio Emanuele III e la comunità di incontro di Zervò”, 2021.
- Enzo Lacaria, “Zervò, una speranza fino a ieri, una realtà oggi”, Edizioni Comune di Scido (RC).
- Luciano Lucania, Zervò: un sanatorio che muore, Calabria conosciuta n. 6 anno II 1979
- https://zervo.it/

























