Due paesi in uno: la storia mai raccontata di Africo e Casalnuovo

Cosa succede quando due comunità, divise da secoli di storia, dialetto e tradizioni, sono costrette dalla calamità e dalla legge a diventare un unico paese? La ricostruzione materiale di Africo Nuovo dopo l’alluvione del 1951 è una storia nota. Molto meno conosciuta è la lenta, difficile e ancora incompiuta ricostruzione dell’identità.
In questo nostro articolo, sintesi di un saggio curato dallo storico Bruno Palamara, dall’emblematico titolo “Africo e Casalnuovo: un sogno ancora incompiuto”, che trovate in www.africo.net ripercorriamo la storia parallela di Africo Vecchio e Casalnuovo d’Africo. Una vicenda fatta di antiche rivalità, un “muro” invisibile in un paese nuovo, e di quei piccoli, preziosi semi di integrazione piantati dalla scuola, dallo sport e dal coraggio delle donne.
Una lettura essenziale per capire che, a volte, per costruire il futuro, bisogna fare i conti con un passato che non vuole passare.

Le radici di una divisione
La loro convivenza forzata inizia molto prima dell’alluvione, nel 1815, quando una riforma napoleonica annette Casalnuovo al Comune di Africo. I due paesi erano mondi agli antipodi: avevano origini diverse (cognomi di ascendenza greca per Africo, araba per Casalnuovo), una lingua e una cultura separate che si manifestavano persino nell’intonazione delle parole, ed erano due parrocchie di diocesi diverse, con santi patroni rivali: San Leo per Africo, San Salvatore per Casalnuovo. Una rivalità storica che li portava a definirsi con epiteti sprezzanti: “fricazzani” gli abitanti di Africo, “tignanisi” (teste dure) quelli di Casalnuovo.
Dopo l’alluvione, la legge progettò un “paese nuovo” per unire le due popolazioni. Ma il desiderio non c’era. Gli “africoti” inviarono persino una lettera alle autorità chiedendo esplicitamente che i casalnovesi fossero alloggiati a “non meno di un chilometro” da loro. La richiesta fu ignorata e il nuovo centro urbano finì per riprodurre fisicamente la divisione: gli “africoti” verso il mare, i “tignanisi” verso la montagna, separati dalle “baracche svedesi”, un vero e proprio “muro di Berlino” sociale che li fece vivere “da separati in casa”.

 

I semi lenti dell’integrazione
Nonostante tutto, la vita comune iniziò a gettare piccoli semi di cambiamento, soprattutto tra le nuove generazioni. Lo sport, e in particolare il calcio, fu il primo vero collante tra i giovani, con i tornei tra squadre locali. La scuola divenne la via maestra del riscatto: il “treno delle sette” che portava gli studenti fuori paese e, dagli anni ’70, la nascita dei primi professionisti “fatti in casa”. Una svolta epocale arrivò con l’emancipazione femminile, simboleggiata nel 1978 dalla prima donna a dirigere l’Ufficio di Collocamento, ruolo storicamente maschile.
Oggi, a oltre 60 anni dalla fondazione, il processo di fusione è ancora incompiuto. L’antica rivalità sopravvive in modo sottile nei festeggiamenti “da tifoseria” per i rispettivi santi patroni e, soprattutto, in un blocco sulla toponomastica: non si riesce a trovare un accordo su quali personaggi storici del paese (appartenenti a entrambe le comunità) meritino una via o una piazza.
La vera nascita dell’“africese”, il cittadino di un’unica comunità libero dai vecchi retaggi, sembra essere un traguardo che spetta alle future generazioni.

Le foto sono di A. Picone Chiodo, B. Palamara, V. Petrelli e tratte da A. Morabito, Le cronache di Africo, Kaleidon 2025

 

Bibliografia di Bruno Palamara:  

  • Africo dalle origini ai nostri giorni, Arti Grafiche Edizioni, Ardore, (2003)
  • Il Cognome. Origini, evoluzione, curiosità Laruffa Editore, RC, (2007)
  • Cognomi e ritratti, Laruffa Editore, RC, (2011)
  • Don Antonino Pelle, Superiore del Santuario di Polsi, Nosside Edizioni, (2016)
  • Gli antichi mestieri. Viaggio nella tradizione per non dimenticare, Laruffa Editore RC, (2023)
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