U Maru ’Ngrisu: la guerra sull’Aspromonte

C’è un punto dell’Aspromonte, nel territorio di Africo, dove le rocce precipitano a picco e il silenzio è rotto solo dal vento e dallo scorrere delle fiumare. Per decenni quel luogo è stato chiamato u Maru ’Ngrisu: il povero inglese. Un nome detto a bassa voce dai pastori, inciso nella memoria più che sulle carte. Oggi quasi dimenticato, quel toponimo racconta l’irruzione improvvisa della grande Storia nella vita lenta e antica delle montagne aspromontane.
Era il 4 settembre 1943. Il giorno prima, mentre l’armistizio di Cassibile veniva firmato in segreto, gli Alleati avevano iniziato lo sbarco in Calabria con l’Operazione Baytown. Lo Stretto di Messina era diventato un fronte attivo, attraversato da bombardieri, caccia, navi e fumo. Ma l’entroterra aspromontano, fino ad allora, era rimasto ai margini del conflitto: nessuna strada strategica, nessun obiettivo militare, solo pastori, campi e pagliai. Quella mattina il cielo cambiò volto.
Nei cieli sopra l’Aspromonte si consumò una violenta battaglia aerea tra aerei italiani e britannici. I Macchi e i Reggiane della Regia Aeronautica, rientrando dopo un attacco alle navi da sbarco, incrociarono gli Spitfire della RAF (Royal Air Force). Tra mitragliamenti e picchiate, lo scontro si spostò dall’area costiera verso l’interno, sopra montagne abituate ad altri rumori: tuoni, belati.
A terra, in località Varì, c’era Francesco Stilo, pastore diciassettenne, insieme a un uomo più anziano. I due si trovavano in un pagliaio quando sentirono i colpi delle mitragliatrici. Spaventati, cercarono rifugio in una cavità rocciosa. L’anziano ripeteva, terrorizzato:
«Ohji ’ndi mmazzanu Cicciu… ohji ’ndi mmazzanu»
(Oggi ci uccidono, Francesco).
Poi, all’improvviso, il silenzio.

 

Poco dopo si sparse la voce: un aereo si era schiantato contro le rocce, in località Lefràcia. Gli africesi accorsero sul posto.Da quel giorno quel luogo prese un nome nuovo: u Maru ’Ngrisu. Non un nemico, non un soldato. Un povero ragazzo caduto dal cielo. Per anni la vicenda era rimasta affidata solo al racconto orale, riferitomi dall’ormai ultranovantenne Francesco Stilo, e nessuno conosceva il nome di quel povero soldato, finché ho coinvolto in questa storia il giovane ricercatore Francesco Stilo, nipote del pastore testimone dell’evento.
Una sua minuziosa indagine presso il National Archives of Australia ha permesso di ricostruire con precisione i fatti. L’aereo abbattuto era uno Spitfire Mk.Vc del 111° Squadron RAF. Il pilota si chiamava George Vallance McMurray, sergente della Royal Australian Air Force.
George era nato nel 1921, nei sobborghi di Melbourne. Il 4 settembre 1943, durante il combattimento, il suo Spitfire fu visto rovesciarsi e precipitare verticalmente. Non ci fu scampo. I suoi resti, recuperati dagli abitanti di Africo, furono sepolti nel cimitero del paese: un gesto di pietà silenziosa, oltre ogni schieramento.

 

Ottant’anni dopo, il 31 maggio 2023, ho organizzato una piccola spedizione per raggiungere il luogo dell’impatto. Tra pietraie, dirupi e la rigogliosa vegetazione sono stati ritrovati minuscoli frammenti dell’aereo: alluminio, plastica, guarnizioni bruciate dal tempo. Tracce leggere, ma sufficienti a confermare la storia.
Molti pezzi, già negli anni immediatamente successivi alla guerra, erano stati riutilizzati dai pastori: il metallo diventava risorsa, come tutto, in una terra dove nulla si spreca. Anche la guerra, caduta dal cielo, era stata assorbita nella vita quotidiana dell’Aspromonte.
Questa storia parla di inermi comunità montane, di memoria popolare, di guerra globale e destini individuali.
Parla di un ragazzo che veniva da un altro emisfero, da pianure lontane, e prima di indossare una divisa faceva il jackaroo, il pastore. Morto lontano da casa e accolto da pastori.
Forse non è solo una coincidenza.
Per George Vallance McMurray Il destino ha voluto che la sua vita si interrompesse qui, tra montagne aspre e silenziose, tra altri pastori, che non lo conobbero ma lo riconobbero. Non come nemico, ma come uno di loro.
Così la guerra, per un attimo, si spogliò delle sue bandiere e lasciò spazio a un gesto antico: dare un nome, una sepoltura, una memoria.
E u Maru ’Ngrisu divenne per sempre parte di questa terra, pastore tra i pastori, custodito dall’Aspromonte.

 

In seguito, la RAF, con l’unità speciale Missing Research & Enquiry Units (MREU), riesumò quei resti e, dal Cimitero di Africo, li trasferì nel Cimitero Militare di Salerno. Queste informazioni sono tratte dal rapporto che fece l’unità speciale MREU e che si leggono nella lettera ritrovata dal ricercatore Francesco Stilo presso il National Archives of Australia.
Vederne il nome inciso nella pietra rende questa storia ancora più concreta, ancora più vicina.

 

Ringrazio Antonello Sica e Alessandro Cirino
Approfondimenti nella Mappa toponimi dove trovate le località indicate nel racconto.

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