di Sandro Tripepi 

La scoperta di una popolazione unica in Calabria
Notizie sulla presenza del Camaleonte mediterraneo (Chamaeleo chamaeleon, Linneo 1758 – Fig. 1) in Calabria circolavano già alla fine del secolo scorso, ma erano ancora frammentarie e poco verificabili. A fine anni novanta e nei primi anni del duemila però segnalazioni attendibili da parte dell’allora segretario regionale del WWF-Calabria Giuseppe Paolillo, peraltro valente naturalista, mi convinsero ad organizzare un’escursione in campo per confermare definitivamente la presenza della specie. Nell’ottobre del 2008 io e alcuni studenti del Corso di Laurea in Scienze Naturali dell’Unical Università della Calabria) ritrovammo diversi animali (Fig. 2) in una ristretta zona della provincia di Reggio, un boschetto misto a predominanza di Acacia salina (Fig. 3), la cui ubicazione è opportuno non rivelare. Ulteriori spedizioni compiute negli anni successivi certificarono la presenza di una popolazione piccola, ma autosufficiente, valutata in modo approssimativo con il metodo cattura-marcatura-ricattura (Fig. 4) in poco più di 40 individui. Ulteriori esplorazioni non hanno condotto alla scoperta di nuove popolazioni, per cui le successive iniziative dell’Unical sono state rivolte soprattutto verso l’obiettivo di preservare l’area di presenza dell’unica popolazione nota.

 

Adattamenti e comportamento del Camaleonte mediterraneo
I camaleonti (oltre 200 specie in totale presenti in Africa e in Arabia) sono dei rettili diurni, specializzati nella vita arboricola; mostrano quindi adattamenti particolari quali la coda prensile, che viene arrotolata intorno ai rami, e le zampe zigodattile, cioè con 2 o 3 dita opposte fra loro, che funzionano a mo’ di pinza (Fig. 5) e che permettono all’animale di stare anche appeso ai rami a testa in giù (Fig. 6). Gli occhi sono grandi, sporgenti e ricoperti da squame (Fig. 7): sono autonomi l’uno dall’altro, consentendo un ampio campo visivo, ma si allineano durante la cattura della preda (visione stereoscopica). I camaleonti sono invece privi di orecchi (Fig.8), percependo principalmente le vibrazioni del substrato su cui poggiano. La lingua presenta all’estremità un ingrossamento che rilascia una sostanza collosa, alla quale rimangono invischiate le prede; viene espulsa molto velocemente ed è molto lunga, cosicché l’animale può predare da una certa distanza.
La colorazione del Camaleonte mediterraneo è variabile all’interno di un intervallo di colori naturali, che varia dal giallo-verde (Fig. 9) al bruno, ma tende ad essere simile al substrato su cui vive (colorazione criptica- Fig. 10); generalmente è quindi verde (Fig. 11). Fattori che possono determinare il cambiamento della colorazione sono, oltre al substrato, le variazioni di temperatura, lo stato fisiologico (es. femmina in gravidanza che segnala al maschio la mancanza di recettività), lo stress dovuto a paura o aggressività. Il camaleonte minacciato può diventare aggressivo: in questo caso scurisce la colorazione della pelle, che diventa quasi nera, emette dei soffi e spalanca la bocca, minacciando di mordere (Fig. 12).

 

Riproduzione, tutela e prospettive di conservazione
Il Camaleonte mediterraneo è una specie ovipara; secondo la letteratura scientifica la deposizione delle uova avviene a settembre-ottobre e i giovani compaiono soltanto l’anno successivo da luglio a settembre a causa della diapausa invernale (le uova “svernano” nei nidi sotterranei). Tuttavia le nostre osservazioni mostrano che la comparsa dei giovani avviene già in primavera, plausibilmente grazie al clima favorevole dell’area. I tenerissimi piccoli (Fig. 13) pesano poco più di un grammo (Fig. 14) e misurano circa 5 cm in totale, mentre gli adulti possono superare i 30 cm di lunghezza.
Pur essendo specie alloctona, non facente parte cioè del corredo faunistico originario della Calabria, C. chamaeleon non è invasivo e non minaccia specie autoctone; nel giugno 2023 su suggerimento del Dipartimento di Biologia, Ecologia e Scienze della Terra dell’Unical, la zona di presenza del Camaleonte mediterraneo è stata dichiarata Parco Naturalistico Comunale dall’amministrazione competente e sono stati quindi intrapresi i lavori di recinzione dell’area. Questi lavori però da un po’ di tempo sono in fase di stallo ed è necessario che, visto il tam-tam mediatico che ormai circonda la popolazione, vengano ripresi e terminati al più presto. Il progetto è quello di proteggere la popolazione, che rappresenta comunque una rarità all’interno della biodiversità calabrese, italiana (in Italia la specie è presente soltanto in Puglia) ed europea (in Europa è presente soltanto in Spagna e Portogallo). In Calabria il Camaleonte mediterraneo è soggetto principalmente a minacce di natura antropica (Fig. 15): il prelievo diretto di individui da parte dell’uomo, i disboscamenti e gli incendi sono le cause che possono portare rapidamente alla scomparsa della popolazione. Per far fronte a queste minacce è stato attivato un servizio di sorveglianza da parte del Nucleo Carabinieri Cites.
Il secondo importante obiettivo del progetto di conservazione è quello di realizzare un polo didattico-scientifico per continuare a monitorare la popolazione e mostrarla non soltanto agli studiosi, ma a tutti i visitatori interessati, quali ad esempio gli studenti delle scuole medie. Speriamo che gli enti competenti riescano a concretizzare questi obiettivi prima che sia troppo tardi.

 

Ringraziamenti
Ringrazio tutti coloro che nel corso di questi anni hanno contribuito al monitoraggio e alla sopravvivenza della popolazione a cominciare da Giuseppe Paolillo, dalle cui segnalazioni tutto è cominciato, e proseguendo poi con: Francesco Ventura, Rocco Gatto, Emilio Sperone, Antonio Iantorno, Daria Stepancich, Mariù Mazza, Antonio Crescente, Francesco Pellegrino, Lina Amendola, Gabriel Albornoz, Syria Brancati, Chiara Carpino, Claudia Valerioti, Simone Ferraro, Elisa Aliberti, Francesco D’Aleo, Carlo Calabrò e Fabiola Durante. Altro ringraziamento particolare va al Brigadiere Filippa Daniele Mesiani e all’Appuntato Scelto con Qualifica Speciale Giuseppe Mancuso, ambedue appartenenti al Nucleo Carabinieri Cites.

di Cosimo Sframeli

Smascherare mafia, camorra e ’ndrangheta, respingere la perversa industria dei sequestri di persona, arginare l’avanzata della droga: fu questo l’impegno assunto dalla Chiesa italiana, con i suoi vescovi in prima linea, per fronteggiare alcuni dei mali più gravi del Paese. Lo ricordò con forza il presidente della Conferenza Episcopale Italiana, cardinale Ugo Poletti, nella prolusione che aprì i lavori del Consiglio permanente dei vescovi. Il dilagare della violenza, in forme sempre più insidiose e sconcertanti, rischiava infatti di minare in profondità la convivenza civile. Accanto ai consueti fenomeni legati ai vizi e alle distorsioni della natura umana, impressionava l’aumento dell’industria dei sequestri di persona a scopo di estorsione: una pratica crudele che colpiva senza pietà le fasce più fragili della popolazione — donne, bambini, anziani — sottoposti a ricatti abominevoli.
Il bisogno di Dio e di libertà era fortemente avvertito dalla gente dei paesi dell’Aspromonte, vittime e testimoni dell’oppressione mafiosa.
Tra coloro che con più coraggio incarnarono la resistenza morale alla ’ndrangheta vi fu don Italo Calabrò. Nato a Reggio Calabria e scomparso il 16 giugno 1990 a 65 anni, dopo una lunga malattia, fu tra i primi sacerdoti calabresi a esporsi apertamente contro la criminalità organizzata. Prima di diventare vicario generale della diocesi di Reggio Calabria, incarico che ricoprì fino al 1983, fu vicepresidente della Caritas italiana e ispettore per l’Italia meridionale dell’insegnamento religioso. Si dedicò agli ultimi: persone con disabilità, malati psichici, tossicodipendenti, bambini e anziani abbandonati creando la Piccola Opera Papa Giovanni.
Don Italo, insieme all’arcivescovo di Reggio Calabria Aurelio Sorrentino, fu tra gli ispiratori del documento con cui la Chiesa calabrese denunciò con fermezza le piaghe prodotte dalla criminalità organizzata: omicidi, sequestri, estorsioni, minacce, infiltrazioni nella vita sociale e clientelismi diffusi. Le cosche attuavano una sistematica campagna di intimidazioni contro i sacerdoti, incendiando automobili e inviando lettere o telefonate anonime.
Il suo impegno nel contrasto alla ’ndrangheta si svolse in un clima di crescente intimidazione verso il clero calabrese. Due sacerdoti furono uccisi: don Salvatore Esposito, parroco di Cirella, e don Giuseppe Giovinazzo, parroco di Portigliola e economo del Santuario di Polsi.

 

L’omicidio di don Giovinazzo, che scosse profondamente la Chiesa e l’intera comunità, rimane ancora oggi senza colpevoli. A lungo si ritenne che fosse collegato al sequestro di Cesare Casella: la madre del ragazzo, in visita nella Locride, si recò infatti anche a Polsi e affidò a don Giuseppe la sua angoscia e la speranza di riabbracciare il figlio. Si ipotizzò che il sacerdote avesse tentato un contatto con i rapitori, pagando con la vita questo gesto di umanità. I magistrati non riuscirono a identificare i responsabili. A don Giovinazzo sono dedicati un busto di marmo davanti al Santuario della Madonna della Montagna e una targa nel luogo dell’agguato.
Tra le intimidazioni più inquietanti vi furono i colpi di fucile caricati a pallettoni contro il portone della curia del vescovo di Locri, mons. Antonio Ciliberti.
Mons. Ciliberti, più volte minacciato, continuò a operare con determinazione, pur viaggiando sotto scorta. Diceva spesso:
“Noi, davanti a queste minacce, andiamo avanti serenamente. E anche se avessimo paura, siamo tenuti a restare al nostro posto.”
E confessava, con amarezza:
“Lo sconforto arriva quando ci si sente incapaci di dare una risposta alle attese della gente. Possibile che non si riesca a offrire lavoro? La disoccupazione giovanile è terreno fertile per le cosche.”
Sul crocifisso di Zillastro — colpito anch’esso da una lupara che lo ferì al fianco sinistro — le fiammelle delle candele illuminavano un simbolo ferito ma non piegato. Sui Piani dello Zillastro, grande spianata dell’Aspromonte, nel 1990 si ritrovò idealmente tutta l’Italia che aveva sofferto per le catene dell’Anonima sequestri.

 

Da questi paesi martoriati nacque la manifestazione “Nord e Sud insieme per spezzare le catene”. Cinquemila persone si raccolsero in preghiera nella radura circondata dai faggi, spartiacque tra Ionio e Tirreno, insieme a oltre cinquanta gonfaloni dei comuni aspromontani.
Durante la messa, mons. Ciliberti non risparmiò critiche allo Stato, incapace — nonostante i segnali positivi — di avviare una vera azione di contrasto:
“Il sequestro di persona è il peggiore dei delitti: lo è per la vittima, per la famiglia, per la comunità intera. Quando un nostro fratello è in catene, tutti noi siamo prigionieri con lui. E lo è soprattutto per chi lo compie, perché con cinismo satanico infligge un dolore immenso in cambio di denaro. Ai sequestratori rivolgo ancora l’appello a ritrovare la dignità umana, restituendo la libertà a chi ne ha diritto inviolabile. Così ritroveranno anche la propria liberazione.”

Fonti

  • Don Italo Calabrò Un prete di fronte alla ‘ndrangheta a cura di Domenico Nasone e Luigi Ciotti, Rubbettino 2007
  • Renzo Agasso, Don Italo Calabrò. Nessuno escluso mai! Paoline Editoriale Libri, 2010
  • Antonino Iannò, Quando un uomo vale Don Italo Calabrò profeta di speranza, Rubbettino 2015

di Antonino Sergi

Maurits Cornelis Escher, nasce il 17 giugno 1898 a Leeuwarden una cittadina dei Paesi Bassi. Sin da giovanissimo dimostra grande talento, passione e interesse per il disegno. Dopo le scuole di base, frequenta la facoltà di Architettura e Disegno Ornamentale nella città di Haarlem. Non conclude gli studi perché, su consiglio dell’artista olandese Samuel Jessuru de Mesquita, lascia la facoltà a favore di una scuola di Arti Grafiche. Concluso il percorso scolastico nel 1922 inizia a viaggiare. Fa una breve tappa in Italia, in compagnia dei genitori, dove rimane colpito e incantato profondamente dalla bellezza del paesaggio. Vi fa ritorno nel 1923, questa volta da solo. Escher comincia a girare la penisola immortalando i posti più suggestivi attraverso il disegno a matita e l’uso esclusivo di tecniche di incisione come la xilografia, con matrice di legno e litografia, con matrice di pietra. I temi preferiti sono le architetture dei piccoli paesi che costellano la penisola italiana; rappresentati nei dettagli più minuziosi e dal realismo quasi fotografico. Usa il disegno come preparazione alle incisioni. Ama schizzare sul posto per cogliere direttamente tutte le sfumature del soggetto prescelto. Ma nel 1935 l’artista, ostile al fascismo, lascia l’Italia. Questo distacco dalla terra italica risulta molto doloroso per lui che lo porta a un cambiamento radicale della sua produzione artistica. Egli per sopperire alla mancanza delle visioni meravigliose della natura e del costruito italiano, confessa, che è quasi costretto a cercare dentro di sé un nuovo linguaggio artistico. Lo trova attraverso lo studio profondo della geometria. Le nuove opere sono caratterizzate da forme inconsuete, fantasiose, dalla struttura impossibile. La sua arte crea un mondo paradossale che, sviando le precise leggi matematiche della prospettiva, inganna l’osservatore portandolo davanti a immagini dal carattere visionario e razionalmente impossibili (fig. 2). Tornando al periodo italiano, egli soggiorna stabilmente a Roma. Ma ogni primavera parte per visitare soprattutto la campagna italiana. Nel corso di questi spostamenti visita l’Italia meridionale, al tempo un luogo poco conosciuto e poco visitato dai viaggiatori stranieri. Nel 1930 il nostro artista visita la Calabria accompagnato da tre amici: Giuseppe Haas Trivero pittore e incisore svizzero, Robert Schiess pittore e lo storico francese Jean Rousset. La loro prima tappa è Pizzo Calabro. Da qui il gruppo si sposta in diverse località poste lungo la costa e l’interno calabrese. Toccano le città di Reggio Calabria, Catanzaro, Crotone, e i borghi di Tropea, Gimigliano, Santa Severina, Rossano, Morano, Castrovillari, Trebisacce, Rocca Imperiale, Cariati. A Cariati Haans e Schiess sono immortalati in una foto (fig. 3), del 1930, che li vede in piedi, sul ciglio a strapiombo di una delle otto torri che contornano la vasta struttura difensiva militare che protegge il paese, intenti ad ammirare il paesaggio sottostante e il mare in lontananza. I due si atteggiano come il “Viandante sul mare di nebbia” (fig. 4) il famoso quadro ottocentesco del pittore tedesco Caspar David Friedrich. Anche loro, come il personaggio raffigurato nel dipinto, si sentono spersi e spaesati di fronte alla maestosità e alla grandezza del paesaggio, al sublime espresso dalla grandiosa e infinita visione che si apre di fronte al piccolo borgo ionico. Il loro viaggio continua verso sud. Lungo la costa Tirrenica incontrano gli abitati di Bagnara, Palmi Scilla. A Scilla, Escher esegue una serie di schizzi a matita preparatori che anticipano la bellissima litografia, con veduta dall’alto, prospettiva a volo di uccello, della mitologica cittadina (fig. 5). Con l’elegante e raffinato chiaroscuro cattura la luce dello stretto e la depone mirabilmente sulle case e sul castello che si staglia tra il mare e il cielo. Piccole imbarcazioni, le feluche, testimoniano la vocazione millenaria di Scilla alla pesca, anzi alla “caccia”, del pescespada.

 

Ad incisione xilografica è tratteggiato, il borgo, con un forte contrasto di luci forti e taglienti e il nero profondo. La visione è presa dal basso, dal quartiere di Chianalea, con il mare in primo piano dove scogli appuntiti e irregolari spuntano dall’acqua donando alla scena un effetto irreale e drammaticamente creativo. (fig. 6)
Escher e i suoi amici proseguono il viaggio e in sella a dei muli risalgono la costa ionica sino alle pendici dell’Aspromonte. Non può sfuggire al loro sguardo d’artista la rupe a forma di mano aperta di Pentedattilo. L’artista realizza due litografie e due xilografie dell’abitato. In una delle litografie egli pone al primo piano delle piante tipiche del territorio aspromontano, fico d’India, agave, groviglio di arbusti, dietro una piccola valle e al centro la grande rupe traforata, che si impone grandiosamente sull’abitato; sullo sfondo, con sfumato leonardesco, basse colline si perdono in lontananza sempre più sbiadite sino a confondersi col chiarore del cielo (fig. 7). Nell’altra la visione prospettica risulta come schiacciata, quasi a rendere l’immagine bidimensionale. Le architetture sono ben visibili e disegnate con ordine e precisione come a ricordare le medievali città giottesche, mentre la rupe si innalza come raffinato decoro merlettato (Fig. 8). Le due visioni a xilografia, invece, riproducono il borgo con canoni estetici da nord Europa con le “guglie” della rupe da cattedrale gotica (fig. 9). A Palizzi l’artista disegna il paese con infinita maestria. Il segno ben inciso contorna forme naturali e costruito come volumi di una geometria tutta sua, molto personale (fig. 10).

 

Nella forma xilografata le architetture di Palizzi sono invase da una luce forte e irreale, mentre la campagna risulta in ombra, oscurata dalla luminosità degli edifici (fig. 11). Della Cattolica di Stilo, chiesa capolavoro architettonico bizantino, Escher, ci regala una visione fiabesca, misteriosa e arcana; elimina il borgo in lontananza, sostituito da un candido e luminoso paesaggio “nevoso”. La squadrata chiesa, in primo piano, s’innalza regale e austera con le cinque cupole cilindriche che fungono da corona. Ai suoi piedi una serpeggiante fiumara: lo Stilaro (fig. 12).
La stessa fiumara viene rappresentata in una apposita litografia, dove il corso d’acqua appare all’inizio largo come un lago alpestre. La chiesa di San Domenico o del Rosario rappresentata in alto affacciata maestosamente sul grande alveo come a protezione dei poveri rivoli di acqua che scivolano, tra le anse tortuose, verso la costa (fig. 13).
Il soggiorno aspromontano di Escher esalta il suo talento artistico che riesce a cogliere quanto di bello e pittoresco si trova nel territorio: paesaggi dalla natura selvaggia, luoghi isolati solcati da fiumare argentate, piccoli borghi aggrappati pericolosamente a costoni rocciosi. Per Escher un catalogo di visioni mai viste e forse nemmeno immaginate. La sua matita corre veloce sulla carta tracciando segni analitici e selettivi che gli servono a comprendere meglio l’enigmatica montagna reggina. Quel luogo così particolare e unico resterà per sempre inciso, non solo nelle litografie o nelle xilografie, ma principalmente nella sua mente e nella sua anima di girovago scrutatore geniale.

 

Fonti

  • Mediati – S. Pazzano, M.C. Escher in Calabria Memorie incise di un viaggiatore olandese, Rubbettino 2019
  • Erik Thè, Le magiche visioni di M.C. Escher, Taschen 2003 edizione italiana
  • Il mondo di Escher, a cura di J.L. Locher, Garzanti 1978