di Associazione Ge.Co. (Gestione e Conservazione della fauna selvatica)

Il lupo è una specie che da sempre divide l’opinione pubblica, tra idealizzazione e timore atavico. Questa percezione negativa è spesso alimentata dalla disinformazione e da una gestione non sempre efficace da parte delle istituzioni. Poiché si teme ciò che non si conosce, è fondamentale fornire informazioni corrette su basi scientifiche.

Com’è il lupo e come vive
Il lupo appenninico (Canis lupus italicus) ha dimensioni simili a quelle di un pastore tedesco, con un peso medio tra i 25 e i 35 kg. Il mantello varia stagionalmente, passando da tonalità grigie in inverno e marroni-rossastre in estate. Presenta bande nere sulle zampe anteriori, punta della coda nera e “mascherina facciale” color crema. È un animale sociale che vive in branco, composto da una coppia riproduttiva e dai giovani nati negli 1-3 anni precedenti. Il branco difende il proprio territorio dalle intrusioni, caccia e alleva la prole. I giovani, intorno ai 1,5–2 anni, lasciano il branco (“dispersione”) alla ricerca di nuovi territori. Il lupo è un carnivoro generalista e opportunista: si nutre principalmente di ungulati selvatici, ma può adattare la propria dieta in base a quanto disponibile nell’ambiente in cui vive. Gli animali domestici, presenti nella dieta in quantità minore rispetto ai selvatici, vengono predati quando facilmente accessibili.

 

Dalla scomparsa al ritorno
Fino agli anni ’50 il lupo era diffuso lungo tutta la catena appenninica, ma ha raggiunto il minimo storico negli anni ’70, con circa 100 individui confinati in aree dell’Appennino centro-meridionale, tra cui Pollino e Sila. La causa principale è stata la persecuzione da parte dell’uomo. Dagli anni ’70 si è assistito a una graduale espansione naturale della specie, favorita dallo spopolamento delle aree montane, dall’aumento delle prede e dalle misure di protezione. Oggi il lupo è tornato su tutto l’Appennino e anche sulle Alpi, da cui era scomparso negli anni ‘20. In particolare, in Aspromonte, la specie è ricomparsa naturalmente agli inizi degli anni ’80. È importante sottolineare che questa espansione è avvenuta in maniera esclusivamente naturale, senza catture e rilasci di lupi effettuati dall’uomo per ripopolamenti: i lupi hanno risalito l’Appennino autonomamente, basti pensare ai molti km che possono percorrere i giovani nella dispersione. Inoltre, il loro numero su uno stesso territorio non cresce in modo illimitato ma rimane stabile, regolato sulla disponibilità di prede, dalla territorialità, dalle morti naturali e da quelle causate dall’uomo, ancora elevate.

 

Convivenza e conflitti
Il lupo va protetto in quanto svolge un ruolo ecologico fondamentale, come predatore all’apice della catena alimentare, contribuendo all’equilibrio degli ecosistemi soprattutto nel controllo delle prede. Va sottolineato che il recente declassamento da specie “rigorosamente protetta” a “protetta” non rappresenta un via libera agli abbattimenti, ma consente una gestione più flessibile da parte delle regioni, entro limiti stabiliti. La salvaguardia del lupo deve andare di pari passo con quella delle attività umane. La sua presenza può generare conflitti, soprattutto con il settore zootecnico, ma bisogna lavorare per una coesistenza pacifica. I danni da predazione al bestiame, sebbene spesso limitati rispetto a quelli provocati da altre specie come i cinghiali, sono fortemente percepiti dagli allevatori e il problema è accentuato in territori dove si è persa l’abitudine alla presenza del predatore e dove mancano adeguate misure di protezione. Non è una questione di colpe: né del lupo né degli allevatori, ma la convivenza richiede dialogo, soluzioni concrete e presenza da parte delle istituzioni. Numerosi studi dimostrano che gli abbattimenti non riducono il conflitto nel medio-lungo termine. Al contrario, le strategie più efficaci sono quelle basate sulla prevenzione, come i cani da guardiania, le recinzioni elettrificate, i ricoveri notturni, affiancate da indennizzi rapidi per i danni da predazione e da contributi per gli allevatori per le opere di prevenzione. In Italia il quadro normativo è frammentato rispetto alla tematica delle predazioni e le disposizioni variano da regione a regione. In Calabria, al di fuori delle aree protette, purtroppo esiste un vuoto normativo che lascia gli allevatori senza adeguato supporto, alimentando notevolmente la percezione di ingiustizia.

 

Il lupo è davvero pericoloso?
Oggi il lupo vive anche in territori antropizzati e aumentano le occasioni di avvistamento in contesti abitati. Questo fenomeno è amplificato dai media, favorendone una percezione più elevata rispetto alla realtà, con conseguente allarmismo. Considerando che il rischio zero per reazioni inaspettate non esiste per nessun animale, in realtà, in Europa il lupo non è considerato una specie pericolosa per l’uomo. È un animale schivo, che tende a evitare l’incontro con l’uomo, che considera una minaccia, percependone la presenza e allontanandosi, grazie ai suoi sensi molto sviluppati. In Italia, dal secondo dopoguerra, non risultano aggressioni confermate all’uomo, fino a rari casi recenti, legati però sempre a individui problematici, in quanto confidenti, con segni di abituazione all’uomo. Un lupo diventa problematico, e quindi potenzialmente pericoloso, quando perde la naturale diffidenza verso le persone, spesso a causa della disponibilità di fonti di cibo lasciate vicino ai centri abitati. Per questo è fondamentale non lasciare scarti alimentari o cibo accessibili: fornire cibo alla fauna selvatica significa alterarne il comportamento, favorendo l’avvicinamento ai contesti antropici, con il rischio di farla “abituare” alla presenza umana.

Conclusione
La presenza del lupo in un territorio rappresenta una sfida, in quanto bisogna ripensare il rapporto tra attività umane e ambiente naturale. La strada più efficace non è lo scontro, ma la conoscenza e la prevenzione.
Solo attraverso un’informazione corretta, il supporto agli allevatori e le strategie di gestione adeguate è possibile costruire una convivenza realmente sostenibile.
Proprio partendo da questi presupposti, nel prossimo approfondimento ci concentreremo sulla situazione del lupo in Aspromonte.

 

Siti web e bibliografia

 

 

 

L’Aspromonte non è solo quello dei paesaggi, dei ricchi e floridi boschi, delle acque e delle cascate. Non è solo quello dei sentieri, dei suoni e degli odori. Esiste, infatti, un Aspromonte ‘invisibile’, forse il più ricco, ma sicuramente il meno conosciuto. È quello dei piccoli organismi decine o centinaia di volte più piccoli di un millimetro; organismi e microrganismi che popolano le acque interne della nostra montagna. Attraverso questo lavoro, minuzioso, rendo disponibile una ricca iconografia, e le ricerca compiute in questi anni sulla microflora e la microfauna presente nelle acque interne (stagni, pozze, corsi d’acqua, vasche di irrigazione), ma non solo, dell’Aspromonte. Tutto il materiale presentato è stato personalmente realizzato ed elaborato, è frutto di ricerca bibliografica, tassonomica e microscopica. La mia passione mi ha portato anche ad allestire un piccolo home-lab dove eseguo le mie ricerche ambientali, e un piccolo ma ricco museo. Sono riuscito a fare della mia passione anche il mio lavoro, sono infatti un microbiologo e virologo attualmente in servizio presso il GOM – Grande Ospedale Metropolitano di Reggio Calabria con la qualifica di Dirigente di I livello, dove mi occupo di batteri, funghi, protozoi e virus che causano infezioni negli esseri umani. Sono autori di diversi volumi di divulgazione scientifica e di oltre cinquanta pubblicazioni su riviste scientifiche.

Se volete conoscere l’Aspromonte nascosto ecco il sito
https://sites.google.com/view/francesco-daleo-biologo/home-page?authuser=0

di Luigi Dattola

La geodiversità (geodiversity) è il fondamento del paesaggio terrestre e comprende l’insieme delle caratteristiche geologiche, geomorfologiche, pedologiche e idrologiche di un territorio.
Nell’800 alcuni studiosi avevano compreso l’interconnessione tra geologia, clima e vita, anticipando il concetto di geodiversità come parte integrante della diversità naturale. Il termine venne però introdotto un secolo dopo, negli anni ’90, per enfatizzare il ruolo degli elementi geologici di un territorio, siano essi in situ (come strutture geologiche e affioramenti) o ex situ (come minerali, fossili e rocce di interesse anche museale), ricomprendendo anche i processi naturali che hanno modellato il pianeta nel corso del tempo. Il termine non si limita a descrivere la diversità geologica, ma include anche il valore economico, sociale, culturale e ambientale degli elementi geologici, fondamentali per la comprensione della storia naturale di un’area.
È fondamentalmente un concetto “neutro”, generico, analogo alla biodiversità per il regno vivente, ma che non esprime nulla di più degli elementi geologici che costituiscono la superficie terrestre: l’inventario geologico di base. Se si volesse fare un’analogia ipotizzando l’esistenza di una biblioteca universale, si può dire che la geodiversità della Terra è l’equivalente di tutti i volumi contenuti nella biblioteca universale senza ulteriore specificazione.

Il patrimonio geologico (geoheritage) comprende l’insieme di geositi e altri elementi di valore geologico che, oltre a essere importanti dal punto di vista scientifico, culturale e educativo, sono anche un richiamo per il turismo. La protezione di questo patrimonio è fondamentale non solo per salvaguardare la storia della Terra, ma anche per garantire che le generazioni future possano continuare a esplorare e comprendere il nostro passato geologico.
Questo patrimonio include elementi come rocce, minerali, fossili, forme del paesaggio, suoli e processi geologici che raccontano la storia della Terra e contribuiscono alla formazione degli ecosistemi e delle culture umane. Il patrimonio geologico, quindi, è quella parte della geodiversità, non rinnovabile — perlomeno alla scala dei tempi umana — che ha un valore che può essere:

  • scientifico, perché fornisce dati essenziali per comprendere la storia della Terra, i cambiamenti climatici e l’evoluzione della vita;
  • culturale e del paesaggio, contribuisce all’identità culturale di un territorio e attira turismo, grazie a paesaggi spettacolari o siti unici;
  • educativo, è una risorsa fondamentale per l’insegnamento delle scienze della Terra;
  • economico, contiene le risorse geologiche che sono alla base di molte attività industriali e produttive.

Riprendendo l’analogia con una biblioteca, il patrimonio geologico può essere quindi equiparato ai volumi rari, quelli introvabili, prime edizioni di volumi, magari manoscritti, che rappresentano l’evoluzione del pensiero umano o che, comunque, hanno avuto un impatto significativo sulla cultura dei popoli. Questi volumi devono essere salvaguardati, protetti e trasferiti alle generazioni future: la loro perdita sarebbe un danno per l’umanità intera.
Passiamo infine ai geositi, che sono l’espressione puntuale del patrimonio geologico: luoghi geologicamente rilevanti, delimitabili su una mappa, che contengono elementi unici per comprendere la storia della Terra e che possiedono un valore scientifico, educativo, culturale o estetico eccezionale, tale da renderli degni di conservazione per le generazioni future. Possono essere affioramenti rocciosi, magari contenenti fossili ben conservati, formazioni naturali come grotte o cascate, oppure fenomeni geologici rari e significativi. Questi luoghi rappresentano vere e proprie “finestre” attraverso le quali possiamo osservare e studiare i processi che hanno modellato il nostro pianeta.
Nella biblioteca universale i geositi diventano l’equivalente dei volumi che vengono conservati gelosamente in luoghi accessibili a pochi, quelli di una rarità assoluta, visionabili solo con particolari accorgimenti, o i volumi esposti al pubblico protetti da teche di vetro per preservarli da contatti che potrebbero metterli a rischio.

I geositi sono molto più di semplici paesaggi rocciosi o curiosità naturali: sono archivi fondamentali della memoria del nostro pianeta, pagine aperte del grande libro della Terra che raccontano storie di ere passate, di cataclismi, di lenti mutamenti e di vita antica. Pensiamo ai geositi come ai monumenti che compongono il patrimonio culturale di una nazione: ogni affioramento fossilifero, ogni gola nella quale è visibile una successione stratigrafica, ogni cono vulcanico o spiaggia ciottolosa è un monumento alla storia naturale. La loro importanza è multiforme e cruciale. Dal punto di vista scientifico, sono irreplicabili banche dati: la sequenza di rocce in una scogliera può custodire la prova di un’estinzione di massa, mentre una serie di impronte fossili può svelare il comportamento di dinosauri scomparsi milioni di anni fa. Sono aule all’aperto insostituibili per l’educazione, dove concetti complessi come la tettonica delle placche o l’erosione glaciale diventano tangibili e comprensibili. Hanno un profondo valore culturale, poiché spesso modellano l’identità di un territorio, ispirano leggende e determinano l’ubicazione di insediamenti umani e lo sviluppo di attività tradizionali.
Tuttavia, questi tesori sono fragili e non rinnovabili. Una cava, un’opera infrastrutturale invasiva, il collezionismo indiscriminato o semplicemente l’incuria e l’ignoranza possono cancellare in un attimo testimonianze formate in milioni di anni. Proteggere i geositi non è quindi un optional, ma un imperativo scientifico e culturale. La strada da percorrere è chiara: prima occorre conoscerli, attraverso un lavoro sistematico di studio e catalogazione che porti alla creazione di catasti regionali e nazionali. Successivamente bisogna valutarne il grado di importanza, classificandoli per stabilire priorità di tutela. Fondamentale è quindi integrarli nella pianificazione territoriale, dotandoli di strumenti di protezione giuridica adeguati. Infine, e non meno importante, va attuata una valorizzazione intelligente, che passi attraverso una comunicazione accattivante, sentieri tematici, cartellonistica e l’istituzione di Geoparchi, come quelli calabresi dell’Aspromonte e del Pollino, veri e propri laboratori di sviluppo sostenibile riconosciuti dall’UNESCO.

Da quanto esposto emerge con chiarezza che non tutte le geodiversità di un territorio possono essere automaticamente elevate al rango di geosito, così come non tutti i geositi riconosciuti possiedono la medesima importanza o valore, essendo questi classificati in base alla loro rilevanza scientifica, didattica, estetica o culturale su scale che vanno da quella locale a quella internazionale. È fondamentale mantenere questa distinzione per evitare l’equivoco, frequente in una percezione puramente estetica del paesaggio, di definire geosito qualsiasi formazione geologica che appaia suggestiva per la sua forma inconsueta, il suo colore vivido o qualche altro aspetto spettacolare ma non sufficiente ai fini di una designazione come geosito. Questa, infatti, è il risultato di una valutazione scientifica rigorosa che valuta criteri quali l’unicità, l’esemplarità di un processo, la completezza della documentazione di un evento geologico passato, l’immediata leggibilità dei fenomeni, la rarità e l’integrità del sito. Senza questi criteri oggettivi, si rischia di banalizzare il concetto stesso di patrimonio geologico, disperdendo gli sforzi di tutela e pianificazione verso elementi privi di reale significato per la comprensione della storia della Terra, confondendo la spettacolarità superficiale con l’autentico valore scientifico e culturale che trasforma un semplice affioramento in una pagina fondamentale della storia della Terra.

 

A livello nazionale, dal 2002, le politiche di gestione e tutela del patrimonio geologico sono coordinate tramite l’Inventario Nazionale dei Geositi, un progetto dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA). Questo strumento è stato avviato con lo scopo di realizzare un censimento sistematico dei luoghi di interesse geologico e geomorfologico, creando così una base conoscitiva essenziale per la pianificazione territoriale e la salvaguardia del paesaggio e dell’ambiente. L’inventario, accessibile al pubblico attraverso un Geodatabase on line, raccoglie attualmente circa 2000 geositi distribuiti in tutto il Paese. Questo database è dinamico e in costante aggiornamento, poiché il lavoro procede sia con l’inserimento di nuove segnalazioni, derivanti inizialmente dalla letteratura scientifica, sia con attività di verifica in situ, che possono portare alla revisione o persino alla rimozione dei siti già catalogati qualora le informazioni originarie non siano più confermate.

La Regione Calabria, a oggi, ha ottenuto il riconoscimento di 62 geositi tra quelli di interesse internazionale, nazionale, regionale e locale (fig. 1).
Due sono i geositi di interesse internazionale:

  • i Diapiri salini di Zinga, situati nel comune di Casabona (KR). Quest’ultimo costituisce una testimonianza diretta di un evento catastrofico nell’evoluzione del Mediterraneo, verificatosi tra 6 e 5 milioni di anni fa e noto come “Crisi di Salinità del Mediterraneo”. L’evento, determinato dalla chiusura dello stretto di Gibilterra, provocò l’isolamento del bacino marino e l’evaporazione di consistenti masse d’acqua, portando alla deposizione di estese formazioni di rocce evaporitiche, tra le quali spiccano imponenti lenti di salgemma, appunto i diapiri del crotonese (fig. 2).
  • la Grotta del Romito, nel comune di Papasidero (CS), considerata uno dei più importanti siti in grotta del Paleolitico italiano (fig.3);

Nella provincia di Reggio Calabria i geositi ufficialmente riconosciuti, secondo i criteri ufficiali del database gestito da ISPRA, sono 12, 7 dei quali ricadenti all’interno del Parco Nazionale dell’Aspromonte (figura 4).

L’ultimo geosito di interesse regionale censito nella provincia di Reggio Calabria è quello denominato “A petra virdi”, ricadente nel comune di Montebello Jonico, il cui riconoscimento ufficiale è giunto il 16 gennaio 2026.

 

Bibliografia

  • Brilha J. (2016) – Inventory and Quantitative Assessment of Geosites and Geodiversity Sites: A Review. Geoheritage, 8: 119-134
  • Duff, K. L. (1979) – The conservation of geological localities. Proc. Geol. Ass., 91 (1 & 2),119-124.
  • Ellis N. V. (Editor), D. Q. Bowen, S. Campbell, J. L. Knill, A. P. McKirdy, C. D. Prosser, M. A. Vincent. R. C. L. Wilsonan (1996) introduction of the geological conservation review. 1996 Joint Nature Conservation Committee ISBN 1 86107 403 4
  • Gray, M. (2004). Geodiversity: Valuing and Conserving Abiotic Nature. John Wiley & Sons. (Testo fondante sul concetto di geodiversità).
  • Lyell C. – Principles of Geology. London 1830
  • Wimbledon, W.A.P. (1996). Geosites – a new conservation initiative. Episodes, 19(3), 87-88.
  • Serrano E. & Ruiz-Flaño P. (2007) – Geodiversity. A theoretical and applied concept. Geogr. Helvetica 62, 140–147.

 

di Giuseppe Arcidiaco

Funzioni e finalità della base
Una testimonianza del ruolo cruciale giocato dall’Aspromonte in contesti bellici, si trova nel comune di Roccaforte del Greco, nel cui territorio sorge l’ex base americana di monte Nardello. Conosciuta dai più come “base americana” o “base N.A.T.O.”, fu costruita dall’U.S.A.F. (United States Air Force) nel 1963-65, in piena Guerra Fredda e fungeva da ponte radio tra le basi navali di Sigonella (Catania), Napoli e Comiso (Ragusa). L’infrastruttura faceva parte della rete di sorveglianza aerea degli U.S.A., la cui funzione principale era quella di monitorare lo spazio aereo del Mediterraneo contro eventuali incursioni sovietiche, tramite potenti radar ed antenne di comunicazione. Dalla caserma si effettuava il controllo delle telecomunicazioni e la raccolta e l’elaborazione di dati ed informazioni sensibili. Rimase pienamente operativa fino al 1985, quando l’utilizzo sempre più intensivo delle comunicazioni satellitari la rese obsoleta fino ad essere definitivamente dismessa nel 1993. Venne ubicata sulla vetta del Monte Nardello per la sua posizione strategica rispetto allo Stretto di Messina, crocevia di rotte e comunicazioni, e per la sua quota sufficientemente elevata (1815 m s.l.m.) che favoriva le trasmissioni radiofoniche con la Sicilia.
Antistante la base vi era un edificio con un distaccamento del Reggimento Trasmissioni dell’Esercito Italiano. La sorveglianza dell’intero complesso era assicurata dai Carabinieri che vi avevano sede. La struttura e il ponte radio dell’E.I. erano resi operativi grazie all’energia elettrica fornita dai generatori della base, pertanto, quando questa venne dismessa avvenne lo stesso per questo edificio.

 

L’infrastruttura e la vita al suo interno
Il complesso di edifici, esteso per un raggio di circa 3.5 km, era costituito principalmente da una serie di capannoni e da imponenti antenne radar. Fornita di alloggi e di tutti i servizi necessari per la permanenza del personale militare e civile sul posto, la struttura, grazie a generatori di energia elettrica, era totalmente autonoma. L’area era delimitata da una recinzione metallica alta più di 2 m sormontata da filo spinato. I militari che prestavano servizio nella caserma erano statunitensi ed alloggiavano sul posto mentre il personale civile, proveniente da Santo Stefano e Gambarie, dopo avere concluso il turno di servizio, tornava nelle proprie abitazioni. La base era attrezzata per garantire loro condizioni di vita più che dignitose per interi mesi: oltre ai dormitori ed alle cucine non mancavano gli spazi di intrattenimento e di svago. Negli anni ‘70, nel pieno della sua operatività, la base ospitò anche 40 unità militari fra soldati semplici ed ufficiali, ridotte a 18 nel 1985 e poi a 7 negli anni ‘90. Nei periodi autunnali ed invernali la base provvedeva con mezzi propri a spazzare la neve dalla strada di accesso, rendendo possibili gli spostamenti verso i centri abitati e permettendo anche agli sportivi che praticavano lo sci di fondo di raggiungere agevolmente il crinale. Tra i più significativi ricordi dei soldati americani che hanno prestato servizio a Nardello: la natura aspra ed incontaminata, la folta vegetazione boschiva che a volte rendeva le strade impraticabili, la vista sulla Sicilia e gli spettacolari tramonti. Si ebbero anche dei matrimoni tra i militari e donne italiane.
“I giorni più belli erano quelli con tante nubi intorno a noi: da Nardello si potevano vedere soltanto la vetta del Montalto e dell’Etna, che spiccavano emergendo dal mare di nuvole. In quei giorni mi sembrava di essere in un posto diverso, con queste “isole” che si potevano vedere da lassù. L’inverno era bellissimo, nevicava davvero molto. La strada d’accesso alla base era difficoltosa da percorrere, i rami sporgenti dei faggi formavano un arco intorno al manto stradale ed era davvero meraviglioso”, ha raccontato nel 2012 Jim Hoose, ex militare dell’U.S.A.F. che vive in Florida e giunse a Nardello nel 1976 in qualità di Sergente Maggiore.
La direzione della base fu sempre disposta a fornire la massima collaborazione a tutte le istituzioni che le si rivolgevano, mettendo a disposizione uomini, mezzi e risorse.

 

Leggende metropolitane
Sulla base di Nardello circolarono numerose voci, prive di fondamento storico, riguardanti la sua funzione all’interno di un contesto internazionale caratterizzato dalle forti tensioni geopolitiche che hanno segnato la Guerra Fredda. Ecco, quindi, che un progetto statunitense ideato per occuparsi di controllo e monitoraggio delle telecomunicazioni, si trasforma in una copertura messa in atto per celare operazioni militari segrete di spionaggio e sorveglianza. La base diviene un avamposto per la dislocazione di missili balistici atti a difendere gli interessi degli U.S.A. in Europa o perfino un laboratorio segreto creato per condurre esperimenti sugli UFO o sviluppare armi innovative a cui avrebbero collaborato centinaia di addetti ai lavori tra scienziati, tecnici e militari. Un’ipotesi, questa, chiaramente ispirata al ruolo ricoperto dal Campo di Los Alamos (New Mexico) durante la Seconda Guerra Mondiale, sede del progetto Manhattan che portò alla costruzione dei primi ordigni nucleari. L’alone di segretezza e mistero che circondava la base era accresciuto dalla posizione isolata e difficilmente raggiungibile del luogo e soprattutto dal fatto che i militari potevano trascorrere anche molti mesi senza mostrarsi all’esterno del filo spinato che la delimitava, ma ciò era da attribuirsi alla totale autonomia ed autosufficienza della struttura. Fu solo quando la base aprì alcuni spazi al pubblico che molti giovani dalla città e dai paesi vicini si avventurano sul Monte Nardello per vederla da vicino, visitarla ed ascoltare la musica americana dal juke box insieme ai soldati.

 

Quello che resta oggi
La graduale dismissione della base di Nardello ebbe inizio a partire dalla seconda metà degli anni ‘80, quando i moderni e più affidabili mezzi di comunicazione sostituirono in parte le trasmissioni via radio e gli stessi presìdi difensivi della N.A.T.O. si spostarono progressivamente verso l’Europa dell’Est, allontanandosi dal Mediterraneo centrale. Alla cerimonia di commiato per la chiusura ufficiale della base U.S.A.F., avvenuta presso l’Hotel Centrale di Gambarie, furono presenti gli addetti alla base, il suo Direttore Pietro Iatì, alcuni ufficiali dell’esercito americano, il Sindaco di Santo Stefano ed i rappresentanti delle forze dell’ordine (Carabinieri della Compagnia di Villa San Giovanni, Guardie Forestali del Comando Stazione di Basilicò), per salutare una struttura carica di storia che cessava di esistere, un simbolo della Guerra Fredda in Aspromonte, che resterà soltanto un ricordo per gli americani e gli italiani che lì hanno lavorato per anni.
Nel 1993 la gestione dell’area venne trasferita al Ministero della Difesa italiano, cadendo in totale stato di abbandono. La fine dell’operatività della base americana segnò l’inizio di un lungo periodo di saccheggi, durante il quale i locali della struttura furono danneggiati e depredati senza alcun ritegno: quadri elettrici, infissi, rivestimenti, sistemi di illuminazione, sanitari rendendo la struttura inagibile e fortemente degradata. Diverse furono, negli anni, le proposte per un riutilizzo del sito, convertendolo ad altri scopi, ma ad oggi rimangono molto lontane dall’essere concretizzate. Tra le prime e più interessanti ricordiamo quella di restaurare la base, trasformandola nella sede polifunzionale-logistica dell’allora nascente “Parco Nazionale dell’Aspromonte”, fondato nel 1994. Negli anni successivi al 2000, la base è stata quasi completamente smantellata; a testimonianza del suo passato rimangono solo i basamenti in cemento delle antenne radio, i resti dei tralicci ed i ruderi degli edifici minori, come postazioni di guardia, torrette e containers. Questa misura si è resa necessaria al fine di bonificare l’area dai materiali inquinanti, come eternit e lana di roccia, che si stavano progressivamente disperdendo nell’ambiente circostante a causa del pessimo stato di conservazione in cui versava il sito. Un’altra e più recente proposta di destinazione dell’area è stata quella di costruirvi un osservatorio astronomico, vista la sua posizione privilegiata, lontana dalle fonti di inquinamento luminoso. Un’ipotesi che sarebbe auspicabile dato che l’Aspromonte è unanimemente riconosciuto per essere particolarmente adatto all’osservazione ed alla fotografia astronomica (vedi astrofotografo e Via Lattea da Montalto).

 

Foto di Roberto Lombi, Alfonso Picone Chiodo, Giuseppe Trovato e da Stretto Web