di Cosimo Sframeli

L’industria dei sequestri e il contesto storico
L’industria dei sequestri, negli anni ’70 e ’80, era un’impresa fiorente e spietata nella Locride. Decine di rapimenti, compiuti in Piemonte, Lombardia, Lazio e nella stessa provincia di Reggio Calabria, erano gestiti da poche cosche di San Luca e Platì. Era un affare da centinaia di miliardi, un’enorme accumulazione di capitali condotta in modo brutale e a costi bassissimi. Molte vittime venivano inghiottite per sempre dall’Aspromonte; altre restituite, ma segnate nel corpo e distrutte nell’anima. Intere famiglie di professionisti furono costrette all’esilio, altre lacerate e impoverite.
A fronteggiare questa macchina criminale, c’erano due sostituti procuratori, una Squadra di polizia giudiziaria composta da soli quattro militari, e poi i giovani sottufficiali e ufficiali dei Carabinieri nelle Stazioni e nelle Compagnie. Il volo degli elicotteri, il giorno dopo ogni sequestro, era spesso inutile. Si moltiplicavano il disinteresse generale, le ispezioni ministeriali basate su dossier anonimi e persino processi disciplinari e penali a carico di chi faceva il proprio dovere.
Ma l’anno 1985 era un anno importante per il brigadiere Carmine Tripodi. Il 14 maggio avrebbe compiuto 25 anni. Era l’anno in cui si sarebbe sposato con Luciana, quella ragazza mite e dolce che lo attendeva ogni sera per trascorrere con lui l’ora di cena, trasformando il loro amore in un’unione felice.

 

L’irruzione e l’arresto
Il 5 febbraio 1985, Tripodi aveva guidato il giudice istruttore di Napoli, dr. Guglielmo Palmeri, in un’ispezione dei luoghi. In quell’occasione, fornì preziose informazioni sulla proprietà degli ovili e il possesso dei pascoli nelle zone dove erano state scoperte le prigioni di un sequestrato. Ma la sera del 6 febbraio 1985, Luciana lo attese invano. Lungo la strada, a bordo della sua auto, appena fuori San Luca, il brigadiere trovò la morte. La sua reazione e l’esplosione di sei colpi dalla sua pistola d’ordinanza non servirono a nulla.
La decisione di ucciderlo, però, era stata presa molto tempo prima, in un giorno d’estate. Era l’8 luglio 1984. Tripodi, con un gruppetto dei suoi uomini, si era incamminato per i sentieri delle montagne come faceva spesso. Giunto in località Punta Casteglia, notò qualcosa di strano. I militari si acquattarono e, avvicinandosi a un ovile, interruppero una vera e propria riunione di una cosca. Nel gruppo di sette persone spiccava un latitante, colpito da un ordine di cattura per il sequestro dell’ingegnere napoletano Carlo De Feo, tenuto prigioniero in Aspromonte e liberato solo dietro il pagamento di un riscatto di oltre quattro miliardi di lire.
Per quel sequestro, Tripodi aveva dato un contributo prezioso: individuato otto rifugi del sequestrato, identificato persone e fornito l’organigramma delle cosche. Il giorno dell’irruzione, tutti e sette gli uomini furono arrestati per favoreggiamento, ma non rimasero a lungo in carcere. Alcuni, parenti del latitante, non erano punibili; gli altri sostennero di essersi incontrati per caso.

 

La vendetta e il sangue innocente
Non era frequente che i carabinieri sorprendessero sette esponenti di una cosca mafiosa in un ovile. La ‘ndrangheta capì subito che qualcuno li informava. La sorte di Giuseppe Giorgi, considerato un “infame”, era segnata. Sapeva troppo, addirittura del progetto di uccidere il brigadiere, e aveva fatto nomi appena messo alle strette dai Carabinieri.
Giorgi, malgrado il cognome, non era un rampollo di famiglie mafiose. Era un ragazzo normale, nato e cresciuto in un posto sbagliato. Mentre prestava servizio militare, era tornato a San Luca in convalescenza e il brigadiere Tripodi aveva dato parere favorevole per la proroga. Anche questo piccolo gesto venne notato in paese.
Così, il 31 dicembre, mentre i colpi di pistola e fucili risuonavano per festeggiare il nuovo anno, qualcuno sparò un colpo alla testa di Giorgi, che rimase sulla strada senza poter vedere l’anno nuovo.
Il 5 febbraio 1985, il brigadiere fece ancora una volta il suo dovere, in montagna con il giudice. Ma la sera del 6 febbraio, a soli 24 anni, non incontrò Luciana, ma i pallettoni dei fucili che spensero per sempre i suoi sogni e la sua vita.
Ai funerali, lo Stato fu rappresentato dal Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri. I procedimenti penali per l’omicidio di Giuseppe Giorgi e del brigadiere Carmine Tripodi si conclusero, purtroppo, senza condanne.

La memoria e il riconoscimento di un eroe
Il sacrificio di Carmine Tripodi non è stato dimenticato. Alla sua memoria, Medaglia d’Oro al Valor Militare, sono intitolate la caserma del comando dei Carabinieri di San Luca e la caserma dei carabinieri di Torre Orsaia, suo paese natale nel Cilento. Piazze e vie sono state dedicate a lui.
Sulla sua storia, Cosimo Sframeli e Francesca Parisi hanno scritto il libro “Un Carabiniere nella lotta alla ‘ndrangheta”, pubblicato nel 2011 da Falzea Editore, un importante lavoro di memoria storica che ricostruisce la vita e il coraggio di un uomo che ha pagato con la vita il suo impegno per la giustizia.

I vertici geodetici
Con il termine vertice geodetico (o vertice topografico o punto trigonometrico) si intende ciascuno dei vertici che va a formare una triangolazione, finalizzata ai calcoli accurati delle distanze che si effettuano in geodesia e topografia. Per tracciare una carta topografica è necessario, infatti, per prima cosa inquadrare il territorio interessato ricoprendolo con una fitta rete di punti, dei quali occorre conoscere le distanze reciproche con precisione centimetrica. Prima dell’avvento delle reti di satelliti artificiali, tale procedura preliminare era effettuata collegando tali punti secondo uno schema a maglie triangolari, detto appunto triangolazione. In genere, per la collocazione di tali vertici si scelgono punti ben visibili dalle zone circostanti ad esempio la cima di un monte o di una torre. Ogni vertice della rete geodetica è collocato ad una distanza opportuna dagli altri e la sua esatta posizione viene segnalata e materializzata da centrini o placche metalliche fissati direttamente sul terreno oppure posti su appositi manufatti in cemento o in metallo, quali colonne e pilastri, a base quadrangolare, rotonda o talvolta triangolare. Ogni punto geodetico individua, pertanto, una ben precisa posizione sulla superficie terrestre e le sue coordinate geografiche (latitudine e longitudine) e la relativa quota altimetrica sono note con estrema precisione. Essi sono fondamentali non soltanto per scopi di rilevamento cartografico e per la stesura di mappe e carte topografiche, ma anche per condurre misure ingegneristiche di precisione, per esempio per correlare rilievi ed elementi del territorio a precisi ed univoci sistemi di coordinate. Gli stessi vertici possono, inoltre, essere utilizzati per rilevare spostamenti del terreno e deformazioni di crosta, necessari all’interpretazione di eventi sismici o di dissesto geologico.

La Rete Geodetica Italiana ed il ruolo dell’Aspromonte
La costruzione della Rete Geodetica Italiana, a cura dell’Istituto Geografico Militare (IGM), iniziò con l’Unità d’Italia e si concluse nel 1919. Per rilevare e rappresentare l’Italia sono stati istituiti, posizionati e misurati oltre 20.000 vertici, disseminati su tutto il territorio nazionale, dalle Alpi, a Pantelleria, organizzati gerarchicamente in quattro ordini in base alla vastità dell’orizzonte dominato ed osservabile. I vertici del primo ordine sono circa 300 e sono dislocati tipicamente a 30-50 km l’uno dall’altro, ma in alcuni casi raggiungono anche i 100 km, come per quelli posti nelle isole. Essi costituiscono la rete geodetica fondamentale di inquadramento del territorio nazionale da cui discendono e dipendono tutti gli altri punti di ordine inferiore. I vertici del secondo ordine sono dislocati a partire dai centri dei triangoli del primo ordine, assunti come privi di errore; i due ordini successivi sono costituiti da ulteriori vertici e formano triangoli a partire dai vertici degli ordini superiori. I vertici dei primi due ordini sono contrassegnati da un basamento in calcestruzzo dotato di due centrini: uno collocato sulla sommità ed uno in profondità. L’intento è quello di renderli stabili, riconoscibili e durevoli nel tempo, inoltre il pilastro permette di installare adeguatamente eventuali strumenti per effettuare rilevamenti topografici. Il centrino profondo garantisce che il punto possa essere recuperato anche se la parte superiore venisse dispersa o danneggiata. I vertici dei due ordini inferiori, per ragioni analoghe, presentano un centrino al livello del terreno ed uno più profondo. Anche sulla cima dell’Aspromonte, il Montalto, sono presenti due punti trigonometrici: uno dell’IGM ben visibile salendo dal versante ovest, in quanto posto su un piccolo basamento in cemento (Fig 1) ed uno della Defense Mapping Agency (DMA) degli USA posto a livello del terreno sulla parte est della vetta (Fig 8).

 

Il vertice italiano dell’Istituto Geografico Militare
Il vertice IGM di Montalto appartiene alla rete geodetica italiana del primo ordine, essendo posizionato sul punto più alto e dominante del massiccio dell’Aspromonte. Nel volume “La Rosa dei Venti di Montalto” (1) edito nel 1994 dal Gruppo Escursionisti d’Aspromonte (GEA) si legge, tra l’altro, il fondamentale ruolo di Montalto nella geodesia italiana. Esso rappresenta, infatti, il vertice meridionale della rete geodetica peninsulare. Le prime tracce di questa poco nota funzione nazionale di Montalto si trovano negli archivi della Direzione Geodetica dell’IGM (Firenze) e risalgono al 1869, anno in cui risulta istituito il primo punto trigonometrico di Montalto. Si legge, infatti: “Montalto – Segnale in secco rivestito di muratura eretto sul monte così indicato sulle carte e ch’è la vetta più alta dell’Aspromonte, ove ha termine la catena dell’Appennino continentale”. Ma quel “segnale in secco”, un monumento tronco piramidale alto più di 6 metri (ricostruzione in fig 4), costruito per essere visibile da decine di chilometri, non è giunto ai nostri giorni. Non se ne conosce la ragione, ciò che è noto è che nel 1901, venne eretta la prima statua del Redentore di Montalto le cui vicende si intrecciarono con i vari capisaldi dell’IGM (Storia della statua del Redentore). La seconda testimonianza, è quella di un topografo dell’IGM che, nel 1906, segnala, a seguito di una ricognizione: “Segnale preesistente distrutto, essendo costruito al posto del pilastrino una statua dedicata al Redentore. Il segnale attuale è l’asse del monumento”. Successivamente, nel 1935 un ufficiale del Corpo d’Armata di Napoli conferma quella ricognizione scrivendo alla stazione Carabinieri di San Luca: “Sulla cima di Montalto, la più elevata del massiccio dell’Aspromonte, non v’è più traccia del segnale trigonometrico. Alla sommità del detto monte, dove presumibilmente doveva sorgere il segnale è stata eretta fin dal 1900 una grossa statua in bronzo del Redentore.” Nel 1937 un altro operatore dell’IGM, inviato in missione per misure di triangolazione, trova una situazione ancora cambiata e scrive: “Rintracciato il solo basamento di fondazione della statua del Redentore del 1906. Al centro della piattaforma è stato posto un centrino di fondo. Si è costruito quindi un pilastrino in cemento armato con centrino di superficie alla sommità”. Si tratta della materializzazione tutt’ora esistente e, insieme ad essa, l’operatore segnala: “A 19.56 m dal centro trigonometrico, esiste una nuova statua del Redentore, eretta posteriormente ed in un luogo diverso dalla precedente”.

Il vertice USA della Defense Mapping Agency
Perché un survey marker (punto trigonometrico) della DMA viene posto nel 1978 su Montalto? La DMA viene costituita dal Dipartimento della Difesa degli USA nel 1972, riunendo in un’unica organizzazione i servizi di mappatura, creazione di grafici, geodesia, oceanografia, idrografia, cartografia aeronautica e militare. Questa nuova organizzazione, per quasi un quarto di secolo, fino al 1996, ha svolto le funzioni di produzione e distribuzione a livello globale di mappe, grafici, dati di posizionamento e dati digitali per le operazioni militari. Per questa ragione i vertici trigonometrici della DMA sono stati distribuiti anche al di fuori degli USA e perfino in Aspromonte. Ricordiamo, inoltre, che in quegli anni era attiva la base USAF di Nardello, sita a pochi chilometri da Montalto ed oggi dismessa (storia della base). Nel 1996, la DMA è stata inglobata nella National Imagery and Mapping Agency (NIMA), che in seguito è diventata National Geospatial-Intelligence Agency (NGA).

 

La tutela dei punti trigonometrici
In Italia, danneggiare, spostare, rimuovere o rendere inservibile un punto trigonometrico è severamente vietato dalla Legge n° 1024 del 3 giugno 1935, che tutela oltre che i punti trigonometrici, anche i capisaldi di livellazione, i riferimenti geodetici, magnetici o gravimetrici installati dallo Stato sul territorio nazionale. Come nel caso del vertice IGM di Montalto tale Legge è spesso riportata sul centrino metallico (fig 7). Ciò purtroppo, non è servito a salvaguardarlo da un recente danneggiamento del pilastro sottostante, per fortuna tempestivamente riparato nel 2021 dai volontari dell’Associazione Amici di Montalto. Dal 1994 questo vertice è anche collegato alla rete globale dei satelliti GPS (Global Position System) e fa parte della nuova rete fondamentale italiana, determinata con metodologie satellitari e denominata IGM95. Dall’alto dei suoi 1955.92 m (quota sul livello del mare della sommità del pilastrino), Montalto svolge dal 1869 un ruolo importante e silenzioso: esso è insieme antico custode delle misure dei nostri avi e giovane testimone dei metodi della moderna geodesia e topografia. Segnaliamo, infine, sempre su Montalto, i resti di un plausibile e più antico punto trigonometrico che sono individuabili a pochi metri dal basamento dell’attuale statua del Redentore e di fronte ad essa (fig 10). Che siano i resti del primo vertice, istituito dall’IGM in quel lontano 1869?

NOTE:

  • La Rosa dei Venti di Montalto è un manufatto in pietra e bronzo, ricavato da un monoblocco di pietra di Lazzaro, pesante oltre 1200 kg. L’opera ideata e realizzata dal GEA, è opera di Antonio Casillo.