I Giganti di Acatti e Afreni: i monumentali pini aspromontani dopo il fuoco
di Simone Gatto
Una scintilla di troppo
Era l’anno 2021. Nel celebrare il lieto traguardo della mia laurea triennale in biotecnologie, tra le colline del reggino, la notte — fino a quel momento quieta — veniva lentamente turbata da un bagliore lontano. Sul versante opposto, un incendio avanzava lento e inesorabile, divorando il pendio sotto gli occhi dei presenti.
Dapprima lo stupore, poi la commozione, infine un’angoscia profonda, trasformatasi in consapevolezza: bisognava fare qualcosa di importante, al più presto. Mentre i festeggiamenti si consumavano, in quel contrasto stridente tra festa e rovina nasceva una vocazione difficile da ignorare. Un intreccio di emozioni e domande orientò la mia scelta verso un percorso di studi che mi permettesse di approfondire le dinamiche di interazione tra l’uomo ed il Sistema Terra, offrendo al contempo strumenti per comprendere i cambiamenti climatici in atto. Connettere tutti i punti della storia terrestre non è banale: ogni giorno nuovi tasselli si aggiungono al mosaico, intricando la narrazione e rendendo ancora più urgente la ricerca di soluzioni concrete, sostenibili e attuabili. Sospeso fra conoscenza e inquietudine per il futuro, lo studio, l’amore per la montagna e l’apprensione per il regno vegetale, sono collimate con la realizzazione dell’elaborato finale dedicato al tragico e devastante evento incendiario che, agli inizi di agosto del 2021, coinvolse gran parte del Parco Nazionale dell’Aspromonte in Calabria, ed in particolare colpì una delle specie più caratteristiche e vulnerabili del massiccio: il Pinus nigra subsp. laricio, comunemente noto come Pino laricio.
Pinus nigra J.F. Arnold subsp. laricio Palib. ex Maire
Il Pino laricio è una specie relitta presente in Italia in diverse regioni e trova la sua massima espansione in Calabria. L’area di studio è situata tra i comuni di San Luca e Samo nella provincia di Reggio Calabria, ove sono presenti i pini cosiddetti “Giganti di Acatti e Afreni”. Questi due lunghi crinali, antistanti il promontorio di Pietra Mazzulisà, sono stati per lungo tempo conosciuti solo da pochi appassionati come Alfonso Picone Chiodo e Francesco Bevilacqua, nonché dai pastori della zona. Solo negli ultimi anni, grazie a racconti e testimonianze che ne hanno restituito il valore, Acatti e Afreni sono entrati lentamente nell’immaginario collettivo come luoghi straordinari, custodi di una delle foreste più antiche e imponenti dell’Aspromonte. Sono foreste sorprendentemente particolari e allo stesso tempo misteriose: da un lato per la posizione geografica, la quale, in un certo senso, si distacca dalla raggiera del massiccio aspromontano, con un elevata pendenza e intervallo altimetrico (300 – 1500 mt.); dall’altro per le storie celate dietro ai toponimi. In questo contesto, si configura quindi un’area a sé stante, caratterizzata da peculiari condizioni paesaggistiche e biogeografiche. Il settore appare infatti come un ulteriore “raggio” che si sviluppa in maniera parzialmente indipendente dalla raggiera principale del massiccio aspromontano. Queste condizioni sembrano aver favorito la presenza del Pino nero laricio, che in quest’area ha trovato un ambiente relativamente protetto e idoneo alla sua conservazione. Proprio qui si trovano alcuni degli esemplari di Pino nero laricio più longevi e mastodontici dell’intero pianeta (molti dei quali oramai carbonizzati…).
Le osservazioni in campo e dallo Spazio
L’analisi condotta attraverso dati satellitari (Sentinel-2), strumenti come QGIS e indici di severità come il dNBR, ha restituito un quadro estremamente critico. La maggior parte dell’area di studio (grafico 0) è stata interessata dal passaggio del fuoco, con una distribuzione eterogenea degli effetti: porzioni di territorio hanno subito danni contenuti, mentre altre sono state completamente compromesse da incendi ad alta severità. (grafici 1 e 2).
Come evidente nei grafici di riferimento (grafici 2 e 3), la componente più significativa è rappresentata dalle classi di severità moderata e alta, a conferma della violenza dell’evento che si è consumata in poco più di una settimana.
Le conseguenze dell’incendio risultano particolarmente marcate nelle foreste di Pino laricio (grafici n. 3, 4 e 5, codici 42.65 e 42.67 del Corine Biotopes Code), che hanno subito un elevata compromissione della loro estensione (grafico 5). I rilievi fitosociologici (1991-2025 grafici 6, 7 e 8) mostrano inoltre una rigenerazione naturale estremamente limitata del pino e del suo habitat. Al suo posto, si osserva l’insediamento di comunità vegetali più semplici, dominate da specie erbacee e arbustive pioniere, spesso non tipiche di questi ambienti forestali. Si tratta di un chiaro segnale di regressione verso stadi successionali iniziali, che mette in discussione la capacità del sistema di ritornare spontaneamente alla condizione originaria.
Un lieto fine?
In Calabria, il rapporto tra uomo e ambiente è da sempre complesso. Gli incendi ripetuti, l’abbandono della terra, le azioni dell’uomo e l’innalzamento delle temperature globali continuano a mettere sotto pressione ecosistemi fragili, spesso oltre la loro capacità di resistenza. Suoli esposti a seguito della perdita di copertura forestale, la diminuzione della fauna, sono tutti fenomeni che espongono il territorio a erosione e instabilità ecosistemica. Eppure, proprio osservando da vicino questi territori feriti, emerge una verità meno evidente: gli ecosistemi sono straordinariamente resilienti. Anche dopo eventi estremi, la vita trova il modo di riemergere, di adattarsi e di ricominciare. Questo non significa che tutto si risolva da sé. Al contrario, è proprio qui che entra in gioco il ruolo dell’uomo, un alleato consapevole. Interventi mirati, come ad esempio il riposizionamento dei tronchi bruciati lungo le curve di livello, approfondito dagli studi di Giuseppe Bombino, professore di Idraulica agraria e sistemazioni idraulico-forestali al Dipartimento di Agraria dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, dimostrano come sia possibile accompagnare le dinamiche ecologiche con processi naturali e senza forzature, creando le condizioni per una lenta ma concreta ripresa.
In un tempo in cui le crisi ambientali sembrano moltiplicarsi, immaginare un esito positivo non è un atto ingenuo, ma necessario. Perché un lieto fine, in questi contesti, non è qualcosa di garantito: è qualcosa che va costruito.
E forse è proprio da qui che bisogna partire di nuovo — dalla capacità di immaginare che sia possibile garantire un lieto fine e dalla voglia di affermarlo con forza. Perché anche se il fuoco continuerà ad ardere e a cancellare paesaggi, anche se gli equilibri resteranno fragili e gli animi sensibili, le foreste conserveranno sempre la possibilità di rinascere.
E noi, se lo vorremo, potremo ancora scegliere di esserci.
Si ringrazia il dottore forestale Francesco Manti per la concessione delle foto realizzate col drone.
Articolo del 2004 sui Giganti di Acatti



























Lascia un Commento
Vuoi partecipare alla discussione?Sentitevi liberi di contribuire!