L’Aspromonte dopo il fuoco: quando i boschi feriti diventano laboratorio di rinascita

C’è un momento, dopo il passaggio del fuoco, in cui il silenzio dei boschi dell’Aspromonte sembra definitivo. I tronchi anneriti, le pendici spoglie, l’odore acre che resta sospeso nell’aria raccontano una ferita profonda, impressa nel paesaggio e nella memoria delle comunità locali. È quanto accaduto nell’estate del 2021, quando vasti incendi hanno colpito il massiccio aspromontano, bruciando oltre 14.800 ettari di territorio, di cui circa 5.600 all’interno del Parco Nazionale dell’Aspromonte. Una catastrofe ambientale che ha messo a nudo la fragilità di un ecosistema complesso, tipicamente mediterraneo, esposto a fenomeni di erosione e dissesto idrogeologico.
Proprio da questi luoghi feriti, e in particolare dalle aree boschive di Roccaforte del Greco e del Monte Scafi, ha preso avvio un’esperienza che trasforma la devastazione in occasione di conoscenza. Docenti e studenti del Dipartimento di Agraria dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria sono entrati nei boschi bruciati non solo per osservare i danni, ma per studiare soluzioni concrete, scientificamente fondate e replicabili nel tempo.

 

Studenti e ricercatori sul campo: una “task force” per il territorio
La prima uscita tra i boschi incendiati ha segnato l’inizio di un progetto interdisciplinare che coinvolge competenze diverse: selvicoltura, botanica, entomologia, rilievo del territorio. Guidati dal professor Giuseppe Bombino, già presidente dell’Ente Parco Nazionale dell’Aspromonte, docenti, ricercatori e studenti hanno trasformato il sopralluogo in un vero e proprio laboratorio a cielo aperto.
L’obiettivo è chiaro: capire come intervenire dopo un incendio evitando soluzioni invasive o costose, facendo invece tesoro di ciò che il bosco stesso offre. I tronchi bruciati e abbattuti, spesso considerati solo un rifiuto da rimuovere, diventano così una risorsa preziosa. Posizionati e immobilizzati lungo le curve di livello dei versanti, questi tronchi possono svolgere una funzione di barriera naturale contro l’erosione, rallentando il deflusso delle acque piovane e riducendo la perdita di suolo.

 

Quando la scienza osserva la natura che reagisce
La ricerca, finanziata anche attraverso risorse del PNRR e inserita in progetti di rilevanza scientifica come “TECH4YOU”, ha permesso di analizzare in dettaglio la risposta del suolo e della vegetazione dopo l’incendio. Vi collabora Calabria Verde della Regione Calabria e la coop. “Tutela dell’Aspromonte” di Condofuri.  Le indagini, condotte su parcelle sperimentali con pendenze significative, hanno confrontato tre situazioni: bosco bruciato con tronchi sistemati lungo le curve di livello, bosco bruciato con tronchi lasciati a terra in modo casuale e bosco non incendiato.
I risultati mostrano come l’utilizzo consapevole dei tronchi bruciati, combinato con l’insediamento spontaneo di vegetazione pioniera erbacea e arbustiva, riduca in modo significativo il deflusso superficiale e la produzione di sedimenti, con una diminuzione di circa il 30%. In poche settimane, dietro queste barriere naturali, il suolo ricomincia a trattenere umidità e a creare microambienti favorevoli alla vita.
Queste piante “pioniere”, pur avendo cicli di vita brevi, svolgono un ruolo fondamentale: preparano il terreno, migliorano le condizioni microclimatiche e favoriscono, nel medio periodo, la rinnovazione naturale delle specie forestali, come nel caso delle pinete mediterranee studiate in Aspromonte.

 

Un bosco che insegna a non arrendersi
L’approccio promosso dal Dipartimento di Agraria non si limita alla mitigazione immediata dei danni. L’esperienza aspromontana dimostra come la ricerca scientifica, quando dialoga con il territorio, possa trasformare una tragedia ambientale in un’opportunità di crescita collettiva. I boschi bruciati diventano luoghi di apprendimento per gli studenti, campi di sperimentazione per i ricercatori e, soprattutto, simboli di una resilienza possibile.
L’Aspromonte, ancora una volta, si rivela non solo un serbatoio di biodiversità, ma anche un laboratorio naturale dove osservare i delicati equilibri tra uomo, fuoco e foresta. Un territorio che, pur segnato dalle fiamme, continua a insegnare che la cura della natura passa dalla conoscenza profonda dei suoi processi e dalla capacità di accompagnarli, senza forzarli.

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