Geodiversità, patrimonio geologico e geositi: facciamo un po’ di chiarezza
La geodiversità (geodiversity) è il fondamento del paesaggio terrestre e comprende l’insieme delle caratteristiche geologiche, geomorfologiche, pedologiche e idrologiche di un territorio.
Nell’800 alcuni studiosi avevano compreso l’interconnessione tra geologia, clima e vita, anticipando il concetto di geodiversità come parte integrante della diversità naturale. Il termine venne però introdotto un secolo dopo, negli anni ’90, per enfatizzare il ruolo degli elementi geologici di un territorio, siano essi in situ (come strutture geologiche e affioramenti) o ex situ (come minerali, fossili e rocce di interesse anche museale), ricomprendendo anche i processi naturali che hanno modellato il pianeta nel corso del tempo. Il termine non si limita a descrivere la diversità geologica, ma include anche il valore economico, sociale, culturale e ambientale degli elementi geologici, fondamentali per la comprensione della storia naturale di un’area.
È fondamentalmente un concetto “neutro”, generico, analogo alla biodiversità per il regno vivente, ma che non esprime nulla di più degli elementi geologici che costituiscono la superficie terrestre: l’inventario geologico di base. Se si volesse fare un’analogia ipotizzando l’esistenza di una biblioteca universale, si può dire che la geodiversità della Terra è l’equivalente di tutti i volumi contenuti nella biblioteca universale senza ulteriore specificazione.
Il patrimonio geologico (geoheritage) comprende l’insieme di geositi e altri elementi di valore geologico che, oltre a essere importanti dal punto di vista scientifico, culturale e educativo, sono anche un richiamo per il turismo. La protezione di questo patrimonio è fondamentale non solo per salvaguardare la storia della Terra, ma anche per garantire che le generazioni future possano continuare a esplorare e comprendere il nostro passato geologico.
Questo patrimonio include elementi come rocce, minerali, fossili, forme del paesaggio, suoli e processi geologici che raccontano la storia della Terra e contribuiscono alla formazione degli ecosistemi e delle culture umane. Il patrimonio geologico, quindi, è quella parte della geodiversità, non rinnovabile — perlomeno alla scala dei tempi umana — che ha un valore che può essere:
- scientifico, perché fornisce dati essenziali per comprendere la storia della Terra, i cambiamenti climatici e l’evoluzione della vita;
- culturale e del paesaggio, contribuisce all’identità culturale di un territorio e attira turismo, grazie a paesaggi spettacolari o siti unici;
- educativo, è una risorsa fondamentale per l’insegnamento delle scienze della Terra;
- economico, contiene le risorse geologiche che sono alla base di molte attività industriali e produttive.
Riprendendo l’analogia con una biblioteca, il patrimonio geologico può essere quindi equiparato ai volumi rari, quelli introvabili, prime edizioni di volumi, magari manoscritti, che rappresentano l’evoluzione del pensiero umano o che, comunque, hanno avuto un impatto significativo sulla cultura dei popoli. Questi volumi devono essere salvaguardati, protetti e trasferiti alle generazioni future: la loro perdita sarebbe un danno per l’umanità intera.
Passiamo infine ai geositi, che sono l’espressione puntuale del patrimonio geologico: luoghi geologicamente rilevanti, delimitabili su una mappa, che contengono elementi unici per comprendere la storia della Terra e che possiedono un valore scientifico, educativo, culturale o estetico eccezionale, tale da renderli degni di conservazione per le generazioni future. Possono essere affioramenti rocciosi, magari contenenti fossili ben conservati, formazioni naturali come grotte o cascate, oppure fenomeni geologici rari e significativi. Questi luoghi rappresentano vere e proprie “finestre” attraverso le quali possiamo osservare e studiare i processi che hanno modellato il nostro pianeta.
Nella biblioteca universale i geositi diventano l’equivalente dei volumi che vengono conservati gelosamente in luoghi accessibili a pochi, quelli di una rarità assoluta, visionabili solo con particolari accorgimenti, o i volumi esposti al pubblico protetti da teche di vetro per preservarli da contatti che potrebbero metterli a rischio.
I geositi sono molto più di semplici paesaggi rocciosi o curiosità naturali: sono archivi fondamentali della memoria del nostro pianeta, pagine aperte del grande libro della Terra che raccontano storie di ere passate, di cataclismi, di lenti mutamenti e di vita antica. Pensiamo ai geositi come ai monumenti che compongono il patrimonio culturale di una nazione: ogni affioramento fossilifero, ogni gola nella quale è visibile una successione stratigrafica, ogni cono vulcanico o spiaggia ciottolosa è un monumento alla storia naturale. La loro importanza è multiforme e cruciale. Dal punto di vista scientifico, sono irreplicabili banche dati: la sequenza di rocce in una scogliera può custodire la prova di un’estinzione di massa, mentre una serie di impronte fossili può svelare il comportamento di dinosauri scomparsi milioni di anni fa. Sono aule all’aperto insostituibili per l’educazione, dove concetti complessi come la tettonica delle placche o l’erosione glaciale diventano tangibili e comprensibili. Hanno un profondo valore culturale, poiché spesso modellano l’identità di un territorio, ispirano leggende e determinano l’ubicazione di insediamenti umani e lo sviluppo di attività tradizionali.
Tuttavia, questi tesori sono fragili e non rinnovabili. Una cava, un’opera infrastrutturale invasiva, il collezionismo indiscriminato o semplicemente l’incuria e l’ignoranza possono cancellare in un attimo testimonianze formate in milioni di anni. Proteggere i geositi non è quindi un optional, ma un imperativo scientifico e culturale. La strada da percorrere è chiara: prima occorre conoscerli, attraverso un lavoro sistematico di studio e catalogazione che porti alla creazione di catasti regionali e nazionali. Successivamente bisogna valutarne il grado di importanza, classificandoli per stabilire priorità di tutela. Fondamentale è quindi integrarli nella pianificazione territoriale, dotandoli di strumenti di protezione giuridica adeguati. Infine, e non meno importante, va attuata una valorizzazione intelligente, che passi attraverso una comunicazione accattivante, sentieri tematici, cartellonistica e l’istituzione di Geoparchi, come quelli calabresi dell’Aspromonte e del Pollino, veri e propri laboratori di sviluppo sostenibile riconosciuti dall’UNESCO.
Da quanto esposto emerge con chiarezza che non tutte le geodiversità di un territorio possono essere automaticamente elevate al rango di geosito, così come non tutti i geositi riconosciuti possiedono la medesima importanza o valore, essendo questi classificati in base alla loro rilevanza scientifica, didattica, estetica o culturale su scale che vanno da quella locale a quella internazionale. È fondamentale mantenere questa distinzione per evitare l’equivoco, frequente in una percezione puramente estetica del paesaggio, di definire geosito qualsiasi formazione geologica che appaia suggestiva per la sua forma inconsueta, il suo colore vivido o qualche altro aspetto spettacolare ma non sufficiente ai fini di una designazione come geosito. Questa, infatti, è il risultato di una valutazione scientifica rigorosa che valuta criteri quali l’unicità, l’esemplarità di un processo, la completezza della documentazione di un evento geologico passato, l’immediata leggibilità dei fenomeni, la rarità e l’integrità del sito. Senza questi criteri oggettivi, si rischia di banalizzare il concetto stesso di patrimonio geologico, disperdendo gli sforzi di tutela e pianificazione verso elementi privi di reale significato per la comprensione della storia della Terra, confondendo la spettacolarità superficiale con l’autentico valore scientifico e culturale che trasforma un semplice affioramento in una pagina fondamentale della storia della Terra.
A livello nazionale, dal 2002, le politiche di gestione e tutela del patrimonio geologico sono coordinate tramite l’Inventario Nazionale dei Geositi, un progetto dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA). Questo strumento è stato avviato con lo scopo di realizzare un censimento sistematico dei luoghi di interesse geologico e geomorfologico, creando così una base conoscitiva essenziale per la pianificazione territoriale e la salvaguardia del paesaggio e dell’ambiente. L’inventario, accessibile al pubblico attraverso un Geodatabase on line, raccoglie attualmente circa 2000 geositi distribuiti in tutto il Paese. Questo database è dinamico e in costante aggiornamento, poiché il lavoro procede sia con l’inserimento di nuove segnalazioni, derivanti inizialmente dalla letteratura scientifica, sia con attività di verifica in situ, che possono portare alla revisione o persino alla rimozione dei siti già catalogati qualora le informazioni originarie non siano più confermate.
La Regione Calabria, a oggi, ha ottenuto il riconoscimento di 62 geositi tra quelli di interesse internazionale, nazionale, regionale e locale (fig. 1).
Due sono i geositi di interesse internazionale:
- i Diapiri salini di Zinga, situati nel comune di Casabona (KR). Quest’ultimo costituisce una testimonianza diretta di un evento catastrofico nell’evoluzione del Mediterraneo, verificatosi tra 6 e 5 milioni di anni fa e noto come “Crisi di Salinità del Mediterraneo”. L’evento, determinato dalla chiusura dello stretto di Gibilterra, provocò l’isolamento del bacino marino e l’evaporazione di consistenti masse d’acqua, portando alla deposizione di estese formazioni di rocce evaporitiche, tra le quali spiccano imponenti lenti di salgemma, appunto i diapiri del crotonese (fig. 2).
- la Grotta del Romito, nel comune di Papasidero (CS), considerata uno dei più importanti siti in grotta del Paleolitico italiano (fig.3);
Nella provincia di Reggio Calabria i geositi ufficialmente riconosciuti, secondo i criteri ufficiali del database gestito da ISPRA, sono 12, 7 dei quali ricadenti all’interno del Parco Nazionale dell’Aspromonte (figura 4).
L’ultimo geosito di interesse regionale censito nella provincia di Reggio Calabria è quello denominato “A petra virdi”, ricadente nel comune di Montebello Jonico, il cui riconoscimento ufficiale è giunto il 16 gennaio 2026.
Bibliografia
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