Preti antimafia per un Aspromonte libero

di Cosimo Sframeli

Smascherare mafia, camorra e ’ndrangheta, respingere la perversa industria dei sequestri di persona, arginare l’avanzata della droga: fu questo l’impegno assunto dalla Chiesa italiana, con i suoi vescovi in prima linea, per fronteggiare alcuni dei mali più gravi del Paese. Lo ricordò con forza il presidente della Conferenza Episcopale Italiana, cardinale Ugo Poletti, nella prolusione che aprì i lavori del Consiglio permanente dei vescovi. Il dilagare della violenza, in forme sempre più insidiose e sconcertanti, rischiava infatti di minare in profondità la convivenza civile. Accanto ai consueti fenomeni legati ai vizi e alle distorsioni della natura umana, impressionava l’aumento dell’industria dei sequestri di persona a scopo di estorsione: una pratica crudele che colpiva senza pietà le fasce più fragili della popolazione — donne, bambini, anziani — sottoposti a ricatti abominevoli.
Il bisogno di Dio e di libertà era fortemente avvertito dalla gente dei paesi dell’Aspromonte, vittime e testimoni dell’oppressione mafiosa.
Tra coloro che con più coraggio incarnarono la resistenza morale alla ’ndrangheta vi fu don Italo Calabrò. Nato a Reggio Calabria e scomparso il 16 giugno 1990 a 65 anni, dopo una lunga malattia, fu tra i primi sacerdoti calabresi a esporsi apertamente contro la criminalità organizzata. Prima di diventare vicario generale della diocesi di Reggio Calabria, incarico che ricoprì fino al 1983, fu vicepresidente della Caritas italiana e ispettore per l’Italia meridionale dell’insegnamento religioso. Si dedicò agli ultimi: persone con disabilità, malati psichici, tossicodipendenti, bambini e anziani abbandonati creando la Piccola Opera Papa Giovanni.
Don Italo, insieme all’arcivescovo di Reggio Calabria Aurelio Sorrentino, fu tra gli ispiratori del documento con cui la Chiesa calabrese denunciò con fermezza le piaghe prodotte dalla criminalità organizzata: omicidi, sequestri, estorsioni, minacce, infiltrazioni nella vita sociale e clientelismi diffusi. Le cosche attuavano una sistematica campagna di intimidazioni contro i sacerdoti, incendiando automobili e inviando lettere o telefonate anonime.
Il suo impegno nel contrasto alla ’ndrangheta si svolse in un clima di crescente intimidazione verso il clero calabrese. Due sacerdoti furono uccisi: don Salvatore Esposito, parroco di Cirella, e don Giuseppe Giovinazzo, parroco di Portigliola e economo del Santuario di Polsi.

 

L’omicidio di don Giovinazzo, che scosse profondamente la Chiesa e l’intera comunità, rimane ancora oggi senza colpevoli. A lungo si ritenne che fosse collegato al sequestro di Cesare Casella: la madre del ragazzo, in visita nella Locride, si recò infatti anche a Polsi e affidò a don Giuseppe la sua angoscia e la speranza di riabbracciare il figlio. Si ipotizzò che il sacerdote avesse tentato un contatto con i rapitori, pagando con la vita questo gesto di umanità. I magistrati non riuscirono a identificare i responsabili. A don Giovinazzo sono dedicati un busto di marmo davanti al Santuario della Madonna della Montagna e una targa nel luogo dell’agguato.
Tra le intimidazioni più inquietanti vi furono i colpi di fucile caricati a pallettoni contro il portone della curia del vescovo di Locri, mons. Antonio Ciliberti.
Mons. Ciliberti, più volte minacciato, continuò a operare con determinazione, pur viaggiando sotto scorta. Diceva spesso:
“Noi, davanti a queste minacce, andiamo avanti serenamente. E anche se avessimo paura, siamo tenuti a restare al nostro posto.”
E confessava, con amarezza:
“Lo sconforto arriva quando ci si sente incapaci di dare una risposta alle attese della gente. Possibile che non si riesca a offrire lavoro? La disoccupazione giovanile è terreno fertile per le cosche.”
Sul crocifisso di Zillastro — colpito anch’esso da una lupara che lo ferì al fianco sinistro — le fiammelle delle candele illuminavano un simbolo ferito ma non piegato. Sui Piani dello Zillastro, grande spianata dell’Aspromonte, nel 1990 si ritrovò idealmente tutta l’Italia che aveva sofferto per le catene dell’Anonima sequestri.

 

Da questi paesi martoriati nacque la manifestazione “Nord e Sud insieme per spezzare le catene”. Cinquemila persone si raccolsero in preghiera nella radura circondata dai faggi, spartiacque tra Ionio e Tirreno, insieme a oltre cinquanta gonfaloni dei comuni aspromontani.
Durante la messa, mons. Ciliberti non risparmiò critiche allo Stato, incapace — nonostante i segnali positivi — di avviare una vera azione di contrasto:
“Il sequestro di persona è il peggiore dei delitti: lo è per la vittima, per la famiglia, per la comunità intera. Quando un nostro fratello è in catene, tutti noi siamo prigionieri con lui. E lo è soprattutto per chi lo compie, perché con cinismo satanico infligge un dolore immenso in cambio di denaro. Ai sequestratori rivolgo ancora l’appello a ritrovare la dignità umana, restituendo la libertà a chi ne ha diritto inviolabile. Così ritroveranno anche la propria liberazione.”

Fonti

  • Don Italo Calabrò Un prete di fronte alla ‘ndrangheta a cura di Domenico Nasone e Luigi Ciotti, Rubbettino 2007
  • Renzo Agasso, Don Italo Calabrò. Nessuno escluso mai! Paoline Editoriale Libri, 2010
  • Antonino Iannò, Quando un uomo vale Don Italo Calabrò profeta di speranza, Rubbettino 2015
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