«Supra li munti, supra sta vetta…»

dell’Archimandrita Benedetto Colucci

Supra li munti, supra sta vetta c’è na Mamma che a tutti spetta e li soi figli so puntuali ogni annu la vannu a truvari…

 

Ci sono luoghi che non si visitano. Si raggiungono. E ci sono santuari che non appartengono soltanto alla geografia, ma all’identità di un popolo.
Ieri, per la sesta volta, sono salito a piedi al Santuario della Madonna della Montagna di Polsi. Era la prima volta dopo la sua riapertura e il mio primo pellegrinaggio interamente a piedi partendo da Montalto. Camminare verso Polsi significa lasciare che la montagna detti il ritmo del cuore:
ogni passo diventa preghiera,
ogni salita una piccola rinuncia,
ogni silenzio una parola che Dio pronuncia nell’anima.
Sono un monaco greco-ortodosso. Servo il monastero dei Santi Elia e Filarete in Seminara. Sono nato nel Salento, cresciuto tra le memorie del monastero italogreco di San Nicola di Casole presso Otranto. Per questo, arrivare a Polsi significa ritrovare una casa antica, una casa che continua ancora oggi a parlare la lingua dei Padri.
Pochi ricordano che Polsi fu uno dei grandi monasteri del monachesimo italogreco. Nel 1457 l’archimandrita Atanasio Chalkéopoulos trovò una comunità fiorente guidata dall’igumeno Gerasimo di Briatico, proveniente proprio dal monastero di San Filareto di Seminara. Seminara e Polsi respiravano la stessa fede, pregavano con la stessa liturgia e custodivano la stessa lingua.
I monaci parlavano greco con tale naturalezza che altri religiosi salivano a Polsi per impararlo. La biblioteca custodiva quarantanove codici. Non erano semplicemente libri, ma memoria viva della Chiesa. Mentre salivo verso il Santuario, pensavo che alcuni di quei volumi avevano attraversato secoli, città, mani e obbedienze, fino a giungere a noi come voci riaffiorate dalla pergamena.
Uno di essi mi è particolarmente caro. Sull’ultimo foglio dell’attuale Par. gr. 106, un Tetravangelo pergamenaceo della seconda metà del XIII secolo, una mano del secolo successivo scrisse: «Questo libro appartiene al fratello Romano, monaco misero del monastero di Santa Maria di Polsi, casale di Bovalino, eparchia di Calabria» (fig. 6). Il codice era stato copiato da Nicola, amanuense salentino originario di Oria e operante a Messina; l’iscrizione di possesso, invece, appartiene al monaco Romano di Polsi, eletto tra il 1376 e il 1377 archimandrita di Santa Maria di Terreti. Da salentino, cresciuto tra le memorie di Casole e oggi monaco in Calabria, non riesco a leggere quelle parole senza avvertire un piccolo sussulto: prima ancora che io salissi a Polsi, un altro figlio della mia terra aveva già lasciato lì la propria scrittura.
Altri fogli sembrano restituire non soltanto il nome di un monaco, ma la voce stessa della comunità. Nel Reg. gr. Pii II 30, un Triodio e Pentecostario del XII secolo vergato nel cosiddetto «stile di Reggio», una mano del pieno Trecento annotò al foglio 196r: «Questo libro appartiene alla Santissima Madre di Dio di Polsi» (fig. 7). Più avanti, al foglio 401, l’affetto per quel patrimonio si fece ammonimento: «Questo libro è del monastero della Madre di Dio di Polsi. Se qualche uomo volesse rubarlo allo stesso monastero, abbia la condanna dei 318 santi Padri e la sorte di Giuda traditore» (fig. 8). La formula può sembrarci aspra; eppure, dietro quella severità, si intravede l’amore di uomini che sapevano che perdere un libro significava perdere una parte della propria anima, della propria preghiera e della memoria del proprio popolo.
Poi, sul margine di un altro codice, affiora finalmente una voce in prima persona. Nel Barb. gr. 475, oggi conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, si legge la firma: «Io, fratello Barnaba, monaco del monastero della Madre di Dio di Polsi» (fig. 9). Anche questo manoscritto aveva compiuto un lungo pellegrinaggio. Fu vergato ad Oppido nella seconda metà del XII secolo e parzialmente trascritto da Giovanni, che si definisce αβρότιμος, «peccatore», e che concluse il proprio lavoro il 1° aprile 1174 per incarico del sacerdote greco Giovanni Logaras della cattedrale di Oppido. Negli anni Trenta del Trecento donna Ventura, moglie di un certo Nicola, sacerdote della Grande Chiesa di Oppido, lo vendette a Marco, egumeno di San Giorgio in Bovalino. Soltanto tra il XV e il XVI secolo il codice risulta finalmente nelle mani di Barnaba, monaco di Santa Maria di Polsi. Un libro passato di mano in mano, di monastero in monastero, fino a trovare riposo ai piedi della Madre della Montagna.

 

Quei manoscritti, allora, non mi apparivano più come reperti muti. Custodivano nomi, percorsi, paure, obbedienze; e sembravano attendere che qualcuno tornasse a pronunciarli. Dinanzi alla venerabile effigie della Santissima Vergine della Montagna ho avuto il dono di celebrare nel Santuario la Presvìa, o Paraclisis, la solenne supplica alla Madre di Dio propria della tradizione liturgica italo-bizantina. Mentre pronunciavo quelle antiche invocazioni pensavo a Gerasimo, a Nicodemo, ad Atanasio, a Romano, a Barnaba. Le stesse montagne. La stessa Madre. La stessa lingua. La stessa fede. Per un istante mi è sembrato che il tempo si fosse ricucito.
In quel momento è riaffiorato anche un ricordo personale. La Provvidenza ha voluto che fossi ordinato sacerdote il 14 settembre, nel giorno dell’Esaltazione della Santa e Vivificante Croce. Anche Polsi custodisce da secoli una profonda devozione alla Croce. La montagna della Madre conduce sempre al mistero del Figlio crocifisso. Prima della vetta viene la salita. Prima della gioia, la fatica. Prima della Risurrezione, la Croce.
Il mio cuore monastico è nato sul Monte Athos. Nell’immagine che accompagna queste righe la Santissima Madre di Dio è raffigurata come Abadessa della Santa Montagna: tiene in mano il bastone pastorale, segno della sua guida materna, mentre ai suoi piedi si raccolgono la vetta dell’Athos, alta 2.033 metri, e i venti monasteri sovrani della penisola (fig. 10). Per la tradizione athonita è Lei l’unica vera Igumena; per questo l’Athos è chiamato da secoli il «Giardino della Madre di Dio». Il monachesimo cenobitico vi ricevette il suo impulso decisivo con sant’Atanasio l’Athonita, fondatore nel 963 della Grande Lavra, e tra i suoi discepoli la tradizione ricorda anche san Niceforo il Nudo, monaco originario della Calabria: un segno discreto, ma luminoso, del legame antico tra il monachesimo italogreco e la Santa Montagna.
Con il tempo ho scoperto che anche l’Aspromonte parla lo stesso linguaggio spirituale. Osservando dall’alto il Santuario di Polsi, raccolto nel cuore delle montagne, è difficile non pensare ai cenobi athoniti: monasteri incastonati tra le vette, lontani dal frastuono del mondo, dove la montagna diventa scuola di silenzio, di preghiera e di comunione con Dio. Da Seminara, nelle notti limpide o all’alba, quando il mio sguardo incontra la cima di Montalto, il pensiero sale spontaneamente verso Polsi. Mi piace immaginare che la Madonna della Montagna continui a vegliare sui suoi monaci come la Panaghia veglia sulla Santa Montagna. Due montagne. Una in Oriente, una in Occidente. Una sola Madre.
Ma ieri la montagna mi ha ricordato anche un’altra verità: nessun cammino autentico si compie veramente da soli. La parola greca σύνοδος — synodos — custodisce proprio l’immagine del camminare insieme, dell’incontrarsi sulla stessa via. Prima ancora di indicare un’assemblea, essa evoca uomini che condividono una strada, una direzione, una speranza.
Nel pellegrinaggio i compagni non sono semplicemente persone che procedono accanto a noi. Sono coloro che attendono quando il passo si fa lento, che incoraggiano senza umiliare, che offrono acqua, silenzio o una parola nel momento giusto. Talvolta siamo noi a sostenere gli altri; talvolta dobbiamo avere l’umiltà di lasciarci sostenere.
Ma camminare insieme significa anche condividere ciò che ciascuno porta con sé: una conoscenza, un ricordo, una storia ascoltata dagli anziani, il nome di un luogo, la memoria di una tradizione, una pagina letta molti anni prima. Lungo il sentiero, le conoscenze non rimangono un possesso individuale, ma diventano dono. Uno racconta, l’altro ascolta; uno ricorda ciò che il tempo rischiava di cancellare, l’altro lo custodisce e lo trasmette. Così il sapere diventa comunione e la memoria di un popolo continua a camminare sulle gambe dei suoi figli.
È questa, forse, una delle immagini più vere della Chiesa: non una folla di individui che cercano Dio ciascuno per proprio conto, ma un popolo in cammino, nel quale ognuno consegna agli altri ciò che ha ricevuto. La fatica dell’uno diventa responsabilità di tutti, la conoscenza dell’uno diventa ricchezza comune e la gioia della meta non può essere piena finché manca anche un solo fratello.
La salita verso Polsi è stata intensa anche per questo: perché condivisa. I volti, le soste, la stanchezza, le risate, i racconti e perfino i silenzi sono diventati parte della preghiera. Ho compreso ancora una volta che Dio ci conduce verso di sé anche attraverso coloro che pone sulla nostra strada. Abbiamo bisogno di compagni di cammino, perché vi sono sentieri che il cuore non avrebbe il coraggio di percorrere e verità che non saprebbe riconoscere, se non sentisse accanto a sé il passo fedele e la voce fraterna di qualcuno.
Scendendo verso valle ho compreso che ogni pellegrinaggio nasce quando ci accorgiamo di avere bisogno di una terra ferma. Ci si mette in cammino e, lungo la strada, si scopre che il vero pellegrinaggio non conduce semplicemente a un santuario: conduce all’uomo nuovo che Dio desidera far nascere dentro di noi.
Pensiamo di attraversare una montagna. In realtà è la montagna che attraversa noi. Pensiamo di andare incontro alla Madre. E scopriamo che è Lei ad averci preceduti lungo tutto il cammino.
La grazia è come i fiori dell’Aspromonte. Non sboccia quando lo decide l’uomo. Fiorisce quando arriva il tempo di Dio.
Santa Maria della Montagna continua a custodire questa terra, il suo antico monachesimo e tutti coloro che, ancora oggi, cercano Dio percorrendo gli antichi sentieri dei nostri padri.
“Θεοτόκε, ο κόσμος εις σε ελπίζει και προς σε καταφεύγει εν ταις ανάγκαις ημών ”
«O Madre di Dio, il mondo in te spera e a te ricorre nelle sue necessità» (dalla supplica italogreca alla Madre di Dio, manoscritto bovense).

Note
Per la visita del 1457 e il patrimonio monastico e librario di Polsi, cfr. S. Lucà, «Sul monastero di S. Maria di Polsi», in Monaci e monasteri italogreci nel territorio di San Luca. Atti del Convegno (San Luca, 24 gennaio 1999), Laruffa Editore, Reggio Calabria 2011 («L’Aspromonte tra storia e fede», 1), pp. 101–132.
Libro “Antichi Passi”

Per approfondire il rito italogreco
Iacopino, Rinaldo, Presvìa. Celebrazione liturgica alla Madre di Dio. Rito italo-bizantino della Chiesa di Bova. Codex Barberinianus gr. 307 (ff. 318v–339v), If Press, Roma 2024.
Per la descrizione del percorso consulta la via della Prena

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *