Le fiumare: quando attraversare l’acqua era una sfida quotidiana

Fino a qualche decennio fa, prima dei ponti moderni e delle sistemazioni idrauliche, guadare le fiumare in Aspromonte – specialmente d’inverno – era un’operazione difficile e a volte pericolosa. Nei tratti prossimi alla foce, dove la strada litoranea intersecava i corsi d’acqua, l’impaludamento e le piene improvvise rendevano il passaggio quasi impossibile per mezzi e persone. La soluzione? Carri, spesso trainati da buoi, in grado di affrontare terreni instabili e acque basse ma insidiose. Questi carri avevano ruote alte e cerchiate che riducevano il rischio di affondare nella melma o di essere trascinati dalla corrente. Era un servizio essenziale, una sorta di “traghetto di terra” che garantiva il collegamento tra comunità, il trasporto di merci e persone, e l’attraversamento di fiumare come il Mesima, il Petrace, il La Verde o il Bonamico, specialmente dopo piogge intense.

 

In casi eccezionali come l’alluvione del 1951, i malcapitati bloccati in una corriera dalla furia del Bonamico, tra San Luca e Bovalino, furono salvati con una teleferica.
Nei tratti a monte delle fiumare, soprattutto alle quote dove erano insediati i centri abitati, questi erano spesso separati da corsi d’acqua senza alcun attraversamento stabile che vennero realizzati solo a partire dai primi decenni del 1900.
Con l’avvento delle infrastrutture stabili, questa pratica del “traghettamento” con carri è scomparsa, ma resta nella memoria di chi ha vissuto o ascoltato i racconti di un’epoca in cui la natura dettava i tempi dei viaggi.

 

Il superamento delle fiumare è stato sempre un problema che pastori, contadini, pellegrini e viandanti in genere hanno affrontato e risolto in vari modi.
Quando la fiumara, con voce greca, faceva “pelago” cioè era in piena, spesso si era costretti a guadare immergendosi nell’acqua. In tal caso gli uomini più valenti si offrivano come Caronte, trasportando sulle spalle da una riva all’altra coloro che ne avevano bisogno. O tenendosi per mano e formando una catena umana per resistere alla corrente del fiume.
Quando poi la portata diveniva più costante allora ci si ingegnava con quanto la natura offriva sul posto: tronchi, fascine, pietre piatte anche per facilitare il passaggio delle greggi (vedi la splendida foto di Mimmolino Nucera detto l’Artista).
Nel caso la fiumara presentasse un passaggio obbligato e frequente, realizzavano mulattiere, sentieri con tratti scavati nella roccia che salivano sui costoni scavalcando i tratti più insidiosi. Un esempio si può ammirare e ancora percorrere nella fiumara Amendolea lungo la via che da Roghudi conduceva a Bova, sotto Noì.

 

O, in epoca recente, si attrezzavano ponti sospesi a cavi d’acciaio come quello montato dai fratelli Vottari che avevano l’ovile in contrada Pezzi, a valle del lago Costantino (San Luca).
Gli operai forestali con la loro maestria realizzavano costruzioni più solide poggiando il ponte su gabbioni, come quello che era posizionato allo sbocco del lago Costantino o a porta Aposcipo. Ma nel caso di una piena nemmeno queste opere resistevano alla furia delle acque.
Ora, con la minore presenza di pastori e di operai forestali in Aspromonte, è sempre più raro incontrare di queste opere, spesso di poca consistenza ma di grande utilità.

Approfondimenti
Ponte Porta Aposcipo
Ponti fiumara Amendolea

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