LA NDRANGHETA A MONTALTO: STORIA E MISTERI

di Francesco Tripodi

Quello che avvenne domenica 26 ottobre 1969 a Serro Juncari, tra i boschi di Montalto, resta un nodo centrale per gli studi sulla storia della ndrangheta. Nel tempo, diverse letture si sono alternate.
Per lunghi anni rimase una operazione di polizia fortunata e sprecata al tempo stesso che avrebbe potuto essere un caposaldo per la conoscenza della ndrangheta e la sua repressione, finendo invece a livello giudiziario in una bolla di sapone (o quasi).
Poi è apparso sempre più chiaro che il summit di oltre cento mafiosi giunti da ogni parte della provincia aveva qualcosa di eccezionale anche nella storia dei tradizionali incontri dell’Onorata Società presso il vicino santuario di Polsi, segnando l’inizio di un’espansione della ndrangheta in forme nuove, più potenti e ramificate, che arriva ai nostri giorni.
Infine, si è iniziato ad ipotizzare che quel summit fosse qualcosa di ancora diverso da una assemblea della malavita, ma dovesse ratificare un accordo della ndrangheta con l’eversione neofascista, anello quindi di una strategia della tensione che fece vacillare lo stato democratico, prodromo dei rapporti con servizi segreti e massoneria deviata che sarebbero proseguiti e di cui tanto oggi si scrive.
Senza pretesa di completezza, vediamo di mettere un poco di ordine su quanto oggi sappiamo.

CHE COSA ACCADDE QUEL GIORNO
L’attenzione delle forze di polizia sulla festa di Polsi, da decenni luogo simbolico dei vertici ’ndranghetisti, era aumentata almeno dal 1955, dopo l’«Operazione Marzano», dal nome del questore che la guidò: una retata durata alcuni mesi, basata su controlli mirati del territorio e un ampio ricorso al confino di polizia, ma priva di risultati significativi. Dopo Montalto, le assemblee — definite nel gergo «Gran Crimine» — si sarebbero trasformate in incontri più ristretti e appartati. Nel 2009 la polizia riuscì, per esempio, a filmare un incontro riservato tra capimafia tra i banchetti bar-trattoria aperti nei pressi del santuario durante la festa: quelle riprese furono alla base dell’operazione «Crimine», che confermò l’unitarietà della ’ndrangheta e il primato delle cosche aspromontane.
È certo comunque che quell’anno eccezionalmente, alle porte dell’inverno e in un luogo diverso da Polsi, venne convocata una riunione che vide affluire ndranghetisti provenienti da quasi ogni angolo della provincia.
La soffiata che arrivò alla Polizia, pur senza una indicazione precisa del luogo, aveva quindi serissimo fondamento, anche se nella cautela di rito, si predispose un servizio con pochi uomini, rivelatosi inadeguato. Sappiamo dalla sentenza del Tribunale di Locri del 2 dicembre 1970 che la mattina di domenica 26 ottobre 1969 partivano da Reggio Calabria 24 uomini tra poliziotti e carabinieri, dividendosi in tre squadre, una delle quali si posizionò al “bivio dei baraccamenti Crea sulla rotabile di Montalto”. La squadra affidata al comando del maresciallo Gregorio Anello giunse nella zona di Montalto verso le 10:15 ed avanzando in direzione del casello forestale di Cano all’improvviso si trovò in presenza di un gran numero di autovetture disposte disordinatamente nella boscaglia ai margini della strada. Riusciva quindi a bloccare alcune persone rimaste di vedetta, uno dei quali aveva con sé un fucile e percepiva poi dei clamori seguiti da applausi riuscendo quindi a orientarsi circa il luogo dove le persone erano riunite.
La manovra di accerchiamento si rivelava però impossibile. Il grido “fermi tutti polizia” determinò un fuggi fuggi generale e solo una ventina di partecipanti venne bloccata dopo qualche colluttazione ed esplosioni di colpi di arma da fuoco. Altri partecipanti vennero identificati grazie ai numeri di targa delle autovetture. Nessuno degli agenti o dei malavitosi ebbe però a riportare ferite se non le contusioni legate agli arresti dei fuggitivi, tanto è vero che cadde l’accusa di tentato omicidio.

IL PROCESSO PER IL SUMMIT TRA RITARDI E SOTTOVALUTAZIONI
Il processo portò alla sbarra 72 imputati, esponenti delle cosche della provincia, tra cui i più potenti capi dell’epoca: Antonio Macrì, Domenico Tripodo e Giuseppe Nirta. E tuttavia il giudizio di primo grado, conclusosi dinanzi al Tribunale di Locri il 2 dicembre 1970, pur rigettando le tesi difensive di un incontro conviviale o folcloristico, fu estremamente cauto sulle responsabilità, finendo per condannare solo gli accertati partecipi alla riunione, mandando invece assolti proprio i tre grandi capimafia evocati dal vecchio mafioso di Taurianova Giuseppe Zappia che la presiedeva. Vi è da dire in proposito che malgrado tutti gli studi sul summit riportino la celebre frase pronunciata da Zappia per calmare gli animi (“Qui non c’è ‘ndrangheta di Mico Tripodo, non c’è ‘ndrangheta di ‘Ntoni Macrì, non c’è ‘ndrangheta di Peppe Nirta! Si dev’essere tutti uniti, chi vuole stare sta e chi non vuole se ne va”), essa non venne ascoltata dalla Polizia, ma riferita da parte di alcuni arrestati che si guardarono bene in seguito dal confermarla.
Malgrado l’importanza della vicenda, la sentenza di appello arrivò solo il 4 gennaio 1980 a distanza di 11 anni dai fatti. “Ntoni” Macrì era stato nel frattempo ammazzato a Siderno nel 1975 mentre usciva da una partita di bocce, Mico Tripodo era stato ucciso a coltellate nel 1976 all’interno del carcere di Poggioreale dai cutoliani su mandato della famiglia De Stefano.
Peppe Nirta, il “patriarca” di San Luca, unico sopravvissuto, condannato in appello, fu freddato anni dopo, nel 1995 mentre leggeva atti giudiziari sulla veranda della sua casa di San Luca.
Sebbene la sentenza di Locri sia considerata un passaggio importante dell’azione giudiziaria contro la ndrangheta per avere disatteso le tesi difensive sulla liceità della riunione definite come “configurazioni romantiche imperniate sulle formule della mutua assistenza e della fraternità”, restava evidente l’incapacità della magistratura di una comprensione concreta e pragmatica del fenomeno, anche a prescindere dall’assenza di strumenti normativi, che portava negli anni 70 e 80 al proliferare delle assoluzioni per insufficienza di prove, di cui beneficiarono a Locri proprio i tre conclamati capimafia indicati da Zappia.

IL MITO DELLA MONTALTO “NERA”
L’idea invece che qualcosa di nuovo fosse nato a Montalto nella realtà della ndrangheta ha alimentato inchieste giudiziarie e soprattutto un suggestivo filone narrativo che lega il summit al cosiddetto golpe Borghese e alla rivolta di Reggio Calabria del 1970.
Le indagini e i processi che si sono sviluppati (da “Olimpia” fino al recente procedimento “Gotha”) non hanno condotto a risultati certi. La ndrangheta ha sempre ricercato e goduto di referenti politici diretti e utilizzato colletti bianchi per camuffare le imprese mafiose nei gangli dell’economia legale. Contatti e favori con massoni ed esponenti della destra eversiva vi sono certamente stati, ma in linea con una vocazione “plastica” della ndrangheta di cogliere tutte le opportunità per lo sviluppo dei traffici illeciti ed aumentare la propria forza contrattuale, entrando in relazioni di livello superiore.
La rilettura del summit in chiave politica, come evento destinato a saldare la ndrangheta alla massoneria e all’eversione neofascista, si è fondata su alcune vaghe indicazioni di uno dei primi collaboratori di giustizia, Giacomo Lauro e molto sul più dettagliato, ma improbabile, racconto di un altro collaboratore di minore spessore, il reggino Carmelo Serpa.
Mentre Lauro, che pure al summit dichiarò di non avere preso parte, escludendo comunque vi fossero figure estranee alla ndrangheta, afferma che personaggi legati all’eversione neofascista erano interessati a coinvolgere l’associazione ai loro fini, Serpa, dopo una lunga detenzione, nel 1996 si sarebbe deciso a rivelare che nel 1969 (aveva appena 18 anni), frequentando, grazie a uno zio, i De Stefano di Archi, costoro se lo sarebbero portati appresso a Montalto.
A una certa distanza dalla radura ove si teneva l’assemblea, dove era stato posto di vedetta con altri giovani, avrebbe assistito alla “presentazione” di alcuni personaggi politici del neofascismo dell’epoca quali il “principe” Junio Valerio Borghese, Stefano Delle Chiaie e persino il killer terrorista Pierluigi Concutelli, il quale però, si accertava, era stato appena arrestato a Palermo.
Che la ndrangheta arcaica dell’epoca avesse in animo di infilarsi nelle tensioni della politica nazionale, ai più estranea o persino sconosciuta, è assai dubbio. Non abbiamo alcuna prova della presenza di Serpa a Montalto e, ove anche vi fosse stato, arduo che abbia potuto comprendere ciò di cui si parlava e addirittura serbato memoria di persone sconosciute e discorsi pronunciati. A Montalto gli argomenti furono altri, tutti interni alla ndrangheta e, se c’era chi premeva per azioni dimostrative contro la Polizia e i Carabinieri, come raccontò uno degli arrestati, era quale reazione al massiccio uso del soggiorno obbligato, non per ragioni politiche.
Vi è però, e su questa coincidenza molto si è lavorato, la circostanza che il 25 ottobre 1969 era stato programmato un comizio a Reggio Calabria da parte di Borghese, in un periodo di intensa animosità sociale e politica, comizio che non venne autorizzato dalla Questura di Reggio Calabria, provocando quel giorno disordini. Si sarebbe Borghese, nonostante la cancellazione del comizio, recato ugualmente a Reggio accompagnato da Delle Chiaie per partecipare il giorno dopo al summit di Montalto e chiedere aiuto alla ndrangheta nei suoi programmi golpisti?
È lecito dubitarne, ma anche questo è servito ad alimentare il mito del summit e conservarne la memoria.

NOTA GEOGRAFICA: dalla lettura degli atti si desume che il summit si svolse a Serro Juncari. Le immagini, riprese nell’ultimo decennio, si riferiscono a tale località.

FONTI E SPUNTI MINIMI DI BIBLIOGRAFIA: le sentenze sul summit e le fonti giudiziarie citate sono reperibili in vari siti internet, per esteso nella banca dati di Referio.it
Dando per scontato ormai il riferimento alla notissima produzione sulla storia e sugli sviluppi della ndrangheta di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso, per un racconto nato dall’esperienza sul campo nell’Arma dei Carabinieri dell’autore, molto utile Cosimo Sframeli, Ndrangheta addosso, Ed. Falzea, 2019.
Prezioso, sempre per capire Polsi e Montalto in chiave ndranghetista, rileggere “La fibbia” celebre articolo scritto da Corrado Alvaro sul Corriere della Sera del 17 settembre 1955, reperibile in vari archivi.
Per cogliere infine con l’immediatezza della fiction, i fili profondi tra vecchia e nuova ndrangheta, si rimanda sia al libro di Gioacchino Criaco “Anime nere”, Rubbettino, 2008 (riedito nel 2020) che al potente film con lo stesso titolo, tratto liberamente dal libro e reperibile su tutte le principali piattaforme, del regista Francesco Munzi.