Dai muli agli sherpa-bus: viaggiare nell’Aspromonte di una volta

Storie, mezzi improbabili e avventure di una guida tra sentieri, fiumare e montagne, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta.

Come ci si muoveva nell’Aspromonte di quegli anni, quando le strade erano spesso difficili da percorrere e raggiungere certi luoghi richiedeva una buona dose di esperienza, ingegno e spirito di adattamento?
Questa è una carrellata dei mezzi di trasporto che utilizzai tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta del secolo scorso nello svolgimento della mia attività di guida. Spesso mi adattai a utilizzare i mezzi più inconsueti, perché in Aspromonte non sempre era possibile scegliere: bisognava trovare una soluzione.

I primi mezzi di trasporto furono gli animali, in particolare i cavalli. Successivamente, con la cooperativa Naturaliter, proponemmo il trekking someggiato con gli asini, riscoprendo una modalità antica di attraversamento della montagna.
Non disdegnammo neppure il trasporto a spalla, quello umano, per portare fino a Montalto l’acqua, le tende, i viveri e tutto ciò che serviva per trascorrere la notte in vetta, in attesa dell’alba. Un lavoro faticoso, ma necessario per vivere pienamente l’esperienza della montagna.

Gli sherpa-bus: quando i pulmini diventavano indispensabili
I due pulmini della mia cooperativa Nuove Frontiere fornivano supporto agli escursionisti impegnati nei trekking, trasportavano i bagagli e permettevano di allestire i campi dove si cenava e si trascorreva la notte in tenda.
Il loro impiego era talmente intenso che, a volte, per proseguire il viaggio era necessario ricorrere al traino di un trattore!
Enzo Acri, dell’Edelweiss CAI di Milano, uno dei primi gruppi organizzati a venire in Aspromonte, li ribattezzò sherpa-bus. Un nome azzeccato, che rendeva bene l’idea di quei mezzi capaci di trasportare persone e attrezzature là dove il viaggio diventava un’impresa. La formula degli sherpa-bus, nata da quelle esperienze aspromontane, fu poi esportata sulle Alpi.

I bus turistici: non tutti osavano affrontare quelle strade
Utilizzammo anche i bus turistici, ma non era facile trovare ditte disposte a raggiungere i luoghi in cui volevo accompagnare i miei clienti.
Spesso le difficoltà emergevano già quando spiegavo la destinazione: una volta comprese le condizioni delle strade di quegli anni, molte ditte preferivano rinunciare.
Coraggiosa fu la ditta Saja, di cui mostro un autobus a Canovai, così come la mitica Viaggi Pelle di San Luca, ancora oggi in servizio. In una delle fotografie si vedono i suoi autobus impegnati nel guado della fiumara Bonamico: un’immagine che racconta meglio di tante parole le condizioni in cui ci muovevamo.

I camion, tra panche e cassoni
Naturalmente utilizzammo anche i camion. La famiglia Messineo di San Luca fu la prima a metterci a disposizione mezzi attrezzati con panche, una soluzione pratica per trasportare i gruppi lungo percorsi altrimenti difficili da affrontare.
Quando necessario, ci adattavamo anche al semplice cassone: l’importante era riuscire a raggiungere la destinazione.
Quando anche l’acqua diventava una strada
Nemmeno l’acqua ci fermava.
Per navigare sul lago Costantino trasportammo fin lì un canotto. Per attraversare i numerosi laghetti delle fiumare senza bagnare gli zaini, invece, ricorrevamo a un minuscolo canotto trainato con una corda.
Anche in questo caso, più che disporre di mezzi sofisticati, contavano la capacità di adattamento e la conoscenza del territorio.

In fuoristrada con il Club Fuoristrada Reggino
Un capitolo a parte merita il Club Fuoristrada Reggino, all’epoca una realtà pionieristica in Calabria, se non addirittura una delle prime nella nostra regione.
Fu un felice connubio tra noi giovani escursionisti, già discretamente esperti del territorio, e i proprietari delle jeep. Questi ultimi erano consapevoli dell’importanza di utilizzare con attenzione un mezzo ancora poco diffuso, ma particolarmente utile per affrontare la difficile viabilità di quegli anni.
La collaborazione ci consentiva di raggiungere luoghi altrimenti complicati da esplorare e dimostrava quanto fosse importante unire la conoscenza dei sentieri alla capacità di muoversi fuori dalle strade ordinarie.

La carriola: anche questa serviva
Tra i mezzi utilizzati ci fu persino una carriola, impiegata per trasportare un’escursionista che, a causa di una caviglia rotta, non era più in grado di camminare.
Erano tempi in cui in Aspromonte non era stato ancora istituito il Soccorso Alpino e non esistevano i telefoni cellulari per chiedere aiuto. Bisognava arrangiarsi con le risorse disponibili e trovare una soluzione per affrontare l’emergenza.
Un episodio che oggi può sembrare incredibile, ma che restituisce bene le difficoltà e lo spirito di quei tempi.
Dalle jeep alle mountain bike
Infine, accompagnando il Mountain Bike Club Italiano di Milano, scoprii la bicicletta fuoristrada, un mezzo che negli anni successivi avrebbe conosciuto una grande diffusione e sarebbe diventato uno strumento privilegiato per esplorare il territorio.
E poi, naturalmente, c’erano le situazioni in cui bisognava ricorrere a mezzi agricoli o, all’occorrenza, alle liane, proprio come Tarzan!

Ripensandoci oggi, quella varietà di mezzi racconta molto più di una semplice storia di trasporti. Racconta un’Aspromonte in cui viaggiare significava adattarsi, conoscere la montagna, affidarsi alle persone del posto e inventare soluzioni quando quelle convenzionali non bastavano.
Perché, in fondo, il vero mezzo indispensabile era la capacità di arrivare dove avevi deciso di andare, qualunque fosse la strada — o il sentiero — da percorrere.