di Antonino Sergi

Giuseppe Benassai, pittore paesaggista, tra i più talentuosi e creativi del panorama artistico italiano ottocentesco, nasce a Reggio Calabria il 13 luglio del 1835, giovanissimo, si dedica prima al disegno e poi alla pittura sotto l’attenta guida del maestro reggino Ignazio Lavagna.
Il percorso artistico lo porta prima a Napoli, poi a Roma e successivamente a Firenze. La sua arte si fa subito notare e apprezzare dalla critica artistica, tanto da ottenere diversi premi e riconoscimenti. L’opera di Giuseppe Benassai risente del momento culturale e artistico, di quel periodo storico, segnato dalla pittura napoletana e in particolare dalla scuola artistica di Posillipo. La città di Napoli, ricca di un vivissimo e fervido cosmopolitismo, che spazia dalla pittura senese al caravaggismo, da Salvador Rosa a William Turner, è culla di una nuova e originale visione di pittura di paesaggio.
In questo stimolante contesto Benassai matura una sua personale idea di arte.
Vive da protagonista, anche, le inquietudini del periodo. Problemi sociali e contrasti ideologici creano continui e accesi tumulti nella società del tempo. Per motivi politici egli stesso è costretto a lasciare la sua città natale.

I dipinti che realizza, dal carattere fortemente romantico, esaltano la natura come espressione del divino sulla terra. Le sue grandiose visioni aspromontane stimolano pensieri ariosi e aperture mentali, dove l’uomo può perdersi nell’immensa spazialità che, superando il limite del bello classico, lo porta direttamente a contatto con l’illimitato e il sublime di scuola kantiana.
Nelle opere aspromontane, il nostro autore, esalta la bellezza dei luoghi, visti diremmo oggi, con occhio cinematografico, con inquadrature in campi lunghi, di rara e originale suggestione espressiva.
Nell’olio su tela “Vicinanze d’Aspromonte” eseguito tra 1862 e il 1863, conservato presso il Museo e Gallerie nazionali di Capodimonte a Napoli, il maestro reggino crea un’opera dallo stile unitario ricavato, mirabilmente, solo con l’utilizzo del colore prevalentemente monocromo dai toni caldi che rende l’atmosfera del dipinto palpitante e appassionatamente impetuosa. Il dipinto è presentato con diverse denominazioni: alla Promotrice di Napoli come “Paesaggio – Vicinanze d’Aspromonte” a Torino come “Montagna sopra Bagaladi e torrente di Melito (studio della Calabria).
In altre due tele “Vallata verdeggiante con greto di torrente” e “Panorama montagnoso” il maestro mette in luce una sua particolare visione dell’altopiano reggino.
In queste opere egli si allontana dallo stile pittoresco e particolareggiato per analizzare il territorio naturale attraverso vedute realizzate come fossero composizioni di forme geometrizzanti, essenziali e spoglie. L’insieme risulta delimitato semplicemente dal preciso e ondulato skyline dei monti in controluce; quasi un Cèzanne.

Nel dipinto “Mucche in Aspromonte”, va detto che l’opera fu dipinta dal Benassai nelle campagne intorno a Pisa, il pensiero artistico è rivolto al verismo, ma con una particolare visione prospettica; lo sfumato atmosferico. Realizza le montagne dello sfondo con una nuova tecnica che richiama i macchiaioli.
Nel 1868 dipinge il grande paesaggio “La Quiete”, esposto presso la Pinacoteca Civica di Reggio Calabria, qui si fa notare e ammirare per l’uso visionario della bellissima e ardita prospettica a volo d’uccello. L’artista, nell’opera, concepisce un paesaggio di pura fantasia, di grandi dimensioni, dove tutti gli elementi compositivi sono posti in maniera armoniosa così da generare nell’animo dello spettatore un senso di pace, tranquillità e quiete, da qui il nome. Al centro della composizione dipinge un laghetto, alimentato da un tortuoso ruscello, sovrastato da pareti rocciose che scendono a picco sullo specchio d’acqua sulla cui superficie si riflettono.

Sempre nella Pinacoteca Civica di Reggio Calabria è collocato il dipinto “Aspromonte”. L’opera si apre ad una visione paradisiaca dei piani aspromontani. Nella tela si evincono similitudini di sentimenti, calma e tranquillità, con “la Quiete”. La scena appare, in campo lunghissimo, come un grande fotogramma, con l’orizzonte posto leggermente al di sotto del centro del rettangolo visivo, così da dare più spazio e risalto atmosferico al cielo luminoso carico di leggere nuvole che aleggiano sul sottostante tappeto erboso dove un gruppo di pecore e bovini tranquillamente stazionano. Un dolce profilo di basse colline si staglia all’orizzonte come confine ultimo di una sconfinata scena. Lo spettatore, per effetto dei diversi piani visivi, sembra, inaspettatamente, proiettato all’interno di una visione quasi metafisica dove il senso del presente a poco a poco svanisce. Il dipinto è conosciuto, anche, come “La casetta dei forestali in Aspromonte”. Il quadro fu esposto a Torino insieme al dipinto “Veduta della Rocca e spiagge di Scilla nello stretto del Faro”.

Al pittore reggino va riconosciuto soprattutto il forte sentimento d’amore per la natura che rappresenta sempre con rispetto e puntigliosa creatività. Cantore del romanticismo crede nell’indissolubile unione tra la vita e l’arte, il pensiero e il sentimento. Dipinge le alture della montagna reggina con passione e dedizione di impegno.
Attraverso la sua arte, aperta e sensibile, dona all’Aspromonte visioni dal forte carattere simbolico e cariche di un appassionato lirismo poetico.
Giuseppe Benassai, nel 1877 è nominato Professore onorario dell’Istituto di belle Arti di Napoli e nel 1878 di quello di Parigi.
L’artista si spegne a Reggio Calabria il 5 dicembre del 1878.

Fonti

  • Dario Durbè, Giuseppe Benassai 1835-1878, C.EDI.C. 2003

Gli escursionisti conoscono la località riportata come “Tre Limiti” nelle carte topografiche dell’IGMI (Istituto Geografico Militare Italiano), dove, dalla strada che da Gambarie sale a Montalto, si stacca a destra la deviazione per la diga del Menta.
Mi spiegavo il toponimo col fatto che lì si incrociano i confini di tre Comuni.
Raggiunto il luogo in occasione di un’escursione, curioso come sempre, ho voluto vedere sulla carta quali fossero i 3 comuni che si incontrano a “Tre Limiti” ma, con mia sorpresa, ho visto che sono 2 e non 3: Roccaforte e Reggio Calabria. È un errore? No!
È corretto il limite di Roccaforte che però una volta confinava con due comuni: Cataforio e Podargoni, ora non più esistenti perché confluiti nella Grande Reggio, creata nel 1927 dal regime fascista.
Il toponimo però ne ha conservato memoria confermando come alcune volte la storia rimane viva anche grazie a queste piccole tracce.
Di località dove si incontrano i confini di tre o più comuni ne esistono diverse nel territorio della nostra Città Metropolitana ma l’unico toponimo “Tre Limiti” riportato sull’IGMI in Aspromonte è a nord-est di monte Cerasia dove si incontrano i limiti di tre comuni: Staiti, Bova, Palizzi.
La curiosa configurazione territoriale dei comuni della Città Metropolitana di Reggio Calabria in Aspromonte può essere descritta con la metafora “a spicchio di torta”.
La definizione deriva dal fatto che molti comuni aspromontani si estendono dal crinale montuoso centrale fino alle zone più basse, quasi come dei raggi che partono dal centro e si allargano verso l’esterno.
A determinare questa conformazione è stata la necessità di garantire ai comuni un accesso a più risorse, rendendo il territorio variegato in termini di paesaggi e utilizzi del suolo.
La distribuzione territoriale di questo tipo testimonia come, in epoche non lontane, l’ubicazione dei centri abitati era tale da poter avere accesso sia alle risorse montane (boschi, pascoli) sia a quelle collinari o vallive (agricoltura, collegamenti viari).
Un sapiente mix che però nell’ultimo secolo abbiamo tralasciato con l’abbandono delle aree interne e con le conseguenti problematiche di erosione, incendi, dissesto, ecc. che ricadono sulle aree vallive.

Didascalie delle immagini

  1. stralcio dalla carta IGMI scala 1:25.000 Gambarie foglio 602 sez. I anno 1993 (cerchiata in nero la località Tre Limiti)
  2. Carta Tecnica Regionale anno 1954 messa in trasparenza su ombreggiatura ricavata da DTM (cerchiata in verde la località Tre Limiti) Elaborazione cartografica di D. Malaspina
  3. Carta schematica della Grande Reggio
  4. stralcio dalla carta IGMI scala 1:25.000 Africo foglio 255 III S.O. anno 1958 (cerchiata in rosso la località Tre Limiti)
  5. carta dei limiti comunali della Città Metropolitana di Reggio Calabria (in rosso il comune di Reggio Calabria)

Ancora oggi è diffusa l’opinione che la Calabria e l’Aspromonte non abbiano granché da offrire.
Giovani menti ed individui di ogni tipo, esausti del costante precariato approssimativo che questa regione apparentemente offre, li costringe all’emigrazione, spesso verso terre impervie e sconosciute all’animo sempliciotto del calabrese. L’Aspromonte, in particolare, è geograficamente, socialmente e culturalmente marginale, rispetto a molte altre montagne del contesto europeo. La problematica è attribuibile alle politiche di intervento basate sulle grandi opere pubbliche che credono di garantire, da sole, un ordinato sviluppo, ma che finiscono per indebolire la coscienza e la volontà delle popolazioni che, per secoli, in questa montagna, sono sopravvissute raccogliendo il necessario che questa terra offriva. Inoltre, pochi hanno compreso il reale potenziale dei tesori nascosti all’interno del Parco Nazionale dell’Aspromonte, luoghi remoti di splendore e natura incontaminata. In molti, invece, ancora credono che l’Aspromonte sia una montagna piena di rischi ed inaccessibile, senza passato né futuro.

Dove molti, giustamente, fuggono spinti da paure e da un’irrefrenabile voglia di riscatto, quei pochi vogliono che il riscatto lo abbia la propria terra. Ed è proprio da questo spirito di rivincita e dall’amore per questo massiccio bagnato da tre mari, che noi dei Climbo Jeans siamo partiti. Ereditando la passione per la scoperta e il brivido dell’avventura, essendo ragazzi di città ed avendo poche notizie riguardo la pratica dell’arrampicata sportiva nell’areale reggino, abbiamo cominciato arrampicandoci sui muri, sugli alberi e su qualsiasi cosa ci permettesse di arrampicare.

Durante la nostra ricerca di falesie, ci siamo imbattuti fortuitamente, ma grazie anche a un occhio attento e curioso, in una delle bellezze nascoste della nostra terra: la rupe sopra la chiesa del Carmine, nei pressi di Pietrapennata nel Comune di Palizzi. Un angolo già noto al CAI, agli alpinisti ed agli speleologi calabresi ma che pochi conoscono come possibile area di arrampicata sportiva. Sono bastati 15 metri o poco più per ampliare la nostra immaginazione verso qualcosa che poco prima era inimmaginabile: raggiungere la cima con le proprie mani e sentirsi come Simba sulla Rupe dei Re davanti la maestosità della natura. Trovare un luogo incantato come questo, ben attrezzato e immerso nel verde, con le sue querce giganti, è un vero regalo. Tutto sommato, anche in Calabria, come nel resto del mondo, si avverte il desiderio di crescere, di imparare e di apprezzare in maniera nuova ciò che la natura ci offre. Ed è proprio grazie all’esperienza maturata in altre realtà, soprattutto al Nord Italia, che oggi ci troviamo a raccontare questa storia.

Siamo Simone, Giuseppe, Silvana e Adamo e siamo i fondatori dei Climbo Jeans, un gruppo che è nato quasi per caso. Tre vecchi amici e un compagno di studi. Quattro persone legate da passioni comuni: quella per la natura e per le api, per l’arrampicata e per la fotografia, passioni che ci hanno spinto a fare un passo avanti, con l’Aspromonte come copertina per la nostra storia. Con il suo potenziale, che dal punto di vista dell’arrampicata sportiva rimane tutt’oggi inesplorato, soprattutto nella provincia di Reggio Calabria, questa meta, la rupe (da noi denominata Africa), ci ha offerto ciò che desideravamo. Un luogo spettacolare per arrampicare, a due passi da casa. Con la sua bellezza selvaggia e il suo fascino intrinseco siamo riusciti a scoprire un altro Aspromonte.

Molti ci chiedono “perché i jeans?”. Banalmente risponderemmo “perché sono comodi e stilosi”. La realtà è che i jeans hanno, fin dalla loro creazione, assunto una simbologia tutt’altro che banale: al di là della semplice funzione di vestiario, i jeans sono simbolo di resistenza, libertà, ribellione e, naturalmente, praticità. Ecco, quindi, che per noi vestono un ruolo importante (non solo per il gioco di parole) grazie alla loro tenacia, alla robustezza e autenticità, caratteristiche di noi Climbo e delle falesie su cui arrampichiamo.

Il nostro sogno resta comunque quello di poter aprire una palestra di arrampicata sportiva a Reggio Calabria, così da rendere accessibile a tutti questa nuova opportunità di crescita, sia fisica che mentale. Vogliamo che anche i più giovani, ma non solo, possano scoprire le bellezze della montagna da un altro punto di vista, quello che solo l’arrampicata sa dare.

Per ora, ci accontentiamo di piccoli passi: scoprire e condividere con altri appassionati i luoghi che ci fanno battere il cuore, creando una comunità che possa apprezzare e proteggere l’Aspromonte non solo come una meta naturale o turistica, ma come un vero e proprio palcoscenico per l’avventura, con rispetto e moderazione. È il nostro momento e siamo solo all’inizio.

 

Sull’etimologia, sul significato del nome “Aspromonte” conosco due tesi.
Una si fonda sulla supposta derivazione dal termine greco aspròs=bianco quindi montagna bianca, montagna lucente.
L’altra che sia di origine francese e voglia dire montagna aspra.
Sulla prima tesi avanzo il dubbio che la presenza delle nevi per alcuni mesi in alta quota (quindi non neve perenni come per il Monte Bianco) o il bianco di alcuni calanchi sulla costa ionica possano aver attribuito tale caratteristica all’intero massiccio.

Per chiarire quale fosse la conoscenza delle aree montuose calabresi in antichità riporto il brano della prof. Giovanna De Sensi Sestito, ordinario di Storia Greca presso l’Unical a pag. 100 del recente “La montagna calabrese, Rubbettino”.
“I sistemi montuosi che da nord a sud costituiscono l’asse portante della Calabria, dal Pollino meridionale, dalla Sila e dalla catena Costiera fino alle Serre e all’Aspromonte, erano percepiti nell’antichità come un tutt’uno per il fitto manto boschivo che li ricopriva e si faceva riferimento a questo sistema nel suo complesso con la denominazione di “hýlē Sìla/silva Sila”. E più avanti (pagg. 119-120) scrive in riferimento all’Aspromonte e alle Serre “queste hanno assunto tale denominazioni in età bizantina e alto-medievale”.

Sulla stessa linea il prof. Domenico Minuto in un intervento del 1990.
“L’Aspromonte già rivela qualcosa della sua storia nel nome. Gli antichi non distinguevano questa montagna dalle Serre o dalla Sila: la parte montuosa del Bruzio era tutta detta Sila, e questo termine, usato dai latini, deriva da uno greco che propriamente significa “materia prima, bosco”. L’Aspromonte, dunque, manifesta nel nome specifico un momento della sua storia: secondo alcuni venne chiamato così in età bizantina, cioè nell’alto medioevo, con la combinazione di un termine greco medievale, “aspro”, che significa bianco e un termine latino, “mons” cioè monte. Il monte bianco è, naturalmente, quello che si presenta assai spesso innevato. Ma ormai quasi tutti gli studiosi sono del parere che il termine Aspromonte sia di origine francese, introdotto in Calabria con l’avvento dei Normanni: esso significa, con l’accostamento di un aggettivo e di un sostantivo di derivazione latina, una caratteristica che tutti riconosciamo alla nostra montagna: quella della sua asperità, e perciò della sua inaccessibilità e della inviolabilità. Località montane con la denominazione di Aspromonte sono ancora oggi assai numerose in Francia.”

Aggiungeva nel 2005 il compianto linguista prof. Franco Mosino. “Più credibile e scientificamente fondata l’ascendenza dal francese antico Aspremont, che ha il significato ovvio di “monte aspro”.

In ultimo mi pare forzato, da parte di alcuni, attribuire al significato “bianco” un valore positivo e al termine “aspro” una connotazione negativa.
L’Aspromonte ha tra i suoi caratteri identitari quello dell’asperità che ci ha consegnato una montagna ancora in gran parte integra e ricca di fascino.

di Giuseppe Arcidiaco

Introduzione, l’arbusto della Ginestra
Molte sono le fibre di origine vegetale utilizzate fin dall’antichità per ricavarne tessuti, cordami e stoffe: la canapa, la juta, il lino, il cotone, l’agave, la rafia. Tra le più umili e diffuse materie prime impiegate nella tessitura c’era la ginestra, che cresceva spontaneamente tanto sui versanti delle montagne aspromontane, quanto nei terreni più aridi, prossimi alle coste calabresi, scottate dal sole, ricche di salsedine e con forti limitazioni idriche. Un arbusto sempreverde estremamente tenace e resistente che, come scriveva Leopardi, sparge i propri cespi perfino sui pendii rocciosi e riarsi del Vesuvio, proteggendoli peraltro dalle frane grazie a radici molto estese e robuste che penetrano nel terreno per oltre 2 m di profondità. In Calabria, le due specie di Ginestra maggiormente diffuse sono: la Ginestra odorosa (Spartium junceum), che cresce a 800-900 m di quota e la Ginestra dei carbonai (Cytisus scoparius) che predilige quote anche superiori, fino a 1500 m; entrambe presentano fiori gialli e fitti rami giunchiformi di colore verde scuro dal cui libro era estratta la fibra tessile per macerazione degli steli della pianta stessa.

 

Il processo di lavorazione
La ginestra, la cui lavorazione si tramanda nel Mediterraneo dall’epoca greco-romana, veniva falciata nei mesi estivi, da luglio a settembre e raccolta in fasci. Gli steli (vermene) erano poi immersi in acqua bollente, a cui era talvolta aggiunta della cenere, per circa un’ora, finché da verdi scuro, divenivano giallastri. Ciò, allo scopo di iniziare il processo di degradazione della lignina che tiene le fibre saldamente unite. Il passaggio successivo consisteva nell’immersione degli stessi fasci nell’acqua corrente delle fiumare per circa otto giorni, assicurandoli al fondo tramite pesanti sassi. Questa fase della lavorazione serviva a rammollire in modo naturale, per degradazione batterica, tutte le parti dello stelo che sarebbero state successivamente eliminate. Recuperata la poltiglia dall’acqua (nei gurnali), veniva poi scorticata strofinandola con la sabbia delle fiumare, finché, di ogni stelo, non restava solo la componente fibrosa (la stuppa o filaccia), che veniva essiccata al sole. Questa procedura di estrazione era poi completata e perfezionata percuotendo gli steli, posti su un ceppo o un masso, con una pesante mazza di legno. Altri vegetali dagli steli più rigidi, come agave, lino e canapa, venivano decorticati meccanicamente utilizzando specifici arnesi come il mangano o la maciulla. Attraverso il processo di cardatura, effettuato tramite specifici pettini, si eliminavano resti lignei ed impurità e si rendevano parallele le fibre, inizialmente aggrovigliate. Allo stesso modo, la fibra più interna e più fine veniva separata da quella più esterna e grossolana, impiegata nella fabbricazione di grezzi, ma robusti sacchi per la conservazione dei cereali e della farina, stuoie o anche di cordami sfruttati per le barche, nell’agricoltura e per gli animali da traino. Con la stuppa cardata più fine e pregiata si producevano coperte, lenzuola, tovaglie da tavola e strofinacci. Tali tessuti, inizialmente un po’ rigidi, si ammorbidivano per i continui lavaggi, perdendo anche il loro iniziale colore ecrù e diventando via via più bianchi. Anche la fibra di più alta qualità si presenta, comunque, piuttosto grossolana ed irregolare, con lunghezze variabili comprese tra i 5 ed i 10 cm. Dopo la cardatura, la fibra era poi filata (tramite conocchia e fuso) e raccolta in matasse, tramite strumenti, naspa e matassaru e, in base alla destinazione d’uso, alcune di esse potevano venire tinte con pigmenti di origine vegetale, immergendole interamente in un liquido colorante, ottenuto dall’ebollizione in acqua di fiori, radici ed erbe e lasciate poi raffreddare al suo interno. A tintura ultimata, i filati venivano ripescati ed appesi ad anelli di filato grezzo per l’asciugatura al sole, assicurandone il bandolo all’anello stesso e l’estremità inferiore ad un peso, affinché il filo non si ingarbugliasse. I fili ormai asciutti venivano avvolti in matasse o gomitoli e conservati in ceste, pronti per essere tessuti e trasformati in biancheria, tendaggi, arazzi, tovagliati, copriletti, coperte, tappeti e capi corredo artigianale, fra cui anche borse, cinture e cappelli.

 

Impieghi e utilizzi, una tradizione da riscoprire
Dai germogli, prima o durante la fioritura di alcune varietà di ginestra (Genista tinctoria) si ricava un colorante giallo paglierino, molto persistente, utilizzato come tintura per tessuti. A partire dai suoi fiori essiccati, tramite solventi o distillazione, si possono estrarre oli essenziali dall’aroma caldo e avvolgente. I rami secchi erano, inoltre, utilizzati per la fabbricazione di scope e panieri o sfruttati come combustibile per alimentare i fuochi di caminetti, stufe e forni a legna, ma il suo utilizzo più peculiare riguardava la produzione della seta. I bachi da seta venivano allevati su piani di canne intrecciate (canizze), nutrendoli con foglie di gelso. Quando raggiungevano la maturità, sulle canizze venivano posti folti rami di ginestra, sui quali le larve si arrampicavano e tessevano i bozzoli di seta. L’antichissima tradizione del panno ginestrino conobbe una grande diffusione e rivalutazione in Italia dal ventennio fascista fino al secondo dopoguerra, quando le condizioni di povertà costrinsero molte famiglie italiane a sfruttare al massimo le risorse vegetali locali. In realtà, dietro un tale sviluppo, ci furono ragioni anche di carattere ideologico-politico. Durante il Fascismo, i prodotti della tessitura della Ginestra divennero uno strumento per l’autosufficienza ed indipendenza economica dell’Italia dai Paesi esteri, un tentativo del Regime di raggiungere un’autarchia permanente e definitiva, attraverso lo sfruttamento intensivo del suolo italiano e rifiutando le materie prime di importazione, per la produzione di capi di vestiario. In particolare, nel Mezzogiorno d’Italia sorsero numerosi ginestrifici per la lavorazione delle vermene, scomparsi dopo la Seconda Guerra Mondiale. Un manuale illustrava la coltivazione e la lavorazione. In provincia di Reggio Calabria ne erano segnalati diversi, nei comuni di Bova, Africo, Reggio Calabria. A testimonianza di ciò, in Aspromonte si trovano ancora i ruderi di antichi lavatoi per l’ammollo dei fasci di Ginestra. Sebbene degli opifici del periodo fascista non rimanga traccia, in Calabria, nelle famiglie più povere, si continuò ancora per anni ad utilizzare la fibra di Ginestra, decorando i tessuti con motivi ornamentali geometrici, testimoni del passato bizantino.
Oggi la potenziale diffusione su larga scala dell’industria della Ginestra è impedita dalle specifiche difficoltà di lavorazione ed estrazione della fibra, che risulta saldamente legata ai tessuti corticali e può presentare impurità. Per tali ragioni non esiste attualmente una filiera sviluppata della Ginestra, come accade per altri tipi di fibre vegetali e animali, anche se i sottoprodotti della lavorazione della pianta, scarti legnosi e parti cellulosiche, possono trovare applicazione nell’industria dei pannelli o per la produzione di pasta da cellulosa, per le loro ottimali caratteristiche meccaniche di resistenza ed elasticità.
Ci auguriamo però che, grazie al rinnovato l’interesse per le fibre naturali e la riscoperta di antiche tradizioni, l’uso della Ginestra non rimanga una pratica marginale.

 

Fonti

  • “Come si utilizza la ginestra”, Angelo Boggia, Roma 1942.
  • La Tessitura, Scuola Media Statale di Bova Marina “Mons. Dalmazio D’Andrea”, a.s. 2000/2001, Calabria Letteraria Editrice.
  • Prospettive economiche dell’utilizzazione della ginestra odorosa nel Parco Nazionale dell’Aspromonte, Baldari, D. Di Gregorio, 2007.

di Luigi Dattola e Gianpaolo Barone

La Calabria è stata oggetto di sfruttamento minerario fin dall’epoca preistorica, tuttavia, sono poche le testimonianze scritte ed i reperti archeologici che possono essere riferiti con sicurezza a queste attività, almeno fino al 1700. Le tracce più antiche di sfruttamento minerario sono quelle di età tardo paleolitica trovate nella Grotta della Monaca, situata nel territorio di Sant’Agata d’Esaro (CS). Qui, già in epoca protostorica, si estraeva e lavorava la goethite, un minerale di ferro, inizialmente prelevato presso l’imbocco della grotta e successivamente all’interno, con attività minerarie che si sono protratte almeno fino al 3500 a.C. Le lavorazioni non riguardavano minerali da impiegare nella costruzione di manufatti metallici ma solo per la produzione di pigmenti colorati, che venivano utilizzati negli scambi commerciali dell’epoca. Il sito è riconosciuto come una delle miniere più antiche e meglio conservate d’Europa. In generale, sporadiche e incerte sono le altre testimonianze, tra le quali un diploma di Ruggero il Normanno del 1094 con il quale si concede ai monaci certosini lo sfruttamento del ferro nel comprensorio di Stilo e Pazzano. Non è priva di suggestione, però, la possibilità che già in epoca greca e romana alcune piccole lavorazioni fossero attive come suggeriscono alcuni reperti archeologici e strutture metallurgiche rinvenute nella Locride, studiate da Franco (2003) e Cuteri (2017). Un indizio a sostegno di questa ipotesi proviene da uno studio del 2015 che ha analizzato gli ossidi di ferro utilizzati come colorante delle malte del mosaico della Sala dei Draghi e dei Delfini dell’antica Kaulonía (odierna Monasterace Marina), dimostrando una corrispondenza chimica perfetta con i minerali estratti nelle aree di Stilo, Pazzano e Bivongi. Sebbene questa ricerca non sia conclusiva, rappresenta un importante tassello per avvalorare l’ipotesi che i giacimenti limonitici potessero essere già noti e sfruttati durante il periodo della Magna Grecia (Miriello et al. 2015)
Fatta eccezione per queste poche testimonianze si registra una lunga lacuna documentaria, interrotta solo da sporadici riferimenti, come quello relativo alle miniere di Longobucco, la cui attività è attestata almeno dal XII secolo. La scarsità di fonti documentali, tuttavia, non esclude che le attività minerarie e industriali di trasformazione dei minerali in Calabria abbia avuto continuità nel tempo.
Solo a partire dal XVIII secolo le testimonianze diventano più numerose e dettagliate, permettendo di ricostruire con maggiore precisione lo sviluppo delle attività minerarie nella regione, concentrate in aree specifiche come Lungro (fig 1), Longobucco (fig 2), Pazzano, Stilo, Bivongi, il Marchesato crotonese (fig 3) e Reggio Calabria. In queste aree le miniere vantavano una storia più antica, mentre in località come Mormanno, Catanzaro, Gimigliano, Caulonia, Roccella Ionica, Mammola e Canolo l’estrazione ebbe inizio in epoche più recenti. Questa fase storica, ben documentata, mostra come la Calabria abbia mantenuto una rilevante vocazione mineraria fino al XX secolo, nonostante i periodi di oscurità documentale precedenti, lasciando tracce significative nel paesaggio e nella storia economica della regione (Dattola L. e Barone G., 2024).

 

Le miniere di ferro di Stilo, Pazzano e Bivongi
Volendo analizzare più in dettaglio le attività minerarie nella provincia di Reggio Calabria bisogna innanzitutto sottolineare che, fatta eccezione per il Marchesato crotonese, dove si estraeva zolfo, il comprensorio di Stilo, Pazzano e Bivongi e delle immediate adiacenze è certamente quello, nella regione, cui appartengono la storia mineraria più lunga e le dimensioni maggiori. Lo sfruttamento era mirato prevalentemente all’estrazione del ferro, sotto forma di limonite (ossido di ferro, fig 4), e subordinatamente di pirite (solfuro di ferro, fig 5) che comunque si trasforma in ossido per alterazione. Le mappe d’epoca segnalano a partire dal 1700 un’intensa attività estrattiva alla base della dorsale montuosa costituita dai monti Consolino, Stella, Mammicomito e Gallo (fig 6). Le gallerie di sfruttamento venivano aperte alla base dei calcari mesozoici (circa 200 Milioni di anni) costituenti l’allineamento montuoso, proprio in corrispondenza del contatto con le sottostanti rocce metamorfiche paleozoiche (circa 350Ma). Sotto la dominazione dei Borboni, le miniere come le attività siderurgiche venivano controllate dai militari con l’evidente scopo di gestire direttamente la produzione orientando prevalentemente l’impiego del ferro nella realizzazione delle armi necessarie al mantenimento del Regno (fig 7 e 8). Le altre attività minerarie nell’area sono, come già accennato, più recenti e strettamente legate agli eventi storici che hanno caratterizzato la prima metà del secolo scorso, in particolare il periodo successivo al 1935. In quell’anno l’Italia invadeva l’Abissinia (attuale Etiopia), atto che portò la Società delle Nazioni (equivalente dell’odierna ONU) a imporre sanzioni al paese. Già prima di quell’evento il regime fascista aveva iniziato a promuovere l’autarchia, ovvero una politica di autosufficienza economica, finalizzata a ridurre la dipendenza del Paese dalle importazioni di materie prime e beni provenienti dall’estero. Tale politica fu promossa e intensificata soprattutto dopo l’imposizione delle sanzioni.
Furono condotte prospezioni minerarie e alcuni siti dichiarati idonei per l’avvio degli sfruttamenti. Tra questi l’area nel territorio di Bivongi per lo sfruttamento della molibdenite e le aree nei territori di Caulonia/Roccella Ionica e Mammola per lo sfruttamento dell’arsenopirite.

 

Le miniere di molibdenite di Bivongi
Il minerale, segnalato già nel 1788 da Fasano nelle località Pungo, oggi Punghi, e successivamente da altri autori come Matteo Spica ed Emilio Cortese, tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, è costituito da lamelle a contorno esagonale incluso nei filoni di quarzo o anche nelle granodioriti (rocce ignee intrusive) in prossimità degli stessi filoni (fig 9).
Nonostante la conoscenza della molibdenite risalga alla seconda metà del XVIII secolo, è solo circa cento anni dopo che si inizia a sfruttarne le caratteristiche utilizzando il molibdeno come sostituto del tungsteno e come indurente delle leghe di acciaio; l’utilizzo in questi ambiti favorì lo studio e lo sviluppo di leghe di acciaio al molibdeno all’inizio del XX secolo per la produzione di armi, presumibilmente anche per l’avvicinarsi del periodo bellico.
Nell’area di Bivongi le attività minerarie ebbero inizio nel 1917, avviate dalla “Società Mineraria Torelli e Re” di Roma.  Lo sfruttamento più importante venne eseguito presso il Cantiere Giogli, lungo il torrente Pardalà (fig 10).

 

Miniera Cerasara di Caulonia e Roccella Ionica
Il minerale estratto nell’area tramite alcuni cunicoli di piccola dimensione è stato l’arsenopirite (fig 11). Il materiale veniva trasportato all’esterno e, tramite un sistema di teleferiche, portato a valle sulla fiumara Amusa da dove veniva successivamente smistato. La circostanza che le coltivazioni minerarie erano localizzate in un territorio sostanzialmente privo di una vera e propria viabilità limitò le lavorazioni (fig 12).

Miniera Macariace di Mammola
Nel territorio di Mammola, lungo il torrente Macariace, affluente di sinistra del Torbido, sono segnalate mineralizzazioni ad arsenopirite (fig 13). In queste mineralizzazioni vennero avviate estrazioni minerarie tra gli anni ’20 e gli anni ’40 del secolo scorso. Gli sfruttamenti seguirono i filoni che con andamento subverticale attraversano i paragneiss del Complesso di Mammola (rocce metamorfiche).
L’estrazione dell’arsenopirite come della molibdenite fu portata avanti solo nel periodo autarchico italiano e cessò pressappoco in concomitanza della fine della Seconda Guerra Mondiale.

Le attività minerarie in Aspromonte
Più a sud, nelle vicinanze di Reggio Calabria, alle pendici del massiccio aspromontano, sono segnalate attività minerarie nel comune di Motta San Giovanni e nel comune di Sant’Eufemia d’Aspromonte. Riguardo sempre l’Aspromonte, nel 2021 è stato pubblicato un interessante articolo che descrive una minuziosa ricerca di attività siderurgico minerarie condotta nelle aree interne del massiccio, poco battuto dagli archeologi rispetto alle aree costiere (Robb J. et al., 2021). Il lavoro segnala la presenza di notevoli quantità di scorie di lavorazione del ferro rinvenute in prossimità di località Ferraina, poco distanti le une dalle altre. Analisi condotte con la fluorescenza ai raggi X segnala una significativa presenza di ferro sia nelle scorie che nella roccia affiorante, facendo pensare che per le lavorazioni si siano utilizzati minerali rinvenuti nelle prossimità.
A parte ciò, le segnalazioni di attività minerarie e/o metallurgiche sono molteplici ma solo delle tre indicate disponiamo, al momento, di informazioni sufficienti per riconoscerne la fondatezza. Certamente è documentata in numerose località della cintura sud-occidentale dell’Aspromonte la presenza di mineralizzazioni a pirite, ematite, magnetite, calcopirite e galena.
Le due aree di interesse minerario di cui si dispone di documentazione e di prove tangibili delle attività estrattive ancora osservabili sul territorio, possono essere collocate storicamente tra la metà del 1700 e la metà del 1800, quindi nel periodo Borbonico.

 

Area mineraria di Valanidi (RC)
Si trova riportato in un volume scritto da Melograni, “Descrizione geologica e statistica di Aspromonte e sue adiacenze” del 1823, di alcune miniere di rame lungo il corso del torrente Valanidi che, gestite dai tedeschi, avevano fornito minerale alle fonderie di Reggio Calabria. Tuttavia, a parte il minerale estratto dal cunicolo lungo lo Stroffa, affluente del Valanidi, le ricerche non avevano dato esito ed erano state per questo abbandonate.
Tali notizie, comunque, dovevano aver avuto un certo rilievo e suscitato interesse dal momento che a più riprese numerosi autori, tra cui anche l’allora autorevole Cortese ne aveva fatto cenno in un suo volume del 1895.
La località si trova nelle vicinanze del centro abitato di Trunca ed era stata esplorata con rilievi di superficie e, come già accennato, attraverso la realizzazione di piccoli cunicoli scavati a mano nella dura roccia metamorfica che caratterizza i luoghi (fig 14 e 15). I luoghi sono stati in parte indagati con lo scopo di determinare i minerali presenti, tra questi si segnalano: azzurrite, malachite, calcantite e woodwardite (figure 16, 17, 18). A petra virdi di Trunca
Gli sfruttamenti ebbero un certo impulso tra il 1750 e il 1760, sotto il regno di Carlo III e della moglie Maria Amalia di Sassonia. Vennero chiamati a lavorare e istruire le maestranze locali anche minatori esperti sassoni e fu costruita una ferriera in località Arangea per la lavorazione del minerale (Clemente, 2012). Secondo alcuni ricercatori il minerale proveniva da tutto il circondario e perfino dalle miniere siciliane di Fiumedinisi. Nel 1759 Carlo III fu chiamato sul trono di Spagna e abdicò in favore del figlio Ferdinando di appena 8 anni, assistito da un Consiglio di Reggenza. La miniera perse di interesse a favore di quelle di Stilo, Pazzano e Bivongi, verso le quali vennero indirizzati tutti gli sforzi economici, causando un repentino abbandono delle aree.

 

Le miniere di magnetite di Sant’Eufemia d’Aspromonte
In una recente visita all’Archivio di Stato di Reggio Calabria, grazie all’aiuto del personale che si è prestato con interesse e curiosità, e di ciò ringraziamo tutti loro e la Direttrice dell’Archivio, è stato visionato un carteggio significativo che riguarda alcune attività minerarie portate avanti nel territorio comunale di Sant’Eufemia d’Aspromonte. La documentazione, che abbraccia un periodo storico a metà del 1800, riporta di Agostino Chirico che segnala il ritrovamento del minerale di ferro poco a nord di S. Eufemia. Sono del 1859 alcuni documenti che citano i fratelli Agostino e Rocco Chirico, i quali fanno anche redigere una mappa del territorio e dei luoghi di rinvenimento del minerale, definito “pietra calamitata” alludendo al fatto che attrae gli oggetti ferrosi e che può perciò identificarsi con la magnetite. Vari furono i tentativi dei Chirico di accreditarsi presso i Borboni per ottenere le concessioni di sfruttamento (fig 19) ma, nonostante le analisi fatte sui materiali che fornirono tenori di ferro con percentuali sulla ganga (materiale non utile) superiori a quelli delle aree minerarie poste più a nord, pare non vi fu un vero interesse da parte dei regnanti. Qualche attività, tuttavia, deve essere stata intrapresa, prova ne è la corrispondenza del 13 ottobre 1859 tra il Sottointendente di Palmi e il Signor Intendente di Reggio Calabria nella quale si autorizza la cerimonia di benedizione di una galleria mineraria denominata San Francesco (fig. 20). Ammettiamo di non aver ancora avuto modo di visitare i luoghi ma ci è stato riportato del ritrovamento di alcuni ciottoli di materiale dall’aspetto ferroso (comunicazione personale di Massimiliano Scarfò) che lascia presupporre proprio la presenza del minerale.

 

Didascalie delle immagini

  1. cartolina d’epoca rappresentante l’ingresso della miniera di salgemma di Lungro (CS).
  2. Galleria di sfruttamento della galena argentifera. Longobucco (CS)
  3. Calcarone, struttura adibita alla “cottura” della roccia solfifera per l’estrazione dello zolfo. Miniera Santa Domenica. Melissa (KR).
  4. Campione di ossido di ferro (limonite), da cui veniva estratto il ferro per la costruzione di manufatti durante la dominazione dei Borboni.
  5. Pirite, solfuro di ferro.
  6. Monte Consolino a sinistra e monte Stella a destra, alla base dei due rilievi si aprivano le miniere da cui veniva estratto il ferro.
  7. Imbocco di miniera per l’estrazione del ferro. Bivongi (RC)
  8. Ferriera di Mongiana
  9. Molibdenite, cristalli a contorno esagonale.
  10. Cantiere Giogli, area mineraria da cui veniva estratta la molibdenire
  11. Arsenopirite, solfuro di ferro e arsenico
  12. La miniera Cerasara di Caulonia e Roccella Ionica
  13. La miniera Macariace di Mammola. In alto piazzale principale della miniera, dove sono state realizzate alcune gallerie di estrazione. Evidenti i cumuli di detrito ocraceo ricco in ossidi di ferro.
  14. Costone roccioso con trasudazioni di acque ricche in carbonati e solfati di ferro e rame
  15. Costone roccioso con trasudazioni di acque ricche in carbonati e solfati di ferro e rame
  16. Azzurrite su matrice rocciosa costituita da gneiss
  17. Associazione di microcristalli di azzurrite e malachite
  18. Microcristalli di calcantite
  19. Documento che riporta delle richieste dei sig.ri Chirico alle autorità al fine di ottenere le concessioni di sfruttamento della “pietra calamitata” di Sant’Eufemia d’Asromonte.
  20. Autorizzazione alla benedizione della galleria S. Francesco della miniera di Sant’Eufemia d’Aspromonte.

Fonti

  • Clemente G. (2012) – Archeologia mineraria nella Calabria meridionale tra Medioevo ed età contemporanea. Dati preliminari sulle miniere del Valanidi nei comuni di Reggio Calabria e Motta San Giovanni (RC). VI Congresso Nazionale di Archeologia Medievale, L’Aquila 12-15 settembre 2012.
  • Cuteri F.A. (2017) – Kaulonia e l’attività mineraria e metallurgica nella Calabria Achea. Atti del cinquantasettesino convegno di studi sulla Magna Grecia. Taranto 28-30 settembre. 821-859.
  • Dattola L. e Barone G. (2024) – Minerali della Calabria GML-AMI, pp 256
  • Fasano A. – Saggio geografico fisico sulla Calabria Ulteriore. Atti della Reale Accademia delle Scienze e Belle Lettere, Napoli 1788.
  • Franco D. (2003) – Il ferro in Calabria. Vicende storico-economiche del trascorso industriale calabrese. Kaleidon – Reggio Calabria, pp 176
  • Melograni G. – Descrizione geologica dell’Aspromonte e sue adiacenze con aggiunta di tre memorie concernenti l’origine dei vulcani, le grafiti di Olivadi e le saline delle Calabrie. Napoli 1823.
  • Miriello D., De Luca R., Bloise A., Dattola L., Mantella G., Gazineo F., De Natale A., Iannelli M.T., Cuteri F.A., Crisci G. M. (2015) – Compositional study of mortars and pigments from the “Mosaico della Sala dei Draghi e dei Delfini” in the archaeological site of Kaulonía (Southern Calabria, Magna Graecia, Italy). Archaeological and Anthropological Sciences Vol. 9, p 317-336.
  • Robb J., & Meredith S. Chesson M.S., Forbes H., Foxhall L., Foxhall-Forbes H., Kay Lazrus P.K., Michelaki K., Picone Chiodo A., Yoon D. (2021) – The Twentieth Century Invention of  Ancient Mountains: The Archaeology of Highland Aspromonte. International Journal of Historical Archaeology 25:14–44.

di Giuseppe Arcidiaco

Un sito di considerevole interesse geologico, antropologico e naturalistico in Aspromonte è senza dubbio la grotta della Làmia, situata nel territorio di Fossato (Montebello Ionico). Ad oggi, questa grotta rappresenta la più estesa formazione ipogea naturale nota nella provincia di Reggio Calabria.
L’etimologia del toponimo è incerta: potrebbe derivare dal greco laimos che significa gola, da cui anche lamyros, avido, ingordo. Una radice legata dunque all’aspetto del suo ingresso che ricorda la bocca aperta di un vorace mostro. Nel dialetto locale, il termine làmia (1) ha assunto, pertanto, il significato di cavità sotterranea con copertura a volta o, semplicemente, grotta. Tale denominazione affonda le sue radici nel passato magnogreco della provincia di Reggio Calabria, dove sono riscontrabili diversi toponimi simili. È possibile, dunque, che, nel tempo, il termine làmia abbia finito per indicare genericamente cavità con determinate caratteristiche morfologiche che ricordino una bocca dentata o trasmettano l’idea di voracità.

Tra mito e tradizione
Nella mitologia classica ed orientale esistono differenti versioni del mito di Làmia (2) che, negli anni, si sono contaminate con credenze popolari ed elementi tradizionali. Secondo il racconto maggiormente diffuso, Làmia (3) era la bellissima regina della Libia figlia del re Belos e di Libye, della quale si innamorò Zeus. Ciò suscitò l’ira di Era che, arsa dalla gelosia, si vendicò dell’amante del marito privandola del sonno e sterminando la loro numerosa progenie. Resa folle dal dolore e dalla disperazione, Làmia si trasformò in una creatura mostruosa e vendicativa, dedita a rapire e divorare i figli altrui, spinta dall’invidia per le madri felici. Làmia, ormai mutata nell’indole e nell’aspetto, trovò rifugio nel buio delle grotte, mostrando all’esterno solo le proprie fauci spalancate. Secondo altre versioni del mito, Làmia sarebbe stata la madre del mostro Scilla o, ancora, della maga e veggente Sibilla (4). Molte leggende, tramandate dagli abitanti di Fossato, aleggiano sulla grotta, un antro in grado di inghiottire uomini e bestiame, perfino intere greggi. A causa di tale superstizione, la grotta era temuta dagli abitanti del luogo che evitavano di avvicinarvisi, specialmente nelle ore notturne. Alcuni racconti parlano, infatti, di un mostro o di un drago, che trascinava le proprie vittime nella grotta e, certe notti, era anche possibile sentire urla e strazianti lamenti provenire da quel luogo, associati alla Làmia che divorava le sue prede. Col tempo questa minacciosa figura di donna-mostro, iniziò a popolare anche le storie per bambini, divenendo, di fatto, uno spauracchio evocato dalle nutrici per distoglierli dal compiere malefatte. (5)

Caratteristiche ed origine geologica
La grotta della Làmia si apre a 910 m di altitudine s.l.m. sul fianco di uno dei tanti canaloni del Vallone Spedìa (Montebello Ionico), sulla sinistra idrografica della fiumara Valanidi. A prima vista molto simile, quanto a conformazione morfologica generale, alle Grotte di Tremusa nel comune di Scilla, la Grotta della Làmia si distingue da queste ultime per le sue più estese dimensioni. Si è generata a partire da rocce sedimentarie formatesi in ambiente marino in periodi antecedenti al sollevamento tettonico del massiccio aspromontano. La progressiva azione erosiva dell’acqua ne ha plasmato la cavità, scavando in essa cunicoli e tortuosi meandri. Le stesse acque, trasportando a valle sabbie e prodotti di disgregazione della roccia, ne hanno, invece, aggirato e risparmiato le strutture più solide e resistenti, che attualmente si configurano come massicci pilastri o tozze protuberanze pendenti dalla volta della grotta.
Ciò che colpisce di questa grotta è proprio la sua ampiezza (decine di metri, inclusi i cunicoli terminali), insolita per una cavità costituita in prevalenza da arenaria e rocce calcarenitiche. Tipicamente, infatti, le grotte più ampie e profonde sono costituite da compatta roccia calcarea in grado di sostenere il peso della volta sovrastante. In rocce friabili, come quelle arenacee, si generano, invece, cavità di dimensioni molto più contenute e ridotte, dal profilo arrotondato, prive di significative strutture e concrezioni come stalattiti e stalagmiti.
Nel caso della grotta della Làmia, la percolazione di acque calcaree ha, invece, impregnato la roccia di depositi di carbonato di calcio conferendole compattezza, solidità ed una caratteristica patina di colore biancastro.
Alle infiltrazioni di acque ricche in bicarbonato di calcio, che precipita in calcite quando si presentano le condizioni chimico-fisiche ideali, è anche da attribuire la formazione di “micro stalattiti” di lunghezze dell’ordine dei millimetri: si tratta di aggregati di granelli di sabbia, detriti e sedimenti “cementati” dal calcare trasportato dallo stillicidio.

La grotta
La grotta si presenta come un vasto ed intricato labirinto, in cui un alternarsi di spesse colonne, voluminose e tozze stalattiti, anfratti e gallerie disorienta il visitatore. Il panorama è reso ancora più intrigante dal particolare gioco di ombre proiettate sulle bianche pareti rocciose dai raggi solari provenienti dall’ampia ante grotta. Gli ambienti più interni risultano invece completamente oscuri. Sulle sue pareti, tanto quanto sulla volta, fossili di conchiglie “a pettine” (molluschi bivalvi del genere Pecten), alcuni anche molto grandi e ben conservati, testimoniano l’origine marina delle rocce. Oggi la grotta ospita, sempre meno numerose, colonie di pipistrelli. Il suolo terroso si presenta umido per l’intenso stillicidio ed in leggera salita con un dislivello totale di +3.50 metri rispetto alla quota del principale dei tre ingressi. La grotta termina con stretti cunicoli che risultano impraticabili in quanto ostruiti da compatti depositi terrosi, ma che, stando ad alcune non confermate dicerie locali, condurrebbero per vie sotterranee ad altre grotte presenti sul territorio di Motta San Giovanni o, perfino, di Melito Porto Salvo.

Per approfondimenti consultate la mappa delle grotte dell’Aspromonte

NOTE:
(1) Làmia: volta, stanza con soffitto o copertura a volta. Lamiari: languire, desiderare, patire la fame, essere travagliato dalla fame per qualcosa, da cui lamiatu, affamato (G. Rohlfs). È curioso notare che anche il termine lamientu, lamento o sbadiglio (per fame?), a prima vista sembri avere la stessa radice di làmia.
(2)  F. Costabile, Minima Epigraphica et Papyrologica.
(3) Mitologica figura femminile dall’aspetto mostruoso, antropofaga ed infanticida, talvolta assimilata ad un orco, un vampiro, una strega o una creatura dal corpo in parte umano ed in parte animale. Le fonti non sono univoche nella narrazione della sua vicenda e la sua iconografia è molto variegata: presenta, infatti, caratteri fisici comuni ad altre creature del mito come la sirena o il tritone, l’arpia, il licantropo, il drago, la sfinge. Tra le sue più note rappresentazioni, vi sono quella di donna-lupo, dal corpo peloso e dotata di artigli (fig. 13-14), o anche quella di donna dal corpo di serpente o in grado di trasformarsi in rettile, capace di sedurre i giovani con l’intento di divorarli (fig. 15). Risulta, inoltre, che il termine “Lamie” potesse indicare un’ampia categoria di creature mostruose tutte accomunate da caratteristiche come metamorfosi, bestialità, voracità (intesa sia in senso alimentare, che erotico) e soprattutto antropofagia, cannibalismo o vampirismo.
(4) Nel mito e nell’epica, figura femminile di indovina o incantatrice, protagonista anche di storie ambientate in Aspromonte. Una peculiarità, che la accomuna con la Làmia, è rappresentata dal fatto che dimora anch’essa in una caverna, “l’antro della Sibilla”. Leggi la storia della Sibilla
(5) Numerosi racconti e testimonianze locali sono raccolti in La Làmia nei racconti dell’area grecanica (Vittoria Minniti, I quaderni del ramo d’oro online), opera, in cui è riportata una dettagliatissima analisi storico-letteraria della figura della Làmia e della sua evoluzione nel tempo, tanto nella mitologia, quanto nel folklore popolare. Oltre alla Grotta della Làmia, alla contrada Làmia (Fossato) ed ai vicini Campi della Làmia, nella stessa opera sono citati altri luoghi legati alla stessa denominazione, come le contrade Lami o Lamie nel borgo di Bova e Làmia a San Lorenzo e Gallina.

 

Sono Luigi Torino, classe 1996 nato a Reggio Calabria; fisico di formazione, lavoro nell’ambito della consulenza e nel tempo libero amo esplorare la natura incontaminata della Calabria e dell’Aspromonte. Sono attualmente iscritto alla Facoltà di Scienze Forestali di Reggio Calabria.
Mi sono avvicinato alla fotografia macro e di paesaggio nel 2019, dall’anno successivo ho iniziato ad interessarmi alle orchidee selvatiche e alla flora endemica della provincia reggina; al momento mi dedico principalmente alla ricerca e alla catalogazione delle orchidee presenti sul territorio. La mia fotografia strizza un occhio sia all’estetica che alla precisione della tecnica; amo spaziare dai particolari dei soggetti ritratti a foto dall’aspetto più onirico, passando per scatti ambientati e dettagli di paesaggi. Ho iniziato a scattare con attrezzatura Nikon per poi passare al sistema Olympus micro 4/3.
La passione per la natura nasce dal contatto frequente che ho avuto sin da piccolo con l’ambiente e la nostra montagna; questo legame combina il piacere della scoperta e la costante meraviglia per la variegata biodiversità dell’Aspromonte con la volontà di testimoniare le bellezze spontanee con un certo rigore scientifico. Ritengo che la Calabria sia una regione sottovalutata dal punto di vista naturalistico – a volte dai suoi stessi abitanti, ignari dell’inestimabile ricchezza a pochi passi da casa – che merita una giusta indagine non solo per la valorizzazione del suo patrimonio naturale ma soprattutto per porre un focus sulla conservazione di quanto è presente sul territorio.

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Nei primi anni del 1900 in Aspromonte furono progettati e realizzati alcuni impianti idroelettrici da Rodolfo Zehender, ingegnere reggino. La sua prima opera risale al biennio 1906/7 e riguarda la centrale idroelettrica di Bagnara ma importante per Reggio fu quanto realizzò nel 1908 sul Calopinace che fornì la città di luce elettrica.
La questione mi incuriosì e feci delle ricerche, preziosi furono i documenti conservati presso l’Archivio di Stato.
L’acqua della fiumara, in località Cartiera, veniva incanalata e dopo circa un chilometro di percorso giungeva poco sotto S. Domenica. Qui confluiva in una condotta forzata che precipitando per 74 m. metteva in moto le turbine e quindi generava l’elettricità. Ma l’acqua non finiva quì il suo lavoro. Riprendeva a scorrere in un secondo canale che terminava presso Terreti dopo oltre 3 km e precipitava con un salto di ben 272 m. nella centrale di Fallara a Cannavò.
Volevo conoscere i luoghi e quanto restava di quelle opere. Il 29 gennaio del 1995 con alcuni amici scendemmo sino ai ruderi della centrale iniziando una tra le più singolari esplorazioni che ho condotto in Aspromonte. Iniziammo a seguire il canale dove, per fortuna, non scorreva l’acqua.   Nel nostro giovanile entusiasmo eravamo certi che seguendo il canale saremmo giunti agevolmente sino a Terreti. Tralasciamo le muraglie di rovi che dovemmo superare ma il rischio maggiore lo corremmo nei tratti dove il canale era franato anche perché procedendo nel percorso, il dislivello tra noi e la fiumara aumentava sempre più. Ricordo che fummo felici di trovare un vecchio piccone che utilizzammo per scavare un minimo di appoggio nei tratti in frana. Avvicinandosi a Terreti qualche coltivo sovrastava il canale ma soprattutto delle lastre di pietra lo proteggevano dalle frane e quindi il percorso divenne meno problematico.
Ultima sorpresa un tunnel di circa 100 m. sufficientemente alto da poterci camminare quasi eretti. Due targhe di marmo poste all’entrate indicavano la data del 1908: incredibile il lavoro che sarà occorso in quell’epoca per realizzare una simile opera.
Questa la breve cronaca di quell’avventura. Negli anni successivi visitai altre volte quei luoghi fino a quando, nel 2008, fui felice di vedere che l’impianto fu recuperato e le centrali riattivate.
E non fu l’unico. Furono ripristinate anche le centrali idroelettriche di Favazzina e di Vasì.
Caso abbastanza raro di ruderi che tornano a nuova vita: un altro Aspromonte.
Il percorso è comunque molto pericoloso e sconsiglio chiunque di rifarlo.

Accontentavi delle immagini e di uno spettacolare video  di Gino Fonte

di Giuseppe Arcidiaco

Si tratta di imponenti blocchi di arenaria modellati dagli agenti atmosferici, in particolare venti e precipitazioni, che si ergono verticalmente emergendo dal suolo terroso di contrada Crìvini (1) (o Passo di Martino) nel comune di Montebello Ionico, a monte della frazione di Fossato Ionico. Il singolare profilo, a tratti incavato, di alcuni di essi fa perfino suppore l’intervento antropico, ma la natura nel creare quelle che ci sembrano stranezze non ha bisogno dell’uomo.
Uno dei più alti pinnacoli presenta una profonda cavità di forma pressoché cilindrica che lo attraversa longitudinalmente per quasi tutta la sua altezza: un canale profondo e stretto che termina con un fondo chiuso in prossimità della base dello sperone roccioso. Eroso dallo scorrere dei secoli, il blocco di roccia ha finito per spaccarsi in due metà rivelando le pareti interne del pozzo. Queste si presentano scolpite da solchi circolari concentrici che ricordano quasi l’azione di una grossa trivella o il foro lasciato da un carotaggio. L’origine è di certo naturale ma la singolarità di queste sculture colpisce il visitatore.
Un analogo geologico potrebbe essere individuato nelle Marmitte dei Giganti, profonde depressioni circolari talvolta presenti in rocce carsiche, originatesi dall’erosione delle stesse causata dallo scorrimento di acque fluviali o di scioglimento di un ghiacciaio. Le infiltrazioni d’acqua che si incanalano all’interno di una fessura nella roccia o di un crepaccio, possono infatti confluire formando copiose e rapide correnti che, a loro volta, seguendo il profilo della cavità, possono iniziare a vorticare esercitando un intenso lavoro di erosione sulle sue pareti ed un’elevata pressione laterale e sul fondo.
Un simile meccanismo spiegherebbe l’origine del pozzo scavato nel pinnacolo e dei solchi circolari presenti sulle sue pareti interne. Un’iniziale cavità di tenera arenaria potrebbe essere stata, infatti, ampliata ed ulteriormente scavata dall’acqua vorticante al suo interno, la cui azione abrasiva sarebbe stata resa ancora più efficace dalla presenza di sabbia, ghiaia e particolato in sospensione, distaccatosi dalla stessa roccia sedimentaria e trascinato dall’alta velocità del flusso rotante. Restano singolari il fatto che tale cavità si sia sviluppata verticalmente lungo l’asse di uno sperone roccioso e la sua simmetria quasi perfettamente cilindrica. Va necessariamente precisato, però, che, nel corso di milioni di anni, fenomeni sismici e processi di orogenesi in generale possono avere cambiato le condizioni geologiche del sito e la stessa posizione ed orientazione del blocco di arenaria, rispetto al momento in cui il canale è stato scavato dall’acqua.
Al di là delle ipotesi sulle sue origini, i pinnacoli di Crìvini restano un luogo affascinante ed evocativo che arricchisce ulteriormente quel variegato mosaico di ambienti e paesaggi che è l’Aspromonte.

1) Su Google Maps la contrada è indicata come Pitea ma i fossatesi, da noi consultati, attestano il toponimo “Crìvini”. Tant’è che è ancora vivo il modo di dire, attribuito a una persona di scarsa intelligenza: “si drittu comu a strada i Crìvini”. La contrada è infatti attraversata da una strada tortuosa.

etimologia forse da crivo, setaccio per la forma cilindrica di alcune rocce

Itinerario descritto nel libro Porpàtima

Si ringraziano Fabio Macheda, Mimmo Pellicanò e per alcune foto Alfonso Morabito