La lavorazione della Ginestra in Aspromonte

di Giuseppe Arcidiaco

Introduzione, l’arbusto della Ginestra
Molte sono le fibre di origine vegetale utilizzate fin dall’antichità per ricavarne tessuti, cordami e stoffe: la canapa, la juta, il lino, il cotone, l’agave, la rafia. Tra le più umili e diffuse materie prime impiegate nella tessitura c’era la ginestra, che cresceva spontaneamente tanto sui versanti delle montagne aspromontane, quanto nei terreni più aridi, prossimi alle coste calabresi, scottate dal sole, ricche di salsedine e con forti limitazioni idriche. Un arbusto sempreverde estremamente tenace e resistente che, come scriveva Leopardi, sparge i propri cespi perfino sui pendii rocciosi e riarsi del Vesuvio, proteggendoli peraltro dalle frane grazie a radici molto estese e robuste che penetrano nel terreno per oltre 2 m di profondità. In Calabria, le due specie di Ginestra maggiormente diffuse sono: la Ginestra odorosa (Spartium junceum), che cresce a 800-900 m di quota e la Ginestra dei carbonai (Cytisus scoparius) che predilige quote anche superiori, fino a 1500 m; entrambe presentano fiori gialli e fitti rami giunchiformi di colore verde scuro dal cui libro era estratta la fibra tessile per macerazione degli steli della pianta stessa.

 

Il processo di lavorazione
La ginestra, la cui lavorazione si tramanda nel Mediterraneo dall’epoca greco-romana, veniva falciata nei mesi estivi, da luglio a settembre e raccolta in fasci. Gli steli (vermene) erano poi immersi in acqua bollente, a cui era talvolta aggiunta della cenere, per circa un’ora, finché da verdi scuro, divenivano giallastri. Ciò, allo scopo di iniziare il processo di degradazione della lignina che tiene le fibre saldamente unite. Il passaggio successivo consisteva nell’immersione degli stessi fasci nell’acqua corrente delle fiumare per circa otto giorni, assicurandoli al fondo tramite pesanti sassi. Questa fase della lavorazione serviva a rammollire in modo naturale, per degradazione batterica, tutte le parti dello stelo che sarebbero state successivamente eliminate. Recuperata la poltiglia dall’acqua (nei gurnali), veniva poi scorticata strofinandola con la sabbia delle fiumare, finché, di ogni stelo, non restava solo la componente fibrosa (la stuppa o filaccia), che veniva essiccata al sole. Questa procedura di estrazione era poi completata e perfezionata percuotendo gli steli, posti su un ceppo o un masso, con una pesante mazza di legno. Altri vegetali dagli steli più rigidi, come agave, lino e canapa, venivano decorticati meccanicamente utilizzando specifici arnesi come il mangano o la maciulla. Attraverso il processo di cardatura, effettuato tramite specifici pettini, si eliminavano resti lignei ed impurità e si rendevano parallele le fibre, inizialmente aggrovigliate. Allo stesso modo, la fibra più interna e più fine veniva separata da quella più esterna e grossolana, impiegata nella fabbricazione di grezzi, ma robusti sacchi per la conservazione dei cereali e della farina, stuoie o anche di cordami sfruttati per le barche, nell’agricoltura e per gli animali da traino. Con la stuppa cardata più fine e pregiata si producevano coperte, lenzuola, tovaglie da tavola e strofinacci. Tali tessuti, inizialmente un po’ rigidi, si ammorbidivano per i continui lavaggi, perdendo anche il loro iniziale colore ecrù e diventando via via più bianchi. Anche la fibra di più alta qualità si presenta, comunque, piuttosto grossolana ed irregolare, con lunghezze variabili comprese tra i 5 ed i 10 cm. Dopo la cardatura, la fibra era poi filata (tramite conocchia e fuso) e raccolta in matasse, tramite strumenti, naspa e matassaru e, in base alla destinazione d’uso, alcune di esse potevano venire tinte con pigmenti di origine vegetale, immergendole interamente in un liquido colorante, ottenuto dall’ebollizione in acqua di fiori, radici ed erbe e lasciate poi raffreddare al suo interno. A tintura ultimata, i filati venivano ripescati ed appesi ad anelli di filato grezzo per l’asciugatura al sole, assicurandone il bandolo all’anello stesso e l’estremità inferiore ad un peso, affinché il filo non si ingarbugliasse. I fili ormai asciutti venivano avvolti in matasse o gomitoli e conservati in ceste, pronti per essere tessuti e trasformati in biancheria, tendaggi, arazzi, tovagliati, copriletti, coperte, tappeti e capi corredo artigianale, fra cui anche borse, cinture e cappelli.

 

Impieghi e utilizzi, una tradizione da riscoprire
Dai germogli, prima o durante la fioritura di alcune varietà di ginestra (Genista tinctoria) si ricava un colorante giallo paglierino, molto persistente, utilizzato come tintura per tessuti. A partire dai suoi fiori essiccati, tramite solventi o distillazione, si possono estrarre oli essenziali dall’aroma caldo e avvolgente. I rami secchi erano, inoltre, utilizzati per la fabbricazione di scope e panieri o sfruttati come combustibile per alimentare i fuochi di caminetti, stufe e forni a legna, ma il suo utilizzo più peculiare riguardava la produzione della seta. I bachi da seta venivano allevati su piani di canne intrecciate (canizze), nutrendoli con foglie di gelso. Quando raggiungevano la maturità, sulle canizze venivano posti folti rami di ginestra, sui quali le larve si arrampicavano e tessevano i bozzoli di seta. L’antichissima tradizione del panno ginestrino conobbe una grande diffusione e rivalutazione in Italia dal ventennio fascista fino al secondo dopoguerra, quando le condizioni di povertà costrinsero molte famiglie italiane a sfruttare al massimo le risorse vegetali locali. In realtà, dietro un tale sviluppo, ci furono ragioni anche di carattere ideologico-politico. Durante il Fascismo, i prodotti della tessitura della Ginestra divennero uno strumento per l’autosufficienza ed indipendenza economica dell’Italia dai Paesi esteri, un tentativo del Regime di raggiungere un’autarchia permanente e definitiva, attraverso lo sfruttamento intensivo del suolo italiano e rifiutando le materie prime di importazione, per la produzione di capi di vestiario. In particolare, nel Mezzogiorno d’Italia sorsero numerosi ginestrifici per la lavorazione delle vermene, scomparsi dopo la Seconda Guerra Mondiale. Un manuale illustrava la coltivazione e la lavorazione. In provincia di Reggio Calabria ne erano segnalati diversi, nei comuni di Bova, Africo, Reggio Calabria. A testimonianza di ciò, in Aspromonte si trovano ancora i ruderi di antichi lavatoi per l’ammollo dei fasci di Ginestra. Sebbene degli opifici del periodo fascista non rimanga traccia, in Calabria, nelle famiglie più povere, si continuò ancora per anni ad utilizzare la fibra di Ginestra, decorando i tessuti con motivi ornamentali geometrici, testimoni del passato bizantino.
Oggi la potenziale diffusione su larga scala dell’industria della Ginestra è impedita dalle specifiche difficoltà di lavorazione ed estrazione della fibra, che risulta saldamente legata ai tessuti corticali e può presentare impurità. Per tali ragioni non esiste attualmente una filiera sviluppata della Ginestra, come accade per altri tipi di fibre vegetali e animali, anche se i sottoprodotti della lavorazione della pianta, scarti legnosi e parti cellulosiche, possono trovare applicazione nell’industria dei pannelli o per la produzione di pasta da cellulosa, per le loro ottimali caratteristiche meccaniche di resistenza ed elasticità.
Ci auguriamo però che, grazie al rinnovato l’interesse per le fibre naturali e la riscoperta di antiche tradizioni, l’uso della Ginestra non rimanga una pratica marginale.

 

Fonti

  • “Come si utilizza la ginestra”, Angelo Boggia, Roma 1942.
  • La Tessitura, Scuola Media Statale di Bova Marina “Mons. Dalmazio D’Andrea”, a.s. 2000/2001, Calabria Letteraria Editrice.
  • Prospettive economiche dell’utilizzazione della ginestra odorosa nel Parco Nazionale dell’Aspromonte, Baldari, D. Di Gregorio, 2007.
0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *