Giuseppe Vottari è un fotografo che inizia a muovere i suoi primi passi nel mondo della fotografia nel 2013, studiandola in modo autonomo da autodidatta. Con il tempo, ha ampliato il suo campo di interesse, specializzandosi principalmente nella fotografia di paesaggio, ma anche in quella astratta, minimalista e di ritratto.

Oltre alla sua carriera fotografica, Giuseppe ha intrapreso anche un percorso accademico che lo ha visto laurearsi prima in Scienze Turistiche e successivamente in Valorizzazione dei Sistemi Turistico-Culturali presso l’Università della Calabria.

La passione per la fotografia è profondamente legata ad un’altra passione quella per la montagna. Un legame che nasce fin da piccolo, grazie a suo nonno, grande conoscitore dell’Aspromonte, che lo portava spesso in montagna. Successivamente, la stessa passione è stata condivisa con il padre e lo zio, creando così un legame familiare molto forte con quei luoghi. L’Aspromonte è per Giuseppe un ambiente familiare, ma anche un modo per “solcare i passi” e riscoprire in qualche modo coloro che sono venuti prima di lui. Ogni volta che può, sia da solo che in compagnia qualche amico, Giuseppe sale sulle vette di questa montagna per scattare fotografie o semplicemente per godersi una passeggiata.

Giuseppe considera l’Aspromonte una montagna maestosa, trascendentale, a tratti mistica e inaccessibile, ma che riesce comunque a offrirgli spunti di riflessione, tanto personali quanto fotografici, un luogo dove poter trovare risposte al riparo dai frenetici ritmi della società.

Suggerisco un’escursione adatta alla stagione invernale perché breve e senza copertura arborea. La meta sono i ruderi di una chiesetta poco conosciuta e intitolata a San Niceto, ubicata nel comune di Bova Marina. L’accesso non è agevole trovandosi su di una collina scoscesa. Grazie alla sensibilità del proprietario dell’area, avv. Amilcare Mollica, fratello del compianto prof. Edoardo, sono stati realizzati alcuni scalini e dei picchetti in ferro.

Vi sono stato la prima volta nel 1985 guidato dal prof Domenico Minuto e tornandoci di recente ho dovuto constatare lo stato precario in cui versa il monumento, con il lato ovest che sta per franare nel sottostante vallone. Andate a vederlo prima che scompaia!

Il sito è stato studiato sia per la chiesa datata al X secolo che per gli insediamenti preistorici tra il 1100 e il 900 a.C.

Della chiesetta e di come raggiungerla trovate qui dettagliata descrizione.

Del sito preistorico qui la relazione degli scavi condotti dal prof. John Robb.

Ai piedi della collina ove trovasi la chiesetta, immerso in un florido agrumeto, vi è l’ agriturismo Rio Rosa dell’ospitale avv. Mollica.

 

di Giuseppe Arcidiaco

A circa 2 km da Gambarie, al confine tra i territori di Reggio Calabria e di Santo Stefano d’Aspromonte, si trova il rudere di un edificio, riportato sulle carte topografiche dell’IGMI come Grotta di San Silvestro. Tale denominazione è, però, impropria in quanto non si tratta di una cavità naturale, bensì del catino absidale di quello che presumibilmente era stato un luogo di culto di epoca bizantino-normanna (databile attorno al XII secolo) collocato sull’antica via che collegava la marina di Gallico al profondo Aspromonte ed al santuario di Polsi.
Il manufatto sorge nella zona oggi denominata due fiumare, in quanto vi confluiscono i torrenti Chalica (anche detto Troia, asta principale del Gallico) e Mitta. Nessuna testimonianza o documentazione è stata, al momento, trovata riguardo la sua funzione, che rimarrà una questione aperta finché un’eventuale campagna di scavi archeologici non porterà alla luce le restanti strutture murarie, attualmente interrate. Sull’edificio, incassato alle pendici del monte Basilicò, aleggiano diverse leggende legate al Santo, il quale si sarebbe ritirato in meditazione in questi luoghi dell’Aspromonte oppure ivi rifugiato per sfuggire alle persecuzioni. Per tali ragioni gli sarebbe stata dedicata una chiesa. Tutto ciò è frutto della tradizione popolare e privo di fondamento storico, sebbene nei secoli l’Aspromonte sia stato la dimora di numerosi eremiti basiliani dediti al lavoro, alla preghiera ed alla contemplazione. La spiritualità orientale di rito greco, all’epoca diffusa tanto sulle coste ioniche della Calabria quanto nell’entroterra aspromontano, non era caratterizzata da grandi cenobi ordinati secondo regole monastiche scritte e ben definite; era, invece, molto spontanea e praticata da singoli eremiti ed asceti che trovavano riparo in romitori isolati tra le montagne, lontani dai centri abitati. Tesi alternative riguardo la funzione del rudere suggeriscono, infatti, l’iniziale presenza di una grotta naturale, rifugio del Santo o, più probabilmente, di qualche altro eremita, a cui sono state successivamente aggiunte strutture murarie per enfatizzarla, glorificarla o magari proteggerla dalle piene dei torrenti.

Papa Silvestro I, pontefice dal 314 d.C. al 31 dicembre 335 d.C. e venerato come santo dalla Chiesa Cattolica (si celebra l’ultimo dell’anno, giorno della ricorrenza della sua morte), visse ai tempi dell’imperatore Costantino che, stando alla leggenda, guarì dalla lebbra suscitandone la conversione al cristianesimo. Ma, più che a San Silvestro, la denominazione del rudere potrebbe essere legata al termine latino silva, che sta per selva o bosco; a tal proposito ricordiamo la Chiesa di Santa Maria del Bosco sita all’interno del centro abitato della vicina Podargoni. A favore dell’ipotesi dei resti di una chiesa bizantina, sono in parte visibili, all’interno dell’abside, due piccole nicchie simmetriche di forma rettangolare riempite di sedimenti, presumibilmente con le funzioni di pròthesis e diakonikòn. Nelle chiese di rito orientale, la pròthesis era la zona a sinistra del presbiterio (bema), dove venivano conservate le offerte della mensa eucaristica, mentre il diakonikòn, a destra, era destinato ai diaconi, alla raccolta delle offerte dei fedeli ed al deposito delle suppellettili sacre; entrambe le strutture erano generalmente dotate di abside. Nel rudere non è, invece, visibile il piano di calpestio perché completamente interrato. Inoltre, era consuetudine che l’altare fosse rivolto ad oriente; in questo caso, l’arco absidale, lievemente ogivale, risulta orientato ad est-nord-est (70°). I materiali utilizzati sono pietra e pomice lavica.

La presenza di una chiesa immersa nella boscaglia e lontana dai centri abitati è la testimonianza di una montagna profondamente antropizzata sia per l’industria boschiva, che reggeva l’economia di interi comuni, sia per i continui pellegrinaggi verso il santuario di Polsi da tutta la Calabria e dalla Sicilia. Risale al 1152 infatti un episodio narrato nella biografia di San Lorenzo di Frazzanò (Messina) che trovandosi a Santa Domenica di Gallico (RC) si recò a Polsi.
L’alveo del Gallico, ben diverso dall’attuale, era appunto tra le principali vie di comunicazione e di scambio, in particolare per chi attraversava lo Stretto per raggiungere l’Aspromonte.
Ora avvolto da una vegetazione impenetrabile nel passato il sottobosco era invece utilizzato per gli usi civici e persino il greto del fiume veniva coltivato, seppur stagionalmente, con le nasite, “piccole isole”.

La Grotta di San Silvestro può essere raggiunta da diversi punti (Podargoni, Mannoli, Santo Stefano, Basilicò) ma resi disagevoli per l’abbandono dei luoghi e il ritorno prepotente della natura che sta riprendendo gli spazi una volta curati dall’uomo. L’itinerario che suggeriamo ha inizio da Santo Stefano, evidente per un tabellone che lo illustra e posto sulla SP7 nei pressi della Fondazione Exodus.
Per la descrizione del percorso rimandiamo a pag. 237 del libro Passi, natura e storia in Aspromonte dal quale sono tratte le informazioni tecniche e costruttive relative al rudere.
Un luogo celato da una fitta vegetazione dove un antico manufatto, seppur misterioso, ci parla della ricchezza dell’Aspromonte.

Approfondimenti
L’episodio di San Lorenzo di Frazzanò è narrato nel libro Montalto, cima dell’Aspromonte
I dati dendrometrici dell’eucalipto sono riportati, insieme a molti altri alberi, nella Mappa degli alberi monumentali

Note: non esistendo immagini dell’ipotetica chiesa di San Silvestro, tra le figure si riportano le rappresentazioni di pianta, prospetti e sezione della Cattolica di Stilo, massimo esempio di architettura medio-bizantina calabrese, tratte da Charles A. Cummings, A history of architecture in Italy from the time of Constantine to the dawn of the Renaissance, 1901.
Si ringrazia Stefano De Luca

Frequento le nostre montagne sin dal 1980 con una certa continuità. Tra i numerosi interessi che ho avuto negli anni quello fotografico mi ha permesso di coniugare le due passioni ovvero trekking e fotografia.
Ho avuto modo di partecipare alle prime e principali organizzazioni associative di trekking in Aspromonte come Gente in Aspromonte, il G.E.A., il C.A.I. e le minori come Gruppo Archeologico dell’Amendolea, Grecanica Trekking e Kalabria Experience.
Un’altra passione che mi accompagna sin da quando ero adolescente è la curiosità prima e l’amore in seguito, per l’Africa. Ovviamente è molto generico parlare di Africa per le numerosissime etnie, culture e paesaggi che la compongono tuttavia dei numerosi viaggi fatti da nord a sud non ce n’è uno che mi abbia deluso.
Nel 2005 inizio la mia esperienza volontariato occupandomi di progetti realizzati in Niger per conto dell’associazione Bambini nel Deserto, in quel periodo pubblico un libro fotografico sui Tuareg del Niger.
Nel 2008 insieme ad altri amici fondiamo l’Associazione Gente d’Africa OdV e da allora mi occupo di seguire i progetti in Niger, Burkina Faso e Benin.
Fotografo da sempre con attrezzatura Nikon passando dalla Nikon FM (totalmente manuale e meccanica) alla ultima reflex Nikon D850.
I primi scatti sono stati principalmente realizzati in pellicola diapositiva ma una volta scoperto il digitale (nel 2005) ho iniziato a fotografare con la Nikon D70 e da allora devo ammettere di non essere mai più tornato indietro.
Purtroppo, il lavoro da fare per digitalizzare le diapositive dei miei primi scatti è impegnativo ma spero di riuscirvi.
Le immagini che vi presento sono monocromatiche perché attualmente mi sento più vicino a questa forma espressiva. Spero tanto possano trasmettervi curiosità e, perché no, anche qualche emozione.

I sentieri, le mulattiere, sono stati per secoli le arterie della montagna, lungo le quali è fluita la vita.
Il sistema viario che innervava l’Aspromonte ha subìto importanti trasformazioni soltanto dopo la decadenza delle vetture animali e l’uso quasi esclusivo dei mezzi meccanizzati, che hanno cancellato molti tracciati e hanno reso lontanissimi fra loro luoghi un tempo raggiungibili con molto minore difficoltà e fatica.

L’uso degli automezzi ha radicalmente cambiato tale viabilità. Con la realizzazione della strada statale e della ferrovia sulla costa e con lo spostarsi alla marina di molti servizi (scuole, sanità, ecc.) quasi tutte le strade o, comunque, le principali, convergono da più di un secolo sulla litoranea.
Il sistema ha subito un capovolgimento, è divenuto a pettine con i paesi che sono collegati alla costa ma non più tra loro. Gli abitanti di centri che si guardano da un versante all’altro di una vallata e che sino a meno di un secolo fa comunicavano agevolmente tra loro, ora devono scendere alla costa per una decina di chilometri, percorrere un tratto di strada statale e poi risalire per un’altra decina di chilometri sino al borgo dirimpettaio.
Inoltre, negli ultimi decenni, la progressiva desertificazione delle aree interne che ha reso disabitati diversi centri montani e la scomparsa dei lavori agricoli e artigianali che li rendevano viventi, hanno contribuito a rendere inaccessibili o del tutto cancellate molte antiche vie.

Geograficamente l’Aspromonte si può suddividere in due comprensori. Il Dossone della Melia, esteso dalla Limina, confine nord con le Serre, sino ai piani di Zillastro: una dorsale tabulare a forma di stretto istmo che si sviluppa lungo l’asse nord-est sud-ovest. Dai due bordi dell’esiguo pianoro si dipartono verso la Piana di Gioia Tauro e poi il Tirreno o verso lo Ionio, vallate fluviali fortemente incise. Il sistema viario è pertanto costituito da un’asse principale (la Via Grande, la Carrera) che segue facilmente e senza dislivelli la dorsale. Da questo si dipartono, dai due versanti, percorsi istmici che, seguendo i crinali, perdono rapidamente quota e conducono velocemente alle marine.  Un sistema a lisca di pesce!
La parte centrale del massiccio è un acrocoro, assimilabile a una piramide, a una zampa d’oca, solcato a raggiera dalle fiumare, corsi d’acqua a carattere torrentizio. L’asperità del paesaggio è addolcita dai piani, cioè da campi pianeggianti che, come immensi balconi, si affacciano sul mare. Proprio tali terrazzi costituivano un comodo raccordo tra le diverse vallate. Disposti quasi a corona, facevano quasi da alternativa alla dorsale tabulare. Tale uso è confermato da diversi toponimi quali Scala, Scalone a segnalare un salto di quota importante.

L’antica viabilità offriva, dunque, una facilità di movimento e una consuetudine a spostarsi lungo e attorno l’Aspromonte attestata dai racconti dei tanti santi, viaggiatori, soldati, artigiani, pellegrini, pastori che hanno camminato per questa montagna.
Anche la denominazione “arretumarina”, attribuita dagli abitanti di un versante al versante opposto, esprime come la montagna non fosse ostacolo, ma cerniera.

Delle antiche vie, cadute nell’abbandono, rimane purtroppo solo qualche tratto, ma sufficiente per apprezzare la maestria di chi le realizzò. Seguirle regala emozioni uniche.

Approfondimenti:

  • Antichi Passi, un libro sull’antica viabilità
  • Nel volume “Segni dell’uomo nelle Terre Alte d’Aspromonte” trovate il rilievo di una di queste antiche vie.
  • “Questo è Aspromonte” è una pagina FB e un canale YouTube dove Domenico Malaspina e Demetrio Orlando descrivono la loro metodica ricerca delle antiche vie.
  • Sulla viabilità antica del Mezzogiorno e della Calabria hanno scritto i prof. Gian Piero Givigliano e Pietro Dalena dell’Unical, per l’Aspromonte Domenico Raso, Enzo Spanò, Domenico Minuto, Giancarlo Cataldi ed altri.

No, tranquilli, non si tratta di un incendio nel cuore dell’Aspromonte.
È quanto riferiscono le cronache di oltre un secolo fa quando si credette che Montalto potesse essere divenuto un vulcano. Notizia che ho trovato sulla rete, probabile fake news, ma che ho voluto approfondire.
Effettivamente all’Archivio di Stato di Reggio Calabria (INV. 38, B. 25, N. 833) ho trovato la corrispondenza che pubblico.

Siamo nel gennaio del 1895. Appena due mesi prima, il 16 novembre del 1894, si era scatenato un terribile terremoto nel circondario di Palmi che aveva provocato danni, feriti e morti.
Le scosse sismiche si susseguirono per diverso tempo e la popolazione era in preda al terrore.
In questo clima di paura mista ad ignoranza si colloca quanto scrive il 24 gennaio del 1895 un certo signor Greco da Sant’Eufemia in un telegramma indirizzato al Prefetto di Reggio Calabria:

Contadini, reduci monti, esterrefatti riferiscono apertura cratere Montalto eruttante colonna fumo rosseggiante. Procederemo ispezione, riferirovvi. Avvisate Comitato”.

L’indomani Michele Fimmanò, Regio Commissario per la gestione dell’emergenza terremoto, aggiunge particolari telegrafando, sempre da Sant’Eufemia, al Prefetto:

“Seppi stamane via Delianuova che tre contadini colà arrivati narravano delle cime di monti prospettanti Montalto aver osservato che dalla sommità di esso monte veniva fuori un enorme colonna fumo rosseggiante simile ad un pino piegantesi a terra col vento, e che poi si raddrizzava. I tre contadini tornavano Delianuova esterrefatti. Non le ho telegrafato perché fenomeno fumo simile ad un pino, forma osservata Plinio anno 79 Cristo, Vesuvio, mi ha sorpreso ed ho disposto esplorazione domani facendola intesa risultati”.

La notizia, quindi, prende sempre più corpo e rimane solo da attendere che gli esploratori compiano la loro missione. Nel frattempo, la paura si diffonde tra la popolazione.

Ma il terzo, e anche ultimo, telegramma del Regio Commissario il 26 gennaio recita:

“Esploratori mandati osservare Montalto ritornano senza essersi potuti avvicinare immensa quantità neve caduta. Da Delianova mi arrivano notizie che luoghi presso Montalto da più tempo osservavansi fenditure del suolo in senso trasversale, rispetto al corso di fiumi e che in quella località vi furono sempre scoscendimenti e frane. I rombi che spesso si avvertono pare procedano dal Montalto, e ier sera ore 18,50 fu avvertito rombo enorme, mugghiante accompagnato vivo bagliore. A saper cosa occorre tempo sereno e che neve dacciata (ndr “ghiacciata”) permetta potervisi avvicinare.”

Rimase perciò un mistero cosa fosse la “colonna di fumo rosseggiante” e il “rombo enorme, mugghiante accompagnato vivo bagliore”.
Quello che possiamo affermare con certezza è che Montalto non fu mai un vulcano se non per un fenomeno di suggestione collettiva.
Insomma, una fake news di oltre un secolo fa.

P.S.: appena 6 anni dopo, nel 1901, proprio sul Montalto venne tranquillamente installata la statua del Redentore.

A proposito di un vulcano in Aspromonte altrettanto falso è che alcune pietre con caratteristiche vitree ritrovate nell’area di Ferraina siano lava. Lo ha spiegato di recente il prof. J. Robb.

di Luigi Dattola

L’Aspromonte offre spesso spettacoli naturali poco noti ai più. Da qualche decennio, però, grazie anche all’iniziativa di gruppi escursionistici organizzati, associazioni e/o di singole persone interessate al territorio calabrese per i suoi molteplici aspetti, si sta riscoprendo una Calabria poco conosciuta in ambito italiano se non addirittura nello stesso ambito regionale. A volte basta poco per riscoprire un luogo, farlo conoscere ed apprezzare sia per il suo interesse naturalistico che per quello scientifico in senso stretto.

Si trova riportato in un volume scritto da Melograni, “Descrizione geologica e statistica di Aspromonte e sue adiacenze” del 1823, di alcune miniere di rame lungo il corso del torrente Valanidi che, gestite dai tedeschi, avevano fornito minerale alle fonderie di Reggio Calabria. Tuttavia, a parte il minerale estratto dal cunicolo lungo la Stroffa, affluente del Valanidi, le ricerche non avevano dato esito ed erano state per questo abbandonate.
Tale argomento, comunque, doveva aver avuto un certo rilievo dal momento che diversi autori ne avevano fatto cenno, tra questi De Stefani nel 1883 ed Emilio Cortese, nel suo volume “Descrizione geologica della Calabria” del 1935, ancora oggi ricco di interessanti spunti per ricerche di natura geologica nel territorio calabrese.

La località si trova nelle vicinanze il centro abitato di Trunca ed era stata esplorata con rilievi di superficie e, come già accennato, attraverso la realizzazione di piccoli cunicoli scavati a mano nella dura roccia metamorfica che caratterizza i luoghi.
Fatti di questo genere, in una regione che raramente ha visto l’interesse per lo sfruttamento delle risorse del sottosuolo, oggi fanno certamente notizia, immaginiamo quanto risalto abbia potuto avere 150-200 anni fa e oltre.
I racconti relativi a tali ricerche, infatti, sono ancora oggi vivi fra gli abitanti del posto, anziani o giovani che siano e si tramandano di padre in figlio come fossero leggende, qualche volta ingigantendo la realtà.
Prima ancora di avere tra le mani testi che mi facessero conoscere l’esistenza di vecchie ricerche di rame ho avuto la fortuna, in una delle mie tante esplorazioni mineralogiche, di conoscere persone del luogo che mi posero la domanda: “circati a petra virdi?”. Di lì a poco mi trovai davanti a un anziano signore che abitava nella piccola frazione di Sapone che mi diele le informazioni per raggiungere un posto “speciale”.

Le indicazioni e le descrizioni avute lasciavano facilmente intuire la possibilità di rinvenire, quantomeno, mineralizzazioni interessanti. Con le informazioni appena ricevute la mia escursione proseguì lungo il torrente e, venendo fuori da una zona invasa dalla vegetazione, mi trovai davanti uno spettacolo tanto straordinario quanto insolito: una porzione di costone roccioso dalla colorazione verde-blu molto accesa che spiccava sullo sfondo scuro. Da alcune fratture della parete rocciosa trasudava acqua ricca di composti del rame e del ferro (carbonati e solfati idrati). Poco a monte, inoltre, rinvenii azzurrite e malachite che riempivano le piccole fratture della roccia.

È evidente come ciò rappresenti un fenomeno di rilevante interesse scientifico, trattandosi di un ambiente di neoformazione per alcuni minerali che, tante volte, si cerca di ricostruire in laboratorio con costi elevati, ma anche un luogo di grosso interesse naturalistico ed estetico.
Altre volte mi sono recato sul posto a prelevare campioni da sottoporre ad analisi e per condurvi docenti dell’Università della Calabria che hanno mostrato interesse per il fenomeno. Dalle ricerche e dalle analisi compiute presso il Dipartimento di Scienze della Terra dell’UNICAL oggi sappiamo che, oltre alla malachite e all’azzurrite, si è identificata la calcantite la serpierite e la woodwardite, minerale esteticamente non pregevole ma raro.

Didascalie dei campioni minerali
2 Azzurrite su matrice rocciosa costituita da gneiss. Campione 15x9cm
3 Associazione di microcristalli di azzurrite. Campo inquadrato: 5mm circa
4 Microcristalli di calcantite. Campo inquadrato: 4.6mm circa

Fonti

  • Cortese E. (1934). Descrizione geologica della Calabria. Tipografia Mariano Ricci, Firenze (ristampa della I edizione del 1895).
  • De Stefani C. (1882). Escursione scientifica nella Calabria (1877-78). Jejo, Montalto e Capo Vaticano. Atti della Reale Accademia dei Lincei, serie 3, Memorie, Classe di scienze fisiche, matematiche e naturali, 18, pp. 3-290.
  • Melograni G. (1823). Descrizione geologica dell’Aspromonte e sue adiacenze con aggiunta di tre memorie concernenti l’origine dei vulcani, le grafiti di Olivadi e le saline delle Calabrie, nella stamperia Simoniana, Napoli.

Nei pressi interessante la Grotta della Lamia

 

Il castagno era detto l’albero del pane dei poveri o albero della vita dato che i suoi frutti sono stati per secoli un alimento fondamentale nelle regioni montane.
Da un’attenta indagine del prof. Angelo Gligora abbiamo il racconto di come nel secolo scorso anche ad Africo avesse enorme importanza la castagna, cibo fondamentale per tutto l’inverno. La presenza di un esteso castagneto comunale era una risorsa vitale per gli africoti.
Ecco quanto ci hanno raccontato ad Africo Nuovo nel novembre 2024, con dovizia di particolari, le signore Maria Nocera di Africo e Concetta Palamara di Casalnuovo (frazione di Africo), ultranovantenni, che ringraziamo per la preziosa testimonianza.
La voce rotta dall’emozione e gli occhi lucidi sono segno delle sofferenze, delle indicibili fatiche provate ad Africo dove sono nate e vissute fino all’alluvione del 1951.

“Ad Africo Vecchio c’era un grande castagneto di proprietà del Comune con delle piante secolari che per la sua qualità dava una produzione importante per poter superare il periodo invernale. Per venire incontro alle famiglie meno abbienti l’amministrazione comunale ne consentiva la raccolta senza alcun pagamento. Gli abitanti che volevano raccogliere le castagne dovevano fare domanda al Comune per avere l’assegnazione delle piante per nucleo familiare.
Il Comune nel mese di settembre incaricava un suo addetto (u stimaturi) a recarsi sul posto dove stimava e assegnava le piante di castagno in proporzione al numero dei componenti del nucleo familiare richiedente. L’estimatore nella sua funzione di persona di fiducia del Sindaco indicava anche il periodo utile per la raccolta che andava dal 1° di ottobre al 1° di novembre. Durante questo mese interi nuclei familiari, grandi e piccoli, si spostavano dal paese al castagneto che brulicava di persone intente alla meticolosa raccolta del prezioso frutto.
Dal 2 di novembre, giorno della Commemorazione dei Defunti, il Comune con i suoi uffici dava notizia che il castagneto era libero (dai vincoli precedenti), l’assegnazione alle famiglie cessava e quindi tutta la popolazione poteva raccogliere le castagne che erano rimaste sul terreno, sugli alberi e quelle che cadevano giornalmente.
Il castagneto, pertanto, si ripopolava di cittadini, che magari per aumentare la quantità già raccolta accorrevano in massa.
Dei tignanisi, gli abitanti della frazione di Casalnuovo, in pochi beneficiavano del castagneto comunale. Utilizzavano, chi li possedeva, castagni privati, fuori dal centro abitato e in posti lontani e di difficile accesso.

La castagna rappresentava un alimento indispensabile per tutta la popolazione, perché si consumava fresca durante tutto l’inverno, ma era molto importante per quanti dovevano andare a coltivare i terreni o allevare gli animali fuori dal centro abitato. Costituiva il pranzo per tutta la giornata.
Le castagne si prestavano a diversi usi: caldarroste, bollite ma principalmente infornate. Molto importante per la conservazione delle castagne fresche era la cosiddetta infossata o ‘mpossata.

Anzitutto si individuava il posto, un albero possibilmente vicino la propria casa sotto il quale si dovevano infossari le castagne. Per timore che potessero essere rubate alcuni le infossavano dentro casa facilitati dal fatto che il pavimento era in semplice terra battuta.
La conservazione avveniva con molta cura scegliendo le castagne migliori, senza intaccature e compatte. Si scavava una fossa delle dimensioni adeguate alla quantità di castagne e si portava della sabbia dalle fiumare che si disponeva nel fondo della fossa. Vi si appoggiava uno strato di castagne, si ricoprivano con la sabbia e si mettevano altre castagne. Si continuava così, alternando uno strato di castagne e uno di sabbia sino a colmare la fossa.
La corretta esecuzione del procedimento era molto importante perché faceva scivolare l’acqua piovana evitando che le castagne marcissero e conservandole per diversi mesi.
Il sistema utilizzato consentiva di avere le castagne nel periodo delle festività natalizie potendo così preparare il castagnaccio, uno dei pochi dolci che ci si poteva permettere.”

Per conoscere la pratica dell’infossata sono stati intervistati altri anziani vissuti ad Africo Vecchio tra cui Domenico Criaco detto Micciarella del ’39, Francesca Pangallo del ’34, Leo Criaco detto Cropò del ’45, Andrea Stilo del ’32, Giuseppe Criaco detto u Velenusu; Antonio Criaco detto u Centu; Domenica Morabito detta a Tabarana. Li ringraziamo tutti.

Pubblichiamo una foto aerea del 1983 dove, oltre ai ruderi di Casalnuovo in alto a sinistra e quelli di Africo in basso a destra, un quarto dell’immagine (in alto a destra) ritrae l’ampio e fitto castagneto.

Foto, descrizione e alcune piante monumentali del castagneto di Africo

Sin da bambino, ho sentito il richiamo del cielo, e col tempo, la passione per l’astronomia ha incontrato il mio amore per la natura, trasformandosi in astrofotografia. Questa forma d’arte consiste nel catturare i soggetti cosmici – galassie, nebulose e stelle lontane – raccontati attraverso la luce. Mentre nella fotografia tradizionale basta un singolo scatto, nell’astrofotografia ogni esposizione può durare ore (spesso suddivisi in molte notti), raccogliendo pazientemente fotoni che hanno viaggiato per centinaia di milioni di anni luce.
L’Aspromonte è diventato il mio osservatorio a cielo aperto, un luogo dove la terra si protende verso l’infinito e ogni notte si riempie di storie antiche e segreti cosmici. Qui, tra le sue valli selvagge e i boschi intricati, le stelle sembrano più vicine, come antichi custodi silenziosi. Le cime aspre emergono contro il cielo e la loro bellezza parla con voce muta di un tempo remoto. In queste notti solitarie, la montagna sembra respirare insieme alle stelle, avvolta in un maestoso silenzio. Durante le osservazioni notturne, talvolta, la presenza curiosa di una volpe che mi osserva da lontano, come un guardiano silenzioso della notte.

Il telescopio, fissato su una montatura equatoriale motorizzata e collegato a una fotocamera astronomica raffreddata a -10° C, (la bassa temperatura aiuta a ridurre il rumore termico generato dai pixel attivi che si riscaldano durante l’acquisizione e che si trasformerebbe in segnale indesiderato), segue con precisione l’apparente movimento delle stelle dovuto alla rotazione terrestre. Questa precisione è essenziale: senza un inseguimento accurato, le stelle apparirebbero come scie luminose.
Ogni immagine finale è il frutto di un lungo processo: le esposizioni prolungate, vengono elaborate tramite software specifici per eliminare disturbi, migliorare i dettagli e bilanciare i colori. Inoltre, è possibile acquisire dati in LRGB (luminanza, rosso, verde e blu), una combinazione che riproduce i colori in modo simile alla visione umana. Ogni fase del lavoro richiede attenzione e competenza: dalla calibrazione delle immagini alla combinazione dei diversi scatti, fino all’estrazione dei dettagli nascosti nel profondo della luce cosmica.
Questo tipo di fotografia richiede notevole pazienza, poiché si utilizzano strumenti di altissima precisione che richiedono una preparazione accurata. È fondamentale inserire le coordinate esatte del luogo di ripresa e l’orario preciso, stazionare il telescopio, e ambientarlo affinché la sua temperatura si allinei a quella esterna, eliminando le distorsioni termiche.

Tra dei miei scatti più significativi vi sono la Nebulosa Proboscide di Elefante nella costellazione di Cefeo e la Nebulosa di Orione, catturate sotto il meraviglioso cielo d’Aspromonte. Sono il risultato di 11 ore di esposizione per la prima e circa 60 ore per la seconda. Queste fotografie, pubblicate anche dalla NASA, raccontano una storia millenaria, un frammento di universo che ha viaggiato nel tempo per giungere fino a noi.
Così, l’astrofotografia diventa un viaggio tra tecnica e arte, dove ogni scatto, ogni dato e ogni ora trascorsa sotto il cielo si uniscono per raccontare l’eternità racchiusa nelle stelle ed il legame profondo che ci unisce all’universo.

 

di Giuseppe Arcidiaco

I MULINI AD ACQUA
I mulini ad acqua sono stati protagonisti dell’economia di intere generazioni della vallata del Gallico (RC). Sulle carte topografiche dell’IGMI, lungo il corso di questa fiumara, in contrada Limini, territorio compreso tra Podargoni e Santo Stefano d’Aspromonte, sono segnalati i ruderi di due mulini, riportati come mulino Limini e mulino del Principe. Insieme al mulino Zoccali, sito all’interno del centro abitato di Podargoni, essi costituiscono un’importante testimonianza delle attività di molitura che caratterizzarono queste zone dell’Aspromonte nel corso del 1800. Inoltre, alcuni frammenti di antichi manufatti in pietra segnalano la possibile presenza di almeno un’altra macchina idraulica dello stesso tipo nelle vicinanze del mulino Limini, probabilmente distrutta da una piena durante le frequenti alluvioni.

COSTRUZIONE E FUNZIONAMENTO
Tali strutture, un tempo molto diffuse e numerose, erano alimentate dall’acqua della fiumara e distribuite lungo tutto il suo corso fino alla marina di Gallico, a testimonianza di ciò, il toponimo Mulini di Calanna. I loro periodi di attività erano variabili in base alla disponibilità di acqua corrente: quelli più a monte erano funzionanti per tutto l’anno, mentre quelli siti a valle, detti mulini d’inverno, erano attivi solo nei mesi più freddi, quando l’acqua era più abbondante e copriva distanze maggiori procedendo verso la foce. Per le stesse ragioni, questi ultimi, in particolare da Mulini di Calanna in avanti, erano talvolta collegati in serie ed utilizzavano tutti la stessa acqua che così non andava persa e raggiugeva i successivi mulini. Dalla posizione geografica del mulino dipendeva anche il genere di cereali macinati: frumento, granturco, segale, cicerchia ed anche castagne.
Si trattava di mulini a ruota orizzontale, un meccanismo funzionale alla portata non costante ed imprevedibile della fiumara, molto più sicuro rispetto al modello a ruota verticale, che avrebbe implicato la costruzione del mulino molto vicino al letto del torrente, esponendolo alle piene. Infatti, per evitare gli effetti delle esondazioni tali mulini erano edificati lievemente in altura, abbastanza lontani dalla fiumara ed il terreno sottostante era rinforzato da muri a secco. A monte del mulino, la presa d’acqua era costituita da un acquedotto (gora, mastra) che intercettava l’acqua prelevandola dal corso del torrente (o di suoi affluenti) ed alimentava una profonda cisterna (saetta), mantenendo sempre un adeguato livello d’acqua al suo interno. Il flusso, uscente da due ugelli posti alla base di tale serbatoio, veniva indirizzato sulle pale della ruota mettendola in rotazione. La riserva d’acqua nella saetta garantiva una portata costante in uscita, la cui velocità di erogazione poteva essere controllata attraverso opportuni regolatori in lamiera posti sugli stessi ugelli che ne determinavano anche la corretta orientazione. La ruota idraulica, molto spesso doppia, era collegata tramite un albero motore in ferro o legno alla macina posta al piano superiore dell’edificio. La macina era costituita da due mole sovrapposte (la sottana fissa e la soprana rotante, collegata all’albero). Le mole erano scolpite nell’arenaria o nella pietra lavica, importata dalla Sicilia; potevano essere monolitiche, come le più antiche oppure composte da singoli spicchi tenuti insieme da cerchi di ferro. La roccia che le costituiva veniva estratta dalla zona del vallone Merlo a Calanna, ma anche da più lontano come da Pavigliana o dalle grotte di Tremusa (Scilla). Era trasportata dai bovari e lavorata dagli scalpellini, gli stessi mugnai, che ne provvedevano alla periodica manutenzione. Battere mola era l’operazione che consisteva nello scolpire e rinnovare le incisioni ed i solchi usurati dallo sfregamento delle mole; a causa di questo processo, il peso della prima farina, ottenuta dopo una battitura, risultava alterato dalla presenza di polvere di pietra.
La molitura avveniva a partire da un imbuto ligneo quadrangolare (tramoggia) posto al di sopra della macina, riempito con le granaglie da macinare. La vibrazione, generata dal moto rotatorio della macina, favoriva la precipitazione delle stesse attraverso un canale dotato di valvola connesso con il foro centrale di alimentazione della mola, dosandone anche la quantità. Un particolare sistema di picchettatura della pietra garantiva la distribuzione uniforme delle sementi durante la macinazione e l’espulsione del macinato all’esterno, che veniva raccolto e separato tramite setacci. La velocità di rotazione della macina veniva regolata per evitare che un eccesso di calore prodotto per sfregamento scaldasse la farina alterandone il sapore e le proprietà. La macina era dotata, inoltre, di un meccanismo che consentiva di regolare lo spessore tra le due mole, in base al calibro delle sementi e per ottenere un macinato più o meno fine.
Infine, l’acqua, attraverso il canale di uscita, tornava al fiume o veniva nuovamente incanalata e sfruttata per l’irrigazione delle colture agricole. Spesso in questi casi, sorgevano gravi controversie tra i proprietari dei mulini posti a valle, che vedevano ridursi ulteriormente la portata della fiumara ed i coltivatori dei terreni a monte di essi, anch’essi bisognosi di acqua in particolare nei periodi di siccità.

UN PO’ DI STORIA
Il toponimo della contrada Limini deriva probabilmente dal latino limes, letteralmente strada delimitante il confine tra due campi o anche da limen, genericamente limite, linea di demarcazione, confine, frontiera. Per quanto riguarda Podargoni, potrebbe derivare dai termini grecanici podos ed ergon, dunque piede veloce; secondo altre interpretazioni significherebbe ai piedi del monte, in quanto centro abitato collocato alle pendici dei monti Marrappà e Basilicò.
In passato, l’acqua del Gallico è stata sfruttata per mettere in funzione vari opifici di proprietà delle famiglie più influenti della zona, non soltanto mulini, ma anche seghe idrauliche per la lavorazione del legname. Il primo mulino della contrada Limini fu edificato dalla famiglia Criserà attorno al 1808, ricordata per il matrimonio di una nipote con l’eroe di Santo Stefano, Domenico Romeo, ucciso alla fine della rivoluzione del settembre 1847. Attorno al 1815 si attesta la presenza di due mulini, uno precedente ed uno nuovo. Per far fronte al problema delle esondazioni, nel 1858-63 ne venne costruito un terzo. Le famiglie dei mugnai (mulinàri) erano spesso imparentate e talvolta affittavano i mulini ad altri nuclei familiari che li amministravano per loro.
Il mulino Limini fu costruito attorno al 1861-63, in seguito alla distruzione di un manufatto di epoca precedente e risulta oggi in buono stato di conservazione. Apparteneva alla famiglia Criserà, ultimi proprietari, e rimase in attività fino al secondo dopoguerra. Questo mulino, sito nel territorio di Podargoni, serviva quasi esclusivamente gli abitanti di Santo Stefano e fu, infatti, tale comune ad esigere l’odiata tassa sul macinato, introdotta nel Regno d’Italia nel 1868-69.

Il mulino del Principe, coevo del Limini, sorge lungo l’antico sentiero della petrazza che collegava il territorio di Santo Stefano a Podargoni. Viene erroneamente attribuito ai principi Ruffo di Scilla, in quanto sorge all’interno di quella che un tempo era la baronia di Calanna (sulla destra idrografica del Gallico), stato feudale fondato in epoca normanna e governato dai Ruffo, che possedevano, nella stessa zona, un altro mulino di epoca precedente, oggi scomparso.
Un terzo mulino era appartenuto alla famiglia Cimino di Calanna che, con l’intento di contrastare il potere delle altre famiglie di mugnai, costruì la propria mastra in modo da portare l’acqua al suo mulino sottraendola ai Criserà-Romeo. Le lotte che ne seguirono portarono all’abbattimento di questo più recente mulino e all’incendio del mulino Limini per ripicca.
Il mulino Zoccali, all’epoca polo centrale della molitura del grano per la comunità di Podargoni, oggi allo stato di rudere, fu danneggiato dal terremoto del 1908 e progressivamente abbandonato a causa dello spopolamento del centro abitato che caratterizzò il ‘900.
Molti altri mulini sono disseminati lungo la vallata del Gallico come il mulino Palamara a Cerasi o il mulino Calabrò a Sant’Alessio in Aspromonte. Quest’ultimo fu fatto costruire nella prima metà del XIX secolo ed apparteneva all’omonima famiglia, originaria di Calanna. Anche questo mulino fu reso inservibile dai terremoti del 1894 e 1908, ma fortunatamente, nel 1999 è stato oggetto di interventi di recupero.

Fonti: storico Antonino Sapone e architetto Domenico Malaspina in
https://www.youtube.com/watch?v=UVIJg3TvNjs&ab_channel=pasqualelacava
Tutto scorre di Domenico Malaspina e Antonino Sapone, Laruffa Ed. 2019
Le due immagini della tramoggia e della macina sono tratte dalla pagina facebook “mulini ad acqua di Calabria”.