L’estate è la stagione preferita per recarsi al Santuario della Madonna della Montagna sito a Polsi. È molto forte il legame di questo luogo con le popolazioni aspromontane ma anche siciliane. Ormai da alcuni secoli vi giungono numerose carovane di devoti. Alle cavalcature di una volta si sono oggi sostituite automobili o camion rusticamente attrezzati. Ogni paese compie il pellegrinaggio secondo un calendario che tenta di regolare l’afflusso di migliaia di fedeli. Ma soprattutto in occasione della festa, il 2 settembre, l’anfiteatro naturale in cui è posto il Santuario si trasforma in un enorme calderone di grida, canti, balli, odori, gesti, colori. Tutto ciò trasporta il visitatore in un’atmosfera primordiale. Sul fuoco, con paziente maestria, si arrostiscono chili e chili di carne di capra. Il pranzo pantagruelico è uno dei riti del pellegrinaggio a Polsi; prosegue anche per l’intero pomeriggio in un susseguirsi di pietanze come per sconfiggere una fame atavica. Al cibo segue la tarantella al suono di organetto e tamburello, balli ai quali i danzatori partecipano con intensità e trasporto. Spesso, quando il ritmo diviene più frenetico, anche i suonatori sembrano cadere in trance. A Polsi ai suoni pagani delle danze si mescolano quelli sacri del Rosario e delle antiche litanie intonate dalle donne.
Tante sono le antiche vie che conducevano a Polsi, alcune sono ancora caparbiamente percorse a piedi da pellegrini, come la via da Prena dalla tirrenica e a via di Riggitani dallo Stretto.
La prima attestazione di pellegrinaggio all’eremo risale al 1152. In epoca bizantina frequenti erano i contatti religiosi tra Calabria e Sicilia. San Lorenzo di Frazzanò (Messina), trovandosi a Santa Domenica di Gallico (RC) si recò a Polsi. Ecco l’episodio tratto dalla biografia del santo riassunto dal prof. Domenico Minuto nel suo “Otto Santi” scritto per Città del Sole Edizioni e dal quale traggo il brano seguente.
Dopo di ciò si recò da lui un reverendo eremita, discendendo dai monti dell’Appennino e tenendo in mano un bastone che nella sommità recava la forma della croce; e gli disse: “Salve, padre santo e venerabile. O padre, mi manda da te il mio abate perché io ti preghi molto umilmente a nome suo che tu venga da noi il prossimo giorno di Pasqua per celebrare la messa”. Il santo, accogliendo l’invito, si recò all’eremo impiegando tre giorni, uno per andare, uno per stare ed uno per tornare. Per giungervi, dovette salire fin sulla cima dell’Aspromonte (chiamato “monte asperrimo”) e scendere dall’altro versante. Pertanto, il pellegrinaggio di Lorenzo a Polsi può essere considerato il più antico esempio di una pia pratica che da secoli coinvolge annualmente una immensa folla di calabresi e di siciliani.

 

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